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REFERENDUM CHE FANNO DISCUTERE
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In tutta l’Europa si parla di referendum. Nei giorni 12 e 13 giugno, nel nostro paese, si è votato per i quattro quesiti relativi alla legge sulla fecondazione artificiale: hanno vinto i SI all’abrogazione di alcune tra le proibizioni in essa contenute, ma la percentuale dei votanti (26% sugli aventi diritto) non è stata sufficiente a ottenere i cambiamenti richiesti. Un successo per la chiesa cattolica, che l’utilizzerà senz’altro per avallare le più assurde interpretazioni della legge attualmente in vigore; una sconfitta per le donne, nei confronti delle quali la legge è, a dir poco, offensiva. In Sardegna, negli stessi giorni, si è votato anche, senza raggiungere il quorum, per abrogare la legge che consente di importare nell’isola rifiuti di origine extraregionale. Ma quelli effettuati in Italia non sono i soli referendum che fanno discutere. Molto rumore ha fatto anche la vittoria dei NO alla nuova costituzione dell’Unione Europea. In Francia e in Olanda, infatti, il progetto è stato bocciato dal voto popolare. Su questo tema si esprimono in modo diverso, ma non antitetico, in questo numero di Cenerentola, Toni Iero ed Eugen Galasso. Entrambi si dichiarano, sostanzialmente, europeisti, ma favorevoli a un Europa dei cittadini, piuttosto che a un’Europa dei burocrati o, peggio, "delle patrie". Iero coglie l’occasione per esprimersi anche contro l’abbandono della moneta unica, temendo effetti devastanti dell’inflazione sui salari dei lavoratori dipendenti. Tuttavia, nel frattempo, in campo libertario, c’è anche chi si fa sostenitore dell’adozione della "moneta deperibile": una vecchia proposta che, periodicamente, viene ripresentata. Ne discutiamo alle pagine 6 e 7, coinvolgendo nel dibattito Roberto Zani. Ritorno al passato? La prevedibile (e prevista) bocciatura della costituzione europea da parte degli elettori francesi e olandesi sta determinando una sorta di messa in discussione di tutta la costruzione europea. In diversi paesi del continente, alcune forze politiche, strumentalmente, sostengono che tutto il progetto europeo sia da buttare. Costoro, di fatto, si trovano a difendere l’idea che la compiutezza organizzativa sarebbe appannaggio dei soli Stati nazionali, un’affermazione che farebbe gioire Hegel nella sua tomba. In Italia i politici della Lega Nord si stanno rivelando come i più allegri interpreti del nazionalismo (forse è un po’ contraddittorio, ma loro se ne fregano dei cavilli della logica). Abbiamo sentito un ministro della Repubblica proporre il ritorno alla buona, vecchia e flaccida lira. Forse tale sagace ministro ha pensato che, con la lira, possiamo ricominciare a svalutare la moneta ogni sei mesi. Così, senza dover perdere inutilmente tempo a qualificare il livello della produzione nazionale, torneremo ad esportare scarpe, stoffe, mobili ed altri prodotti di elevato contenuto tecnologico. Risultato? Crisi economica finita e benessere per tutti gli imprenditori padani. A completamento di tale ragionamento potremmo aggiungere che, con una valuta debole, avremo una ripresa dell’inflazione. Poiché non c’è più la scala mobile e i salari rimangono fissi, si otterrebbe un sostanziale abbattimento del costo del lavoro. In queste condizioni spezzeremo le reni anche alla Cina! In tale contesto, la diffusione della povertà tra i lavoratori sarà così rapida che, in pochi mesi, avremo risolto anche un altro problema che sta molto a cuore alla Lega Nord: l’immigrazione. Già, perché chi emigra cerca di andare in un paese dove vi siano più opportunità di quello da cui parte. Se seguiamo le fulgide intuizioni del Maroni, in poco tempo, Italia o Bangladesh non farebbe poi tanta differenza. Finalmente ci libereremo di questi dannati extracomunitari che … però mi viene un dubbio: se abbandoniamo l’euro, non è che diventiamo anche noi extracomunitari? Chiederò lumi al Maroni... Ma lasciamo perdere l’Italia, anche se, purtroppo, al di fuori del Belpaese non ci sono personaggi così divertenti. Il processo di convergenza che sta dietro all’Unione Europea è complesso e ha implicazioni piuttosto variegate. La riduzione delle barriere al movimento di merci e persone ha comunque determinato un avvicinamento tra le popolazioni. Inoltre, il sentimento di condividere qualcosa e di avere dei valori in comune ha permesso di ridurre la probabilità di guerre sul continente. Un’unica moneta rappresenta un elemento di semplificazione economica. Una valuta forte e stabile, oltre a garantire meglio la capacità d’acquisto dei cittadini, offre opportunità di sviluppo economico che una società dinamica ed aperta è in grado di cogliere (con il permesso di Maroni). Inoltre la creazione di uno spazio politico e sociale europeo dà l’occasione di "importare" nei paesi meno evoluti le esperienze di società più avanzate. Insomma, non ha senso mandare tutto al diavolo per tornare alla logica del singolo Stato entro cui dovrebbero comporsi tutte le contraddizioni. D’altra parte il pianto dei cosiddetti europeisti è composto abbondantemente da lacrime di coccodrillo: fino a questo momento l’Europa si è caratterizzata come un edificio costruito sulle convenienze degli Stati e delle maggiori imprese europee e ha tenuto in ben poco conto le esigenze dei cittadini. C’è poco da stupirsi se, alle prime verifiche referendarie, questa costituzione europea, frutto di elaborati e, a volte, incomprensibili compromessi tra i vari governi, sia stata respinta dalla maggioranza dei votanti in Francia e Olanda (due Stati fondatori dell’Unione). Forse, a spiegare almeno in parte tali risultati, contribuisce il fatto che l’Unione Europea assomiglia sempre più ad una specie di super Stato, laddove sarebbe stato preferibile impostare una struttura federalista, in grado di superare la rigida divisione statuale che ingabbia l’Europa. Gli europeisti in buona fede farebbero meglio a domandarsi quale possa essere stata la percezione di una costruzione astratta, come la costituzione europea, da parte di cittadini che devono convivere con il pericolo della disoccupazione, del taglio dei regimi pensionistici, della limitazione delle coperture sanitarie, in definitiva della abdicazione da parte dello Stato a quelle funzioni sociali cui eravamo stati abituati a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Certo, si tratta di conquiste dal sapore socialdemocratico, molto spesso applicate contraddittoriamente e per lo più compiutamente raggiunte solo dai paesi dell’Europa del Nord (ben poco di ciò era presente in Italia). Tuttavia, non per questo vanno ignorate o sottovalutate. Però la globalizzazione ha messo in crisi il modello di Stato sociale europeo, e pensare di poter riproporre la soluzione socialdemocratica, riportando indietro il calendario di oltre mezzo secolo, significa illudere gli interlocutori a cui ci si rivolge. I bei tempi andati sono tali, cioè andati. Nuovi problemi richiedono nuove soluzioni. Su questo terreno il movimento libertario (quello vero, che non è certo rappresentato dal folklore bombarolo che ci propina la televisione italiana) avrebbe molte cose da proporre, a partire proprio dalla visione federalista dell’organizzazione politica (non confondiamola con quella della Lega Nord, in realtà più interessata ai ministeri romani che alla autonomie locali padane). Riuscirà il movimento anarchico e anarcosindacalista a farsi portatore di un credibile progetto di rinnovamento sociale? Allo stato attuale questa operazione sembra praticamente impossibile: oggi, purtroppo, il movimento appare debole, frammentato e incapace di comunicare al suo esterno. Tuttavia i tempi cambiano e, chissà, il futuro potrebbe riservarci delle sorprese ... Toni Iero O negazione dell’evidenza? Quando la borsa si stringe (crisi dei mercati europei rispetto a quelli nordamericani e asiatici), i poteri, statali e non, convergono per far fallire il progetto di boicottaggio dell'Europa o meglio di questa Europa, egoisticamente eurocentrica, fondata sui mercati e sul capitalismo. Il clamoroso autogoal del referendum in Francia e Olanda qualcosa dovrebbe pur suggerire. Non credo che l' "Europa delle patrie" sarebbe migliore, anzi per noi libertari sarebbe peggio, ma quella dei "marchettari", certo, è orrenda; qualunque cosa si possa pensare del referendum, che comunque non è molto meglio delle elezioni, esso talora può rappresentare un argine al peggio imposto ai popoli. Lasciamo perdere l'inquinamento dell'estrema destra; non si può credere che Le Pen in Francia e la memoria di Fortuyn in Olanda giochino un ruolo così forte; quando il popolo può esprimersi (salvo in Italia, dove il bizantinismo delle formulazioni gioca un ruolo negativo), qualcosa lo dice, non lo "manda a dire". Ora, per "difendere l'Europa" (questa Europa) in Francia si sono mossi in tanti, in troppi: l'ex-nouveau philosophe André Glucksmann è arrivato a dire, dopo il voto, che "Col voto del 29 maggio la Francia si è messa fuori gioco. Da ora in poi, la scena politica francese non sarà più europea". Pure asserzioni lapidarie e assolute, nessuna analisi critica. Non meglio lo storico Jacques Le Goff che, alla vigilia del voto, affermava "Il successo del NO sarà una catastrofe. Nevrosi, se non isterismo: come se il voto del 29 maggio dovesse bloccare chissà quale minaccia, anziché dare degli orizzonti e delle regole alla futura Europa"... Eugen Galasso E’ vero. Le affermazioni di Glucksmann, di Le Goff e, più in generale, di chi difende il progetto di costituzione europea accusando gli elettori d’essere isterici nascondono soltanto l’impotenza di chi le fa. Ed è anche vero che, come scrive Galasso, ‘quando il popolo può esprimersi (salvo in Italia, dove il bizantinismo delle formulazioni gioca un ruolo negativo), qualcosa lo dice’. Forse, più che pronunciarsi "contro l’Europa", come vorrebbe la destra, o "contro l’Europa dei burocrati", come desidereremmo, il popolo si è pronunciato, soprattutto, ‘contro i bizantinismi’, quelli connessi al progetto di costituzione europea, come quelli contenuti nelle incomprensibili schede dei referendum sulla fecondazione artificiale.
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