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Amilcare Cipriani (Luigi Campolonghi, Amilcare Cipriani – memorie, Ed. Centro Studi Libertari Camillo di Sciullo, 2003) Non è bello, ma è patriottico. Così almeno si sarebbe detto di quest’opuscolo quando frequentavo la scuola elementare (in anni in cui, per intenderci, s’imparava a scrivere con la cannetta). Il libro, che riproduce integralmente l’opera edita nel 1912 dalla Società Editoriale Italiana e ristampata da Samizdat nel 1996, ripercorre brevemente la vita del patriota socialista libertario Amilcare Cipriani: un personaggio incredibile, come molti di coloro che liberarono l’Italia dal dominio straniero e costruirono, su scala internazionale, il movimento anarchico.Da un punto di vista letterario, vale ben poco, e non si discosta dalla tradizione memorialistica risorgimentale. Come libro di storia, anche meno, dato che parla del grande rivoluzionario negli stessi termini in cui la chiesa cattolica parla dei suoi santi. Nondimeno, vale la pena di leggerlo, per capire quanto costò l’indipendenza nazionale (poi persa, in gran parte, a causa del fascismo, con la seconda guerra mondiale) e, soprattutto, quanto è costato quel poco di benessere conquistato, nel corso degli ultimi centocinquant’anni, dalle classi subalterne. E non si dica che tale benessere è frutto dello sviluppo del capitalismo: come si può quotidianamente constatare, quest’ultimo si sviluppa benissimo, anzi meglio, riprendendosi tutto ciò che il movimento dei lavoratori ha faticosamente ottenuto. Luciano Nicolini (Gabriella Petti, Il male minore – la tutela dei minori stranieri come esclusione, Ed. Ombre corte, 2004)"Brutti caratteri", iniziativa veronese sull’editoria indipendente, ci ha abbinate in una serata dall’azzeccato titolo "Il corpo del reato" e così, mentre io imbastivo spunti di riflessione sul mondo sommerso della fecondazione assistita e sulla psichiatrizzazione dell’infanzia, Gabriella Petti ha presentato il suo lavoro. Ci accomuna la preoccupazione per quella ipocrita "necessità" di voler definire e categorizzare, che va poi a sancire un controllo sociale discriminatorio. Scrive Gabriella : L’aver sancito secondo parametri giuridici alcuni diritti e apparati specifici per i minori stranieri ha fatto già di per sé emergere la convinzione che il minore straniero sia un minore diverso dal minore italiano avviando così un lento processo di esclusione. Processo tanto più ambiguo perché fondato sugli stessi princìpi posti a tutela del soggetto.L’autrice si rifà spesso a Foucault, per esempio nel concetto "far vivere e lasciar morire", tipico di certe prassi giuridiche e amministrative: escludere da qualsiasi forma di sopravvivenza o includere formalmente con un destino precario? In sintesi: come possono delle pratiche coercitive essere a favore del minore, soprattutto se mascherate da esigenze burocratiche? Gabriella ha intrapreso una ricerca sul campo raccogliendo documentazione cartacea e testimonianze di operatori coinvolti nel processo di "tutela": amministratori pubblici, forze dell’ordine, operatori del sistema giudiziario minorile e del terzo settore. Emerge tutta l’ambiguità di questa complessa rete preposta a gestire un’emergenza sociale; quando il rispetto della normativa è prioritario, viene meno la relazione umana e l’intervento di tutela è dosato tra rimpatrio, esclusione programmata, assenza, protezione e autodeterminazione. Non stupisce che anche il terzo settore si muova in modo sempre meno indipendente dalle logiche di mercato e dai mandati istituzionali; l’autrice approfondisce i vari aspetti in cui si attualizza l’intervento ambiguo di associazioni, cooperative, ONG ecc.: ambiguità data dalla perenne tensione di non essere tagliati fuori dal mercato sociale che, paradossalmente, si ripercuote sulla qualità dei servizi e sulle condizioni lavorative degli operatori… ambiguità poi che porta a giudicare il bisogno come una materia prima che va raffinata.Alessandro Dal Lago, che firma la prefazione del libro, denuncia come le politiche sociali siano pronte a fabbricare minori problematici ogni volta che il concetto di famiglia, tradizionalmente inteso, si rompe. Quando l’iter istituzionale stila rapporti o diagnosi, si verifica spesso che l’unica cura ammessa è quella di un benessere imposto, sanzionato, amministrativo e in tutto ciò sono proprio i soggetti "curati o tutelati" a non avere voce in capitolo!Chiara Gazzola (Antonio Negri, La differenza italiana, Ed. Nottetempo, 2004)Ci sono testi, come questo libello-pamphlet, "La differenza italiana", edizione "I sassi – Nottetempo" (bello, poetico, il nome della casa editrice; forse prelude a un nuovo Toni Negri? Speriamo), che non meritano tanto di essere recensiti, ma di servire da pretesto a nuove riflessioni. Prescindiamo un attimo (per quanto possibile) da Toni Negri, leader / teorico della "autonomia operaia", ma anche vittima del teorema Calogero, quello per cui bastava teorizzare forme di violenza per esserne già direttamente responsabili, dal Negri insopportabile che vent'anni fa si candidava con Marco Pannella e poi... ma ancora quello che, insieme al teorico americano Michael Hardt, rifletteva con lucidità a tratti noiosa, altrove geniale, sulla post-post-modernità, sull’ "Impero" (questo il titolo dell'opera, tra l'altro), prima dell'11 settembre 2001... Ecco che, in questo "aureo" libretto, l’autore spiega la debolezza del pensiero debole, attacca la vendita "all'asta" del pensiero di Deleuze e Foucault (libertario, anche se magari Negri non se ne accorge o non vuole accorgersene), la banalizzazione neo-moderat, ma anche la permanenza dello stalinismo (post- e neo- ma pur sempre stalinismo). Ma quello che interessa di più credo sia la rivendicazione delle differenze italiane: quella operaista di Mario Tronti e quella femminista della Luisa Muraro. Sull'ultima nulla da dire, credo, in quanto si è quasi sempre sottratta ai gruppetti che volevano "occuparla"; mentre sull'operaismo di Tronti ci sarebbe da dire che, lungi dal dover dar ragione a quei profeti di sventura che già trent'anni fa davano per morta la classe operaia, esiste però un' "operaiolatria" già individuata da Camillo Berneri, mai citato da Negri, che invece rivaluta Gramsci... Ancora: Toni Negri ha il merito di attaccare di petto la filosofia di Heidegger come "filosofia della morte" (e oltre che Heidegger nel mirino sono tutti gli epigoni made in Italy, più o meno abortiti...). In effetti l' "essere per la morte", quindi il vedere la vita solo in funzione della morte, quasi non avesse altro progetto, è foriero di un quietismo immobilista, come dire "chi ce lo fa fare di dire/fare qualcosa, se tanto devo morire?", dove naturalmente la prima attività "castrata" è quella politico-sociale. Una filosofia del nulla mortifero (da cui altri esistenzialisti hanno cercato di uscire come Sartre, diventando maoista, o Camus, trasformandosi in un quasi libertario...). Negri antistalinista, certo, ma anche anti-anarchico, pur se c'è un passo (a p. 8, sulle 25 pagine "reali" del libretto), in cui dice: "Pensiero molle ed epoca craxiana vanno insieme: si riconosca però che il proudhonismo di Craxi era senz'altro più pesante e filosoficamente rilevante, del pensiero leggero di Vattimo e Ferrara". A parte l'inedito accostamento Ferrara-Vattimo, che scontenterà sia il filosofo neo-comunista sia il neo-non si sa cosa (dopo il refrendum, poi...) Giulianone Ferrara, è curioso che Negri citi non del tutto sfavorevolmente il manifesto filo-proudhoniano (e anti-marxiano/marxista) di Bettino Craxi del 1978 (il ghost-writer era Luciano Pellicani, ma l'idea pare sia stata veramente di Bettino). Il Craxi del decisionismo, allora forse non del tutto "emerso" come tale, aveva scelto il socialismo libertario e "utopico" di Pierre Joseph Proudhon contro Marx ed Engels come più "moderato", sicuramente dimenticando che Proudhon comunque aveva coniato la definizione "La proprietà è un furto", anche se poi ne attutisce la portata... Molto su cui riflettere, ma certamente anche per Toni Negri "Grande è la confusione sotto il sole", mentre certi suoi giudizi fanno (con molti forse) ben sperare o non del tutto disperare. Eugen Galasso |
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