IN QUALE PAESE VIVIAMO?

 

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Bella domanda. Se la pone Marco Meotto, al termine di una lettera pubblicata da Liberazione e da noi riportata a pagina quattro. Ce la poniamo anche noi. Dopo aver ascoltato le dichiarazioni del ministro Calderoli che, per punire chi si rende responsabile dell’odiosa violenza sessuale, vorrebbe introdurre nel nostro ordinamento la pena della castrazione, giustamente abolita da secoli, e, soprattutto, dopo aver ascoltato i surreali dibattiti seguiti alla sua orripilante proposta (dei quali riferiamo a pagina cinque).

Ma se la castrazione (per ora) è soltanto una pena ipotetica, le vessazioni economiche sono già all’ordine del giorno: in questo paese può accadere di dover pagare tremilatrecentotrentatre (dico: tremilatrecentotrentatre) euro di multa per aver comprato un paio di occhiali da sole, come è capitato alla signora danese di cui parliamo nella medesima pagina.

La notizia è stata riportata da pochi giornali, e su poche righe. Niente di grave, naturalmente. Dal mondo arrivano notizie ben più importanti. Peccato che, anche queste, vengano riportate da pochi giornali, e su poche righe. Come è accaduto per la notizia che l’esercito italiano resterà in Afghanistan almeno altri dieci anni.

«L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; – è scritto nell’articolo 11 della costituzione repubblicana - consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Il senso è chiaro: quanto affermato nel secondo e nel terzo comma non può certo essere inteso come deroga a quanto dichiarato nel primo. Eppure, c’è chi approfitta delle precisazioni contenute in essi per giustificare la partecipazione dell’Italia alla NATO e alla guerra da essa dichiarata contro non si sa bene chi (il "terrorismo").

Sono cose che, in questo paese, famoso per la "flessibilità", capitano sempre più spesso. Alcuni (in buona fede?) completano, con l’intento dichiarato di precisarle, alcune affermazioni, di per sè chiarissime; e sùbito c’è chi usa tali "precisazioni" per limitare il valore delle affermazioni dalle quali discendono. Ce lo ricorda anche Chiara Gazzola, nel recensire, a pagina dodici, un libro di Gabriella Petti sulla tutela dei minori stranieri: «L’aver sancito secondo parametri giuridici alcuni diritti e apparati specifici per i minori stranieri ha fatto già di per sé emergere la convinzione che il minore straniero sia un minore diverso dal minore italiano, avviando così un lento processo di esclusione. Processo tanto più ambiguo perché fondato sugli stessi princìpi posti a tutela del soggetto».

E’ l’ambiguità connessa alle cosiddette "pari opportunità". Siamo tutti uguali ma, poichè sono diverse le condizioni di partenza, si vogliono garantire diritti diversi ai diversi soggetti interessati. Lodevole intenzione, grazie alla quale, tuttavia, di norma, la discriminazione, uscita dalla porta, rientra dalla finestra.

Preferiamo le affermazioni secche: siamo per il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (e basta); siamo per la tutela di tutti i minori (e basta); siamo per l’uguaglianza economica e politica tra tutti gli individui (e basta).

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