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A proposito di moneta "deperibile"   

 

Moneta deperibile

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Come abbiamo avuto modo di ricordare nell’articolo di prima pagina, c’è chi ritiene l’inflazione un male da combattere, e chi, invece, la ritiene un’opportunità. E’ un vecchio dibattito. Recentemente su “Sicilia Libertaria” sono apparsi due articoli nei quali, sia pure all’interno di un contesto più ampio, viene affrontato l’argomento. Il primo, firmato Diogene, s’intitola: “Silvio Gesell, il Marx degli anarchici?”, il secondo contiene la risposta di Roberto Zani. Ne rileggiamo, insieme a Toni Iero, alcuni brani.

«Se è vero che le nostre riflessioni soffrono spesso della mancanza di una teoria anarchica dell’economia – scrive Diogene - questo è anche dovuto al totale oblìo dell’opera dell’economo "a-crate" Silvio Gesell (1862 -1930). Commerciante e imprenditore tedesco-argentino, Gesell voleva liberare l’economia dalla schiavitù degli interessi e della proprietà terriera, il mercato dal capitalismo e le donne dal patriarcato».

Sono infatti gli interessi, per Gesell, a generare schiavitù. «Non solo i cosiddetti paesi "in via di sviluppo", ma anche la "ricca" Germania è talmente indebitata che spende all’incirca un quarto della spesa pubblica per gli interessi sul debito (...). Questo debito viene scaricato su tutti quelli che pagano tasse dirette e indirette. Non solo chi ha debiti paga interessi: i consumatori pagano "i costi del capitale" alle ditte produttrici indebitate (...) facendo la spesa al supermercato». (...)

«La soluzione per Gesell e i suoi seguaci sta allora nel creare un denaro che si "arrugginisca", che, avendo costi di mantenimento pari agli interessi sul capitale, ristabilisca la parità delle opportunità sul mercato, abolendo il privilegio dei proprietari di capitali e lasciandoli morire di una morte dolce. Mentre i geselliani di sinistra aggiungono qui anche la confisca dei grandi capitali, quelli liberali la negano. (...) I geselliani (...) rimproverano ai marxisti di non aver colto l’essenziale differenza tra gli interessi sul denaro (più o meno costanti, considerando l’inflazione) e il reddito da capitale, di non aver capito il vantaggio della liquidità nel capitalismo (che permette di attendere che il reddito da capitale s’innalzi) e la provenienza del profitto (del reddito) dagli interessi sul capitale. Marx, concentrato sulla sfera produttiva, deduce gli interessi dal profitto e non il profitto dagli interessi sul capitale (rendita). Per Marx gli interessi sono esclusivamente una questione tra capitalisti; egli nega il conflitto di interessi tra denaro e lavoro. Marx non comprende che l’imprenditore indebitato deve sottrarre agli operai denaro per pagare interessi composti ai capitalisti. Solo se è proprietario non indebitato diventa capitalista e sfruttatore anch’egli, appropriandosi di reddito da capitale fisso e finanziario. Così, attraverso il consumo, la tassazione e i debiti, quasi tutti paghiamo in un modo o nell’altro i capitalisti (terrieri e finanziari). Lo sfruttamento trova qui la sua origine.

Per Gesell - dunque - anche la rendita fondiaria va abolita. Tutta la terra andrebbe confiscata (salvo le abitazioni private). Essa diverrebbe l’eterna e intoccabile proprietà esclusiva della federazione delle madri residenti. Non essendo più la terra soggetta alla speculazione e al continuo aumento di valore, le donne l’affitterebbero a chiunque ne abbia bisogno. Le madri ne ricaverebbero una pensione mensile, uguale per tutte, come ricompensa per il loro lavoro di pubblica utilità. (...)

Proudhon aveva immaginato la creazione di banche di scambio di prodotti reali al fine di liberarsi dalla schiavitù degli interessi e dell’inflazione (...). Esse sono poco pratiche (...). Perciò Gesell inventa il denaro a interessi negativi, che si "arrugginisce", perde ogni mese un valore dell’1% e ha perciò bisogno di "ricarica". Viene assicurata così la concorrenza, con pari opportunità e senza sfruttamento. Il denaro circola velocemente e tutti cercano di sbarazzarsene non volendo perdere il suo potere d’acquisto. Chi ha invece bisogno di credito, lo riceve ai "costi di produzione" (i soli costi di amministrazione, ciò che Gesell chiama gli interessi naturali, senza profitto). La prassi del denaro che si arrugginisce si trova già nella molto remota storia cinese e nel Medioevo tedesco (...). Gesell la reintrodusse quando fu "incaricato popolare dell’economia" (ministro) - a fianco di Landauer, Eisner e Toller - durante la rivoluzione di Monaco di Baviera, prima d’essere destituito dai comunisti. In seguito alla sua propaganda, si svolsero esperimenti concreti ai tempi della crisi economica in Germania (Schwanenkirchen 1930), Austria (Wörgl 1932) e negli USA (1933) (...).

Gesell – conclude Diogene - parla di egoismo, di selezione naturale, di libera concorrenza, di mutuo appoggio, di libero accordo e di libero amore. Il suo modello è stato finora accolto da quegli anarchici (spesso individualisti) che credevano nella concorrenza e nel mercato come ad una necessità anche della società anarchica.

Tra loro, in primo luogo, Gustav Landauer, ma anche Martin Buber e Pierre Ramus (pure Nettlau quando critica Kropotkin). Altri, come Erich Mühsam nel suo Kain, hanno salutato il modello geselliano come un metodo utile per la "transizione". Le concrete sperimentazioni geselliane, tutto sommato positive seppur geograficamente ristrette, e comunque, a causa del potere dello Stato, non in grado di imporre la socializzazione della terra e dei grandi capitali, permettono finora di attribuire all’utopia economica di Gesell una funzione di nicchia, di alternativa per piccoli gruppi e reti, ma all’interno del capitalismo ("un’isola felice" finché sarà consentita)».

«Mi associo senz’altro – risponde Zani - all’invito che Diogene (...) ha fatto agli anarchici di appropriarsi degli strumenti della teoria economica. Pur riconoscendo i rischi e i limiti dell’economicismo, ritengo che la sostanziale assenza di teorici anarchici in materia dopo Proudhon (che ispirò sia Marx che Gesell) e Kropotkin abbia fortemente indebolito la portata sociale del pensiero libertario.

Venendo alla questione specifica, l’enorme espansione dell’attività finanziaria e speculativa che ha caratterizzato il capitalismo negli ultimi decenni ha condotto gli oppositori a ricercare dei possibili rimedi (come la Tobin tax) per combattere lo strapotere della cosiddetta "economia di carta". Il rinnovato interesse per la moneta deperibile di Gesell si può inquadrare all’interno di tale contesto, in cui la moneta ha acquistato un ruolo così importante come bene di investimento finanziario.

A Silvio Gesell vanno riconosciuti dei meriti relativi allo studio della sfera della circolazione: la sua scoperta maggiore fu quella che verrà poi definita la "preferenza per la liquidità", ovvero la volontà del detentore di moneta di non spendere tutto, perché la moneta non è solo un mezzo di scambio ma anche riserva di valore nel tempo: al contrario delle merci essa non è deperibile ed anzi, per farla uscire dalle tasche dei suoi detentori, viene offerto loro un interesse. Perciò sul mercato delle merci l’offerta è più debole della do

manda: se l’offerta è pari a 100 e la moneta disponibile altrettanto, una preferenza per la liquidità di 5 fa diminuire la moneta effettivamente circolante (e quindi la domanda) a 95, provocando crisi di sovrapproduzione e deflazione (prezzi decrescenti). Keynes (grande estimatore di Gesell) propose di risolvere tale situazione, che attanagliava l’economia mondiale dopo la crisi del ’29, con l’inflazione: lo stato stampava moneta (...) fino a svalutarla, costringendo così i detentori di moneta a disfarsene per contenere la perdita del potere d’acquisto reale. Questo fu l’atteggiamento generalmente seguito dagli stati, che alcuni decenni dopo si ritrovarono però con il problema opposto dell’inflazione galoppante.

L’idea di Gesell invece (...) non consisteva in un intervento statale, ma in una moneta che "brucia lentamente" e perde sia valore nominale che reale (potere d’acquisto), costringendo ugualmente i detentori ad affrettarsi a spenderla e a "far girare" così l’economia.

Volendo però fare un confronto tra Marx e Gesell occorre partire dalla loro diversa concezione dello sfruttamento nell’economia capitalistica: per Marx ha origine dal pluslavoro, cioè da quella parte di lavoro che non viene remunerata al lavoratore salariato e che in qualche modo genera il profitto dell’impresa. Analizzando tale profitto, esso si suddivide nei "redditi di proprietà" che sono la rendita fondiaria (del proprietario del terreno), l’interesse (del prestatore di denaro) ed il dividendo (dell’azionista, o comunque la remunerazione dell’imprenditore titolare dei mezzi di produzione). Gesell si scaglia però solo contro i primi due, proponendo una terra libera ed una moneta che si svaluta. (...)

In pratica, secondo Gesell gli sfruttatori sono i proprietari terrieri e gli speculatori finanziari, mentre tutti gli altri sono gli sfruttati, imprenditori compresi. Verrebbe perciò meno la necessità dei lavoratori di impadronirsi dei mezzi di produzione, poiché lavoratore ed imprenditore (...) sarebbero alleati. (...)

Si obietterà che con l’attuale "finanziarizzazione" dell’economia, il debito crescente di stati ed imprese ecc., il problema principale del capitalismo è diventato l’interesse degli speculatori e delle banche, mentre il profitto dell’imprenditore è relegato a un ruolo secondario. Tale osservazione sposta però solo in termini quantitativi la destinazione del profitto illustrata in precedenza, senza risolvere il conflitto tra capitale e lavoro salariato. Insomma, non sembra proprio il caso di dimenticare Marx per inseguire le suggestioni di qualche teorico à la page (...).

Quanto alla moneta deperibile, è un’idea che si ripropone ciclicamente insieme a determinati scenari economici: nel 2002 venne in mente ad alcuni esponenti della Federal Reserve (la banca centrale statunitense) che, di fronte allo spauracchio di una economia in deflazione, proposero l’introduzione di un dollaro contenente una banda magnetica che ne diminuiva il valore nel tempo. Concordo comunque che uno strumento monetario simile abbia più probabilità di funzionare in una micro-società: questo non solo per evitare l’opposizione di poteri finanziari forti o dello stato, ma soprattutto perché la moneta, anche se stampata da uno stato che impone il suo "signoraggio", è frutto di una convenzione tacita (quindi di una volontà, sebbene inespressa) di chi la usa».

Dagli interessanti scritti di Diogene e di Roberto Zani emergono due temi:

- la mancanza di una teoria economica a supporto di una visione libertaria della società;

- l’efficacia del "denaro evanescente".

Sul primo punto entrambi osservano, correttamente, che non esiste una teoria economica anarchica. L’anarchismo, figlio dell’illuminismo e quindi ben radicato nel pensiero occidentale, ha alcune peculiarità. Una di queste è essere una costruzione cui numerose persone hanno dato contributi, alcuni anche di grande rilevanza, ma in un processo di arricchimento collettivo che non giunge alla verità definitiva (in ciò c’è un’interessante analogia con il mondo scientifico). Al contrario, il socialismo autoritario è nato impregnato dalle idee di un profeta. Spesso, in passato, al movimento libertario veniva rinfacciata la scarsa scientificità, asserito appannaggio invece del marxismo (socialismo scientifico). Sarebbe facile sminuire l’opera di Marx, specie adesso che tanti ex comunisti rinnegano le loro origini. Invece Karl è stato un eccellente storico, che ha ben descritto la nascita del proletariato industriale, ricostruendo i cambiamenti sociali delle società occidentali, culminati nell’ascesa della grande borghesia. Ma quanto è scientifica la sua teoria economica? La validità di una teoria viene provata verificandone la capacità di prevedere il comportamento futuro degli oggetti che studia. Quante previsioni ha azzeccato Marx? Poche. D’altra parte l’economia, nonostante il massiccio uso della matematica, non è una scienza. Costruire una "esoterica" del plusvalore per spiegare che gli imprenditori, per guadagnare, pagano i loro dipendenti meno di quanto dovrebbero mi sembra uno sforzo eccessivo. È importante avere linee guida teoriche, ma lo studio delle dinamiche economiche non può prescindere da un’impostazione "empirica" che colga gli intrecci di fenomeni variegati e complessi.

Veniamo al denaro evanescente. Tale strumento pare un surrogato dell’inflazione che determina un’effettiva riduzione del valore del denaro, tranne che nelle fasi recessive. Infatti i risparmiatori non conservano monete e banconote, ma le investono, anche solo nel conto corrente. I soldi che i risparmiatori mettono in banca o investono in titoli, sono immediatamente spesi da chi li riceve. Le banche li prestano agli imprenditori o ai clienti che, per esempio, acquistano una casa. Lo Stato paga gli stipendi dei suoi dipendenti o acquista armi. Insomma, proprio per la sua natura, il denaro circola continuamente. Il denaro evanescente avrebbe l’effetto di aumentare l’inflazione. È proprio per questo motivo che viene evocato nei periodi di stagnazione economica, quando diminuisce la necessità (e quindi il valore) del risparmio e ci si illude che, incitando le persone a spendere, si rilanci l’economia. Il punto è che se non vi sono le condizioni di base, non è stimolando l’inflazione che si risolleva la congiuntura. Infatti, il mondo è uscito dalla crisi cominciata nel 1929 non grazie alla stampa di banconote, ma in "virtù" della seconda guerra mondiale.

Toni Iero

 

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