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di S. Spielberg,con T. Cruise, M. Otto, D. Fanning, T. Robbins Senza alcuna sofisticazione narrativa una voce fuori campo, proprio come nell'originale del 1953 di cui l'opera di Steven Spielberg è il remake, annuncia l'invasione della Terra da parte di forze aliene. La stessa voce, con medesima enfasi, chiude anche il film, coronando un atroce e appiccicato lieto fine. Per fortuna in mezzo c'è l'incontestabile talento del più famoso regista d'oltreoceano (e, forse, del mondo), per cui l'intrattenimento è assicurato. Ad animare l'azione personaggi non proprio memorabili, ma perlomeno problematici. Tom Cruise abbandona l'abito eroico del samurai per entrare nei panni sgualciti di un padre poco presente che cerca di salvare i due figli, la piccola ansiosa e l'adolescente irrazionale. Nel passaggio perde un po' di autorevolezza, sia a causa della non eccessiva espressività (la sua mimica è la stessa di sempre, mossettine incluse) che del disatteso ruolo di prode con cui è entrato nell'immaginario collettivo. Tuttavia, vederlo in lacrime e in difficoltà lo rende più terreno, consentendo quell'immedesimazione altrimenti impossibile. Quanto al copione, a una prima parte scevra di fronzoli e capace di creare aspettative e tensione, segue un progressivo calo di plausibilità, con i protagonisti che finiscono per scampare troppe volte a un inevitabile destino di morte. Questo aspetto stride ovviamente con il taglio realistico della regia, attenta a cercare il più possibile un'empatia con l'emotività dello spettatore (macchina da presa spesso a mano, fotografia livida, un punto di vista che è sempre quello dei personaggi). Se dal lato tecnico il film appare ineccepibile, con una perfetta integrazione tra grandiosi effetti speciali ed attori, a deludere, oltre ad alcuni snodi della sceneggiatura, è anche il look degli alieni. I tripodi hanno un loro fascino, ma la tanto attesa apparizione extraterrestre rimastica i macrocefali di "Alien" con poca fantasia. Poco efficace anche la lunga sequenza nello scantinato (con un Tim Robbins prelevato direttamente dal set di "Mystic River"), perché il gioco del gatto e del topo non funziona a dovere. Un conto è provare a scappare da un vorace Velociraptor in una cucina dallo spazio ben definito ("Jurassic Park"), diverso sfuggire a un occhiuto lombricone in metallo in una sorta di cantina dal perimetro imprecisato. Comunque sia, nonostante i brividi sonnecchino, lo spettacolo incanta e stordisce, riuscendo a centrare l'obiettivo di divertire. Peccato il pacchetto non manchi di includere una discutibile lezioncina morale: la famiglia, pur se aggiornata ai tempi, non si tocca e l'"altro" non può che fare, prima di tutto, paura (i tempi di E.T. sono un ricordo lontano). E per fortuna nessuno perde la fede per poi ritrovarla! Luca Baroncini Luci nella notte (Des Lumières dans la nuit) di C. Kahn, dal romanzo di Georges Simenon con C. BouquetFilm tratto da Simenon, con la storia intrigante di un litigio in macchina tra marito e moglie, le reciproche storie "poliziesche" dei due, che poi si ritrovano... Sorta di "giallo" esistenziale, anzi la componente "noir" e "polar", dal miglior Simenon (che non nei libri di Maigret). Esistenzialismo, dicevo, perché la vita è un "essere gettati", con notazioni psicologiche e flash a tratti straordinari. Letteratura e cinema sono linguaggi diversi ed è più che giusto che il finale, nel film, sia ben più sospeso ed "enigmatico" che nel libro. Anche per far riscoprire quel geniale "maniaco" (anche sessuale...) che si chiamava Simenon, da leggere e rileggere. Eugen Galasso
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