Intervista ad Achille Occhetto

  di Ilaria Leccardi

Achille Occhetto (a destra) imitato da Susy Blady (a sinistra)-Foto Mario Rebeschini

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Può sembrare strano che una rivista libertaria pubblichi un’intervista ad Achille Occhetto, l’uomo che, dopo aver diretto il Partito Comunista Italiano, di tradizione stalinista, fu artefice, nel 1989, della svolta che portò tale forza politica nel campo dei sostenitori del capitalismo privato.

L’abbiamo fatto per due motivi: il primo, molto banale, che la nostra collaboratrice Ilaria Leccardi ha avuto l’occasione di intervistarlo; il secondo, più politico, che siamo curiosi di approfondire la tesi, da lui sostenuta, che, all’epoca della svolta, fosse sua intenzione “perseguire una fuoriuscita da sinistra, dai gravi errori e anche dai crimini del comunismo”.

Un’idea, in proposito, ce la siamo fatta, ma preferiamo, almeno per ora, tenerla per noi. Anche perchè attendiamo, su questo e su altri temi sollevati nell’intervista, (brevi) commenti da parte dei lettori.

 

Voglia di sinistra, per una sinistra alternativa. Questo era il titolo dell’incontro, tenuto il 17 giugno ad Acqui Terme, in provincia di Alessandria, al termine del quale abbiamo potuto discutere con Achille Occhetto sui temi più caldi del quadro politico attuale. Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista Italiano, è oggi uno dei promotori, insieme a Giulietto Chiesa, Antonello Falomi e Paolo Sylos Labini, dell’associazione politico-culturale "Il Cantiere".

Partiamo dal quadro politico nazionale e dagli ultimi problemi della sinistra. Come si può interpretare il conflitto nato nell’area della Fed, soprattutto all’interno della Margherita? La Fed è crollata, sembra di sì, sembra riprendersi, ma era un progetto che aveva un senso? Cosa pensa dell’Unione come strumento di chi vuole opporsi al progetto neoliberista?

Il quadro politico italiano in questo momento è un grande caos. Non c’è neanche più il quadro, forse neanche la cornice, è rimasto solo il chiodo. Dobbiamo vedere che cosa appendiamo a questo chiodo. Benché alla fine nell’area della Fed ci sia stata una schiarita, come avviene con tutte le schiarite dopo una tempesta, sono rimasti sul terreno dei detriti. Innanzitutto l’idea del partito unico, poi l’idea della Fed, che non esiste più perché ognuno ha deciso di presentarsi con il proprio partito, e infine, purtroppo, quella casa comune estremamente importante che è l’Ulivo. Ritengo che questa crisi della Fed, il cosiddetto triciclo, altro non è che la storia di una morte annunciata. Era un progetto partito con il piede sbagliato, su basi estremamente strette.

E Prodi?

A Prodi avevo suggerito di abbandonare l’idea di essere il capo della Fed, per porsi invece come capo dell’Unione, di tutti, in un rapporto nuovo tra coalizione e partiti. Prodi avrebbe dovuto dall’Europa venire in Italia, rivolgersi al Paese, ai movimenti, alle associazioni, ai partiti, costruire una vera convenzione delle idee e dei programmi e su questa base avanzare l’ipotesi di una grande lista unitaria che comprendesse tutti, senza esclusioni. Invece si è accontentato del sì di D’Alema e di Fassino, del sì di Rutelli che, già era evidente dall’inizio, non era un sì convinto. Così è diventato prigioniero di questi partiti e dei loro rappresentanti. Soggetti che dal canto loro hanno commesso due errori. Da una parte Rutelli ha rotto il processo unitario in corso. Dall’altra i Ds hanno voluto dare a quel processo un carattere di egemonia interna.

In tutto questo si può leggere una crisi o una serie di mancanze della sinistra italiana?

Oggi in Italia occorre colmare un vuoto e cioè il fatto che nel nostro paese non esiste una forza di sinistra. Bisogna riorganizzarsi, perché una parte della sinistra ha preso una deriva moderata, e non solo con Rutelli. Sembra che uno dei pochi interessi sia dimostrare di essere in grado di piacere al salotto buono. Tempo fa dicemmo, nei confronti del partito di Craxi, che eravamo preoccupati perché si stava verificando una mutazione genetica. Ma la mutazione genetica c’è anche oggi in una parte della sinistra. E’ da qui che riemerge una questione morale di cui spesso ci si dimentica, una questione morale che si riverbera anche sui problemi dei contenuti. Credo che ci troviamo di fronte ad una classe dirigente in crisi.

Come colmare questo vuoto?

Credo che dobbiamo partire dalla consapevolezza che l’alternativa non è più tra vetero comunisti e socialdemocratici. Ormai siamo oltre al problema che si pose al momento della svolta. Io ritenevo allora che bisognasse perseguire una fuoriuscita da sinistra, dai gravi errori e anche dai crimini del comunismo. Purtroppo il gruppo dirigente dei Ds ha perseguito una fuoriuscita da destra, con il desiderio esclusivo di andare al governo e una certa indifferenza verso i problemi discriminanti e di carattere programmatico. Oggi ci troviamo di fronte a una novità, la novità del congresso di Rifondazione Comunista.

Quando Bertinotti dice che è per la non violenza, quando afferma che il socialismo non è più un sistema in cui bisogna entrare, ma lo sviluppo organico della democrazia, cosa che io scrissi nelle tesi della svolta, quando afferma che la presa del potere deve avvenire per via democratica, non c’è più visione leninista, ma nasce una visione corrispondente ai nostri tempi.

Lei ha avuto occasione di discuterne con Bertinotti?

Sì, anche se oggi vorrei incontrarlo nuovamente dopo le ultime vicende. Quando parlammo mi disse che secondo lui non c’era ancora la possibilità di fare una lista unitaria della realtà a sinistra dei moderati e dei riformisti. Comunque era d’accordo con questo progetto, sostenendo che si dovesse lavorare per dopo le elezioni e intanto vedere se si poteva fare un gruppo unitario in Parlamento. Oggi non c’è dubbio che siamo tutti socialisti e democratici nel senso alto della parola, il problema è se siamo di sinistra o di destra. Ecco perché la questione fondamentale per uscire dalla crisi è quella di ridiscutere i fondamenti, in primo luogo la centralità del lavoro, il tipo e la qualità dello sviluppo, la non violenza come scelta fondamentale, il pacifismo, senza se e senza ma, la questione morale e quella democratica. Noi del gruppo Cantiere presenteremo il 24 settembre a Prodi un progetto di codice etico e di confronto con quello proposto da Zapatero, in Spagna.

Se ne parla spesso, ma cosa vuol dire oggi "riformismo"?

Una volta la differenza tra riformisti e comunisti aveva un senso. I riformisti volevano lo sviluppo del socialismo per via democratica, parlamentare, i comunisti ritenevano che era necessaria la rivoluzione violenta, e così è nata la differenza storica.

Adesso non esiste più questa differenza, ma non esisteva neanche più al tempo del PCI. Il problema è che manca in Italia un vero partito di socialismo democratico di sinistra. Vogliamo essere più vicini a Zapatero o a Blair? Quando parliamo di riformismo dobbiamo parlare di queste cose, invece che limitarci a dire che vogliamo un partito riformista, senza dire su quali contenuti e con quali posizioni politiche.

Cosa pensa delle primarie e della candidatura di Bertinotti?

A mio avviso la presentazione di Bertinotti ha senso solo se non si presenta come leader di Rifondazione, ma dell’area riorganizzata della sinistra radicale. Ha senso se si presenta come leader di una sinistra all’altezza dei tempi e del nuovo millennio, che sappia parlare alle nuove generazioni che non conoscono le vecchie questioni che ci hanno diviso, ormai nel secolo passato.

In definitiva, come dovrebbe riorganizzarsi tutta la sinistra?

Dobbiamo chiedere una convenzione delle idee e non dei puri cartelli elettorali. E’ legittimo che ci sia un partito più moderato come quello di Rutelli, un partito come quello di Fassino e un partito che io riterrei di vera sinistra come quello che non c’è e che bisognerebbe costruire. Però poi queste tre grandi forze non possono farsi una concorrenza spietata fra loro. C’è un solo modo per risolvere la questione, quello della grande coalizione, del grande Ulivo. I partiti dovrebbero conferire una parte della propria sovranità ad esso e, sulla base di questo, dare vita a una battaglia comune contro il centro destra. Il problema è spostare sull’Unione il progetto unitario del grande Ulivo. Invece di puntare sul mostriciattolo della Fed, è necessario fare dell’Unione il vero momento unitario di tutti, con elementi di competizione, perché ciascuno ha la sua soggettività, i suoi programmi, ma con una grande forza unitaria data dal programma di governo e dal leader che lo deve esprimere. Ma questa unità a sinistra non deve scimmiottare la Fed, perché le forme di unione tra segreterie di partito non reggono. Incominciarono Saragat e Nenni con il famoso partito della bicicletta, e non resse. In definitiva dovrebbe nascere una rete senza concorrenza tra Comunisti Italiani, Verdi, Rifondazione, varie associazioni, il Correntone dei DS e una parte della maggioranza di questo stesso partito che crede ancora in quello che si voleva fare con la svolta e che non accetta la compromissione con le forze economiche del salotto buono della borghesia italiana.

Lei sottolinea spesso l’importanza della questione democratica in Italia. Cosa si sente di dire a proposito?

In Italia il rischio maggiore per la nascita di un regime viene dalla riforma della Costituzione proposta da Berlusconi. Ma una forma di regime esiste già. Si tratta di un regime oligarchico trasversale, in politica e televisione, dove i samurai dell’informazione invitano i rappresentanti dell’opposizione che fanno piacere a loro. Il gruppo che partecipa ai dibattiti televisivi è sempre lo stesso, ricopre un ruolo di maschere fisse. E mentre questi mascalzoni plaudono alle donne con il burqa che con coraggio vanno a votare in Iraq chiedono ai cittadini italiani di

non andare a votare. Anche coloro che erano per l’astensione sull’articolo 18 sono della stessa pasta e certo non potevano convincere gli altri, in quest’ultima occasione referendaria, a rifiutare la stessa parola d’ordine. Ecco perché il problema democratico nel nostro Paese è estremamente importante. Soprattutto bisogna guardarsi dal "berlusconismo di sinistra" e farlo in tempo.

Passiamo all’Europa. Dopo il no dei referendum sulla Costituzione Europea in Francia e Olanda, Bertinotti ha sostenuto che da questo dato possa nascere un nuovo "europeismo popolare di sinistra". Lei cosa ne pensa? L’Europa può avere un ruolo di riferimento per la rinascita della sinistra in Italia?

Io sono meno entusiasta di Bertinotti, anche se dalle sue parole possono nascere riflessioni interessanti. In realtà nel no al referendum ci sono cose diverse. Non si può vedere solo un no di sinistra, c’è anche un no qualunquista, un no corporativo, un no antieuropeo. In Italia c’è un no della Lega. Inoltre, c’è una mancata convinzione di una parte della sinistra per i limiti della politica e della Costituzione europee, venute troppo dall’alto e che non tengono conto a sufficienza delle esigenze dell’Europa sociale. In molti casi si ha l’impressione dell’esistenza di un’Europa tecnocratica. Se pensiamo che si colpiscono certe produzioni tipiche delle varie regioni europee, in nome di una visione lanciata dai burocrati di Bruxelles che serve solo a far aumentare i nuovi McDonald’s, anch’io sono contrario. Ma bisogna essere contrari in modo da rinnovare l’impegno europeista, trasformarlo e migliorarlo. Bisogna analizzare le differenze che hanno portato alla vittoria del no ai referendum. Mentre in Francia c’è anche un no di destra, in Olanda il no è derivato dal fatto che si ritiene l’Europa molto più indietro rispetto alla stessa Olanda per varie questioni, dalla procreazione assistita, all’uso delle droghe leggere, ai rapporti fra le coppie gay. Dobbiamo tenere ferma l’ipotesi europeista e utilizzare il campanello d’allarme del referendum per rivedere dove necessario la Costituzione. Bisogna dare più peso all’Europa che ha al proprio centro il Parlamento, i popoli e i Parlamenti nazionali, rispetto all’Europa della Commissione e dei governi. Dal punto di vista politico ciò che manca in Europa è una forza di sinistra organizzata attorno a queste questioni. Esiste un partito del socialismo europeo, nel quale però coesistono realtà troppo diverse, Blair, Zapatero, Schroeder. Il nuovo partito di sinistra dovrebbe battersi perché anche a livello europeo ci sia un processo di unificazione. Qualcosa già si sta muovendo. Ad esempio, l’ex primo ministro e segretario della SPD La Fontaine vuole fare in Germania qualche cosa di quello che io ho proposto qui, la riorganizzazione delle forze di sinistra. Credo che il contatto con tutte queste forze, anche con i Verdi tedeschi che hanno posizioni interessanti, potrebbe spostare più a sinistra l’asse politico europeo.

Ora una domanda sulla situazione bolognese. Come vede la figura di Cofferati e la contraddizione che sta nascendo all’interno della sinistra locale di Bologna, dell’Emilia Romagna?

Pur non conoscendo alla perfezione tutte le vicende di Bologna, ritengo che quello che sta succedendo nel capoluogo emiliano sia la dimostrazione di un pericolo più generale. E cioè che non bisogna fare, nel momento delle elezioni, solo dei comitati elettorali per vincere ma bisogna partire dal programma, avere una chiarezza programmatica prima. Bologna può essere un esempio. Prodi dovrebbe tenerlo presente perché questo potrebbe avvenire anche a livello nazionale. Esiste il rischio di non fare un vero programma condiviso che possa reggere la legislatura.

E per finire torniamo un po’ indietro con il tempo. Al momento della svolta della Bolognina che riferimenti ideologici e politici seguì? Pensava forse all’idea di una socialdemocrazia alla tedesca, al modello del partito democratico americano? In qualche senso potrebbe dire di aver seguito anche un ideale di socialismo libertario, per lo meno a livello ideologico?

Credo che quello che mi ha sorretto al momento della svolta sia il ricordo che durante la Resistenza a casa mia c’era la sede della sinistra cristiana, dove si riunivano partigiani comunisti, socialisti, cattolici, che erano tutti uniti. Poi, dopo la Liberazione, sono venuti lo stalinismo, la Guerra Fredda, la divisione del mondo in due blocchi contrapposti e quei partigiani, che pure avevano combattuto assieme, si divisero, entrarono in partiti diversi, democristiani, socialisti, comunisti, alcuni al governo, altri all’opposizione. La caduta del Muro mi ha fatto pensare che quelli che erano stati divisi da quel Muro, che era un Muro ideale, non solo di pietra, potevano di nuovo unirsi sulla base degli ideali di fondo della Resistenza. Per cui credo che la cultura di base si possa ritenere una cultura di socialismo libertario legato alla tradizione migliore della sinistra italiana e di tutte le diverse esperienze del nostro riformismo, da quello cattolico a quello azionista, da quello comunista a quello socialista.

In quel periodo ebbe qualche segnalazione dalla Russia?

Naturalmente c’era un elemento di riferimento, che era il tentativo di riforma dei sistemi da parte di Gorbaciov. Ma Gorbaciov non ne sapeva niente. Difatti dopo un mese venne a Roma e mi disse, quando lo incontrai all’Ambasciata: ‘Occhetto, che cosa mi hai combinato?’. Credevo che fosse contrario, invece poi bonariamente ha voluto sapere qual era il significato della svolta e ho avuto l’impressione che la guardasse con simpatia. Però il tutto avvenne in totale autonomia.

Ilaria Leccardi

 

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