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CHOMSKY CONTRO FOUCAULT?
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E’ stato ripubblicato recentemente, dalla casa editrice "DeriveApprodi", il testo integrale di una conversazione tra Noam Chomsky, famoso linguista americano, e Michel Foucault, noto filosofo francese. Il dibattito, che fu il primo e ultimo confronto pubblico tra i due studiosi, avvenne nel 1971, in Olanda. Temi della conversazione: il problema della natura umana e l’impegno politico.Per ciò che riguarda il problema della natura umana, nel corso dell’incontro Chomsky sostenne che «esiste un qualche dato biologico immodificabile che costituisce il fondamento delle nostre capacità mentali», che ci permette di apprendere un linguaggio e, addirittura, di formulare teorie scientifiche. Foucault, pur concordando con lui circa l’esistenza di tale "dato biologico", si mostrò scettico sul fatto che potesse essere decisivo nell’apprendimento del linguaggio e, ancor più, nella formulazione di teorie scientifiche: "Mi chiedo – affermò – se il sistema di regolarità e di limitazioni che rende possibile una scienza non sia rintracciabile anche altrove, al di fuori della mente umana, nelle forme sociali, nei rapporti di produzione, nello scontro di classe e così via".Date le scarse conoscenze di cui disponiamo sul funzionamento del nostro cervello, è difficile dire chi dei due fosse più vicino al vero; anche se le argomentazioni di Chomsky appaiono, nel complesso, più solide di quelle, un tantino esoteriche, del suo interlocutore.Passando al tema dell’impegno politico, la superiorità del pensiero di Chomsky (che si potrebbe definire "anarcosindacalismo in salsa americana") su quello di Foucault ("marxista libertario") appare evidente. Chomsky aveva in mente un progetto di società, e un percorso (tendenzialmente nonviolento) per edificarla. Foucault, ammettendo «di non essere capace di definire, né a maggior ragione di proporre, un modello di funzionamento sociale ideale per la nostra società scientifica e tecnologica», si limitava ad appoggiare il proletariato in un’auspicata conquista e gestione del potere, prescindendo dai mezzi da esso utilizzati per conseguirlo e difenderlo. Si tratta delle classiche (pericolose) ambiguità del "marxismo libertario", ben riassunte nella sua affermazione: «Quando il proletariato prenderà il potere potrebbe esercitare un potere violento, dittatoriale e persino sanguinario nei confronti della classe dirigente sulla quale ha preso il sopravvento. Non capisco quale obiezione si possa muovere a questo». Cui fece immediatamente seguire la solita favoletta ideata per far tornare i conti: «Adesso lei mi dirà: e se il proletariato esercitasse questo potere sanguinoso, tirannico e ingiusto verso se stesso? Io le risponderei: ciò può accadere solo se non è il proletariato ad avere veramente preso il potere, ma una classe esterna al proletariato o un gruppo di persone interno al proletariato, una burocrazia o ciò che resta della piccola borghesia».Non a caso, Stefano Catucci, Diego Marconi e Paolo Virno, autori dei tre brevi commenti forniti in appendice all’edizione curata da DeriveApprodi (ma anche Filippo Del Lucchese sul Manifesto del 7 luglio 2005) si guardano bene dal criticare le idee politiche espresse da Chomsky, e si limitano ad accusarlo d’avere una visione giusnaturalistica, di pretendere cioè che il proprio pensiero politico derivi da presunte leggi di natura. Cosa che, peraltro, almeno nel corso del dibattito riportato, Chomsky non affermò, limitandosi a rilevare come qualsiasi progetto di società alternativa non possa che basarsi su tendenze innate presenti nell’uomo e debba necessariamente confrontarsi con i limiti che, attualmente, la sua natura biologica gli impone.Luciano Nicolini |
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