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Intervista ai Têtes de Bois

  di Roberto Zani

Copertina del disco Pace e male

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I romani Têtes de Bois sono una band d’autore: privilegiano la ricerca poetica e gli arrangiamenti sofisticati, senza disdegnare le impennate pop e l’ironia. Formatisi nel ’92, cominciarono a fare i loro concerti nelle strade su un vecchio camioncino FIAT 615; nel 2002 hanno raccolto grandi consensi con il cd “Ferrè, l’amore e la rivolta”. Pur partecipando come protagonisti ai festival musicali più blasonati, spesso le loro concezioni e soprattutto i loro interventi rispecchiano le tendenze contemporanee più innovative in campo musicale, coinvolgendo anche personaggi di primo piano nell’attuale panorama culturale. Abbiamo intervistato Andrea Satta, cantante e portavoce del gruppo.

Mi sembra che la vostra ricerca nell’uso degli spazi si colleghi ad un movimento più generale che tenta di portare l’arte negli spazi quotidiani delle persone.

“Usare gli spazi non previsti non significa offrire musica gratis, il pubblico deve fare uno sforzo supplementare: se economicamente è gratis, psicologicamente non lo è. Se prendiamo un tram e facciamo un intervento con tromba, contrabbasso e voce su una tratta che percorre le porte di Roma in cui si fece la Resistenza ed è il 25 aprile, la gente che scende e che sale dal tram deve fare una scelta, c’è il prezzo dell’impegno e dell’adesione. E’ un modo per rendere attivi gli spettatori, è cioè il contrario della tv”. 

Spesso scegliete luoghi che hanno un valore storico come fabbriche abbandonate o altri luoghi significativi per il movimento operaio, ma anche posti apparentemente banali come le stazioni ferroviarie o le aree dei distributori di benzina.

“Le aree dei distributori sono i nuovi spazi sociali, la gente si incontra là perché c’è il caffè, un piccolo shop, il meccanico, il parco giochi per il bambino… Leggi il giornale, pranzi, forse trovi un amico, dopodiché ricomincia la gelatinosa solitudine della vita del pendolare. Il momento più importante della giornata è l’andare ed il tornare dal lavoro, non è il lavoro. E’ in un’area di servizio o su una corriera che ti innamorerai, lì ti farai i tuoi amici. Oggi gli obiettivi che dovresti raggiungere sono così tanti che quando una cosa è fatta, devi subito pensare a quella successiva: il ‘tra’ diventa la condizione ordinaria, quella forte in cui succedono le cose. Però questo tempo è cancellato nel pensiero, ti senti già alla meta anche se fisicamente ancora non ci sei. Allora per fartelo capire facciamo un intervento in quel periodo di tempo. Una volta col nostro camion abbiamo fatto un percorso di 5 distributori, con un artista ospite diverso per ogni distributore, e improvvisamente le aree si sono riempite di contenuti. Il tempo dell’attesa si può aprire, dipingere, colorare, scrivere, raccontare”.

Un’altra vostra caratteristica è il largo uso di collaborazioni con attori e poeti (Marco Paolini, Paolo Rossi, Ezio Vendrame, ecc.). La musica non è più sufficiente?

“Non esiste un vero confine emotivo o espressivo tra pensare un’immagine e scriverla, girarla in un set cinematografico o cantarla sul palco. Qualche artista usa anche più di un linguaggio contemporaneamente. Questa contaminazione è un po’ la metafora del nostro camion, che è una zattera artistica senza passaporto dal quale si sale e si scende. L’unica cosa necessaria è la condivisione di una certa disponibilità alla lirica”.

Queste cose si realizzano al “Festival di Stadarolo”, che voi organizzate annualmente nella periferia di Roma.

“Il festival si tiene in un’area a 40 chilometri da Roma, in una periferia spersonalizzata che per noi diventa un laboratorio a cielo aperto dove accadono cose inconsuete. Gli artisti si connettono tra loro, c’è una regia istintiva e di strada che secondo me rappresenta molto il suono dei nostri anni, perché noi viviamo la nostra realtà e da questa scriviamo le nostre pagine: diversamente, invece che figli del nostro mondo saremmo asessuati e atemporali interpreti di un pensiero perfetto. Non fa parte del nostro ruolo di peccatori laici”.

La musica d’autore è il genere che privilegiate ed il fatto di mettere in connessione grandi autori o poeti del passato come Leo Ferrè e Dino Campana, con interpreti oggi di primo piano come Daniele Silvestri, Francesco Di Giacomo o Nada è molto interessante, ma può essere letto anche come un segnale di una crisi della musica d’autore, che cerca di mettere in campo tutte le forze disponibili per uscire dall’attuale condizione di semiclandestinità: la gente sembra essere rimasta ferma ai grandi nomi degli anni ‘70.

“Beh, noi non siamo il centro mondiale della musica d’autore. Comunque non ho nessuna nostalgia del passato, credo che alla canzone d’autore oggi non manchi niente rispetto a quella di 30 anni fa, sono solo diversi i meccanismi di mercato. Si è formato un pubblico dalla fine degli anni ’70 ad oggi (cioè dall’inizio dell’era delle tv di Berlusconi) che non poteva innamorarsi di questo genere: si è lavorato scientificamente allo scopo di far crescere una generazione che non poteva darsi il tempo di capire un autore. Però si è mantenuto quello che già esisteva, che non poteva essere cancellato e che comunque faceva già mercato, salvando cioè la memoria facile ed evitando che si lavorasse sulla memoria in progress. Il nostro popolo ha una memoria ed è quella televisiva, fatta sempre delle stesse cose, che occupa tutto il posto escludendo il resto”.

Infatti i più grandi storici oggi in Italia sembrano essere Pippo Baudo e Bruno Vespa. Quali sono i cantautori contemporanei che preferisci?

“Ce ne sono molti. Daniele Silvestri ha nelle sue corde delle cose molto migliori di quelle fatte finora. Oppure Lalli, Pino Marino, nomi anche poco conosciuti… Ci sono molti artisti che vivono nella loro periferia con una grande percezione poetica ed artistica. Non è male essere periferici, l’importante è che ci sia una rete che connette le periferie: in tal modo acquisterebbero un grande valore. Anche la sinistra ortodossa dovrebbe rendersene conto, avrebbe più spazio di manovra e sarebbe meno ricattabile dalla parte più moderata”.

Nel 2002 avete fatto un album, “Leo Ferrè, l’amore e la rivolta”, che vi ha fruttato il premio Tenco come migliori interpreti e 2000 copie vendute

“In Italia Ferrè fu emarginato se non altro perché anarchico, non ha mai trovato nella sinistra delle spalle comode. E’ stato leader nelle classifiche francesi ed ha scritto dei capolavori anche in italiano, ma non è mai stato invitato neppure come ospite ad una kermesse o ad un vero concerto popolare. Quando la moglie ci propose di fare un disco su Leo, ci disse: ‘guardate che avrete anche tanti nemici’. Così è stato, Leo non è un autore accomodante, non dice cose che servono alla piazza”.

Sembra che oggi si ritorni, dopo diversi decenni, a guardare alla musica d’autore francese con un certo interesse.

“Prima dell’uscita del nostro album, dei dischi di Ferrè se ne vendevano poche centinaia di copie l’anno: dopo sono diventate migliaia ed il nostro disco ha venduto 20.000 copie. E’ di un ottimismo straordinario il fatto che soprattutto dei ragazzi si sono interessati ad un album di un gruppo non conosciutissimo, con canzoni spesso basate su poesie non facili da digerire, tradotte e cantate originariamente da un autore pressoché sconosciuto. Credo che questo abbia illuminato ed incoraggiato il percorso di altri artisti come Gilberto Monti, Alessio Lega, Gianmaria Testa. Nessun francesismo, siamo felicissimi di essere italiani; ma data l’attuale colonizzazione culturale angloamericana, mi pare una cosa importante. Poi si muovono altre cose: ad esempio il ‘fenomeno Manu Chao’ non è sfuggito al mercato, ma resta in ogni caso interessante perché rappresenta un altro mondo, un altro segnale che può connettere le periferie”.

Il vostro ultimo album, “Pace e Male”, è un cd doppio uscito nel 2004 pieno di spunti: il primo cd fatto di canzoni, il secondo di frammenti di radiocronache alternate ad interventi musicali, sonorità sperimentali, un video…

“‘Pace e Male’ è la necessità di aprire tanti fronti. Poi c’è la radio come protagonista nel secondo disco. La radio è la vita che ti trapassa, è un’occasione, se fai 100 chilometri in auto in Italia e ti fissi su una stazione magari ti becchi 50 suggerimenti diversi, poi quando sei disperato arriva la canzone rock più bella della tua vita. La radio ti offre la possibilità di dialogare con le suggestioni: se ascolti la radiocronaca di una fuga al giro d’Italia puoi scrivere tu la sceneggiatura perché c’è solo un canovaccio. La radio ha questo fascino, non é semplice comunicazione, ma è anche evocazione. E’ una coproduzione dei tuoi sogni”.

Voi siete ospiti abituali al festival Ferrè, al Premio Tenco e al festival di Mantova. Ci sono elementi in comune tra questi eventi? 

“Sì, sono avulsi dal luogo in cui si tengono, il pubblico viene ‘convocato’ da altre parti d’Italia. Ma la mancanza di radicamento non è un problema: in questi posti incontri persone che non si arrendono, che hanno fatto un percorso ad ostacoli ma ci credono tantissimo e si battono, allora pensi che si può andare avanti”. 

Roberto Zani

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