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58° FESTIVAL DI CANNESQuel che resta del festivaldi Luca BaronciniStar Wars: episodio III
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FESTIVAL DI CANNES Quel che resta del festivalPer undici giorni i giornali di tutto il mondo hanno avuto gli occhi puntati su quel tratto della Costa Azzurra in cui il cinema si ritrova annualmente per celebrare se stesso e chi a quell’universo appartiene, o fa di tutto per entrarci. Riflettori accesi, quindi, sul grande circo mediatico del Festival di Cannes. La ricetta è sempre la stessa. Per far parlare devi farti sentire. Ecco quindi presentati film che avrebbero avuto vita facile nelle sale anche senza il supporto del Festival (il terzo e conclusivo episodio di "Star Wars") ma di cui il festival non può fare a meno per conquistare le prime pagine dei giornali e l’interesse globale. Il presidente Gilles Jacob ha introdotto la manifestazione parlando di "un festival di film d’autore" e, dando un’occhiata al programma, si può dedurre che ancora una volta i rischi sono stati ridotti al minimo puntando, almeno per il concorso, sul sostegno di registi più che affermati in cerca di una vetrina prestigiosa. Poche folgoranti sperimentazioni, quindi, nella competizione ufficiale, ma il meglio di ciò che la produzione internazionale offre in questo momento particolarmente difficile per il cinema, dove la concorrenza sempre più spietata dell’home-video, la pirateria e la disaffezione del pubblico, stanno rendendo la vita dura a più di un gestore, soprattutto per le monosale cittadine. Più azzardati i programmi delle sezioni collaterali, da "Un certain regard", parallela al concorso ma con autori meno paludati, a "Quinzaine des Rèalisateurs", curata e seguita autonomamente da un comitato di registi per offrire uno spazio al cinema indipendente di tutto il mondo. Il copione del festival è stato regolato dalle immancabili tappe che determinano la riuscita di qualsiasi manifestazione: un inizio col botto, un programma solido, l’evento mondano e tanti, tantissimi divi in calibrata "Montée des Marches", cioè in "risalita" della scalinata coperta di guide in velluto rosso, passaggio obbligato per accedere al Palais du Cinema. Non è mancato poi un accenno all’attualità per dimostrare che il festival, concentrato su sè stesso e sulla celebrazione del mito, comunque non dimentica. Su tre gigantografie, appese alla facciata del Palais du Cinema, campeggiavano infatti il volto della giornalista di Liberation, Florance Aubenas, rapita in Iraq l'11 marzo, quello del suo autista-interprete (rapito con lei) Hussein Hanoun, e quello di Ingrid Betancourt, leader del movimento colombiano "Oxigeno Verde", candidata alle presidenziali del suo Paese e sequestrata nel 2002. un inizio col botto In ossequio al consueto sciovinismo francese, ad aprire le danze cinematografiche è un film nazionale che, forse perché sono diciassette anni che la Francia non vince, viene subito dato come favorito alla Palma d’Oro. È "Lemming" di Dominik Moll, noir psicologico assai bislacco impreziosito dal carisma di una radiosa Charlotte Rampling. Il piccolo roditore che dà il titolo al lungometraggio, e resta incastrato nel tubo di un lavandino, è metafora della disperazione della protagonista, incapace di prendere una strada risolutiva per la propria esistenza. La Rampling si dichiara entusiasta del ruolo, la Francia ha il suo palcoscenico, il pubblico applaude, ma per una volta le previsioni della vigilia non trovano conferma nel verdetto finale e il film passa nell’indifferenza della Giuria. A garantire il richiamo mediatico nel primo giorno di festival, una performance degli artisti del Cirque du Soleil in omaggio al gusto estetico e musicale del Presidente della Giuria, il regista Emir Kusturica. La cerimonia d’apertura è condotta dalla giovane attrice belga Cecile de France che presenta con sobrietà, e un filo di voce, la giuria internazionale, con gli attori Javier Bardem, Salma Hayek e Nandita Das, la scrittrice afroamericana Toni Morrison e i registi Benoit Jacquot, John Woo, Agnes Varda e Fatih Akin. un programma solido ''Ci saranno sorprese" ha dichiarato il presidente della giuria Emir Kusturica poco prima della serata di premiazione e infatti, al di là di ogni previsione, a conquistare la Palma d’Oro sono stati nuovamente i fratelli Dardenne con "L’enfant", già vincitori nel 1999 con "Rosetta". Con uno stile molto personale, fatto di essenzialità e rigore, il duo belga mette in scena ancora una storia di profondo disagio sociale: una giovane coppia un po’ sbandata ha un figlio, e il padre decide di vendere il neonato per fare un po’ di soldi. La macchina da presa attaccata al volto dei protagonisti, la reiterazione di gesti e abitudini, la scarsità di dialoghi, l’assenza di musica, sono questi gli elementi principali della loro visione, che ha il pregio di non perdersi in fronzoli ma il difetto di finire per raccontare sempre la stessa disgraziata storia. Cambio radicale di genere nell’attribuzione del "Gran Premio della Giuria" che nobilita inaspettatamente la commedia attraverso Jim Jarmusch e il suo "Broken Flowers". In molti aspettavano un riconoscimento anche per il protagonista Bill Murray, che con il consueto distacco, tra il sornione e il malinconico, si mette alla ricerca del figlio che non sapeva di avere ripercorrendo alcuni amori giovanili. La Giuria ha invece scelto come Miglior Attore Tommy Lee Jones, protagonista del suo debutto alla regia dal titolo menagramo "Le tre sepolture". Il film, premiato anche per la Migliore Sceneggiatura (Guillermo Arriaga, lo stesso di "Amores perros") vede un cowboy vendicatore attraversare a cavallo il confine tra Texas e Messico accudendo il cadavere di un amico messicano ucciso per errore. In linea con le attese, invece, il premio per la Migliore Attrice all’israeliana Hana Laszlo, interprete del film di Amos Gitai, dove si racconta il viaggio in taxi di tre donne verso la "Free Zone" del titolo. È una fascia di terra a Est della Giordania, al confine con l'Iraq, senza dogana né tasse, dove iracheni, siriani, israeliani, si incontrano per vendere e comprare automobili e dove, come per incanto, cessano tutte le ostilità. La critica non ha amato particolarmente il film definendolo " sgangherato", "didascalico", "poco accurato", ma tutti hanno riconosciuto il talento della Laszlo, definita "una vera forza della natura, un’Anna Magnani israeliana". Uno dei favoriti, "Caché" di Michael Haneke, si è dovuto "accontentare" del premio per la Migliore Regia. Il film, interpretato da Juliette Binoche e Daniel Auteuil, punta il dito sulla piaga della questione algerina attraverso un racconto che vede protagonista una coppia della borghesia parigina. Il giallo comincia con alcune strane cassette che Georges, un giornalista, riceve da un misterioso mittente e che finiranno per risvegliare un senso di colpa rimosso. Tra chi è rimasto a bocca asciutta, pur facendo molto discutere, non bisogna sicuramente dimenticare due degli autori più disturbanti ammessi al concorso: il canadese David Cronenberg e il danese Lars Von Trier. Il primo abbandona la follia visionaria a cui ci ha abituato ("Crash", "Inseparabili") per calarsi, con "A History of Violence", in una storia di "genere" definita dallo stesso regista come "un western contemporaneo e cittadino con al centro il mito dell’uomo che protegge se stesso e la famiglia facendosi giustizia da solo". Il bizzoso Von Trier, arrivato in camper perché terrorizzato dagli aerei, presenta invece la seconda parte della sua trilogia (anti)americana. Dopo "Dogville" e Nicole Kidman è ora la volta di "Manderlay" e Bryce Dallas Howard, ancora girato in un teatro di posa in cui le scenografie sono disegnate per terra. Difficile non vedere nella provocatoria messa in scena di Von Trier una metafora del presente, con la protagonista che in nome della democrazia e del bene collettivo arriva a produrre carestie, torturare e uccidere. Il film sarà nelle sale il prossimo autunno, ma chi muore dalla curiosità di visionare in anteprima questa e altre opere presentate a Cannes, non deve lasciarsi scappare la rassegna organizzata a Roma, Milano, e per la prima volta anche Bologna, con una ventina dei titoli più rappresentativi presentati sulla Croisette.e il cinema italiano? Marco Tullio Giordana è l’unico italiano in concorso con "Quando sei nato non puoi più nasconderti" in cui un bambino bresciano, in crociera con il padre nell’Egeo, cade in mare e viene raccolto da un gruppo di clandestini. Lo spunto narrativo consente un ribaltamento del punto di vista e pone le premesse per un’indagine originale sul tema dell’immigrazione. Il pubblico ha gradito, con nove minuti di applausi e un incasso di tutto rispetto al suo debutto nelle sale italiane, mentre la stampa ha accolto con gelo il termine della proiezione (è pure volato qualche fischio). Migliore il gradimento per "L’orizzonte degli eventi", nella sezione "La settimana della critica". Daniele Vicari, dopo il bell’esordio con "Velocità massima", torna, sempre con Valerio Mastandrea e la Fandango di Domenico Procacci alla produzione, con un film che mette a confronto due mondi opposti attraverso l’incontro di uno scienziato in crisi con un pastore albanese. Il tutto nella cornice inedita del Gran Sasso. l’evento mondano Molte le feste e le iniziative benefiche, spesso in concorrenza tra loro. Tra le più ambite, quella con il cast al completo di "Guerre Stellari" (tranne Ewan McGregor, impegnato a teatro) in un locale della Croisette aspettando la Queen Mary II, la più grande nave da crociera del mondo, dove George Lucas è stato premiato direttamente dal Presidente del Festival, Gilles Jacob, con il Trofée du festival. Luca Baroncini La vendetta dei Sith di G. Lucas con E. McGregor, N. Portman Il rito collettivo è cominciato e "La vendetta dei Sith", grazie a un marketing senza uguali e con la complicità della critica che pare essersi divertita come non mai, è pronto a invadere i cinema del pianeta. Forse ha ragione George Lucas dicendo che i fan della saga si dividono tra chi ha più di venticinque anni, i detrattori della nuova trilogia che fremono ancora rivedendo la prima, e chi ne ha meno di venticinque, gli ignari della triade capostipite pronti a stupirsi per i prodigi tecnici degli ultimi episodi. Sta di fatto che il capitolo conclusivo, pur nello sfavillio di una confezione stupefacente, continua a deludere chi si aspetta di partecipare con un minimo di passione agli stellari eventi. I problemi cominciano già con la didascalia iniziale, sempre obliqua e tendente all'infinito come vuole il mito, in cui il breve e complicatissimo sunto accende subito un punto interrogativo nello spettatore fedele ma non ossessionato. Per fortuna Lucas riesce a creare un "qui ed ora" in grado di rendere elementari (e comprensibili) le dinamiche narrative e costruisce conflitti dai presupposti coinvolgenti. Purtroppo, però, i personaggi non godono di alcuno spessore e l'ambiguità dei contrasti finisce per risolversi banalmente a suon di smazzolate laser. La fascinazione del male, il lato oscuro della forza, subita da Anakin Skywalker attraverso la manipolazione dell'infido Palpatine, è il perno del racconto, ma la sua scissione ha una problematicità solo di facciata, perché Bene e Male risultano entità comunque chiare e riconoscibili, di cui viene negata la coesistenza. O stai di qua o stai di là, con buona pace di chi cerca conforto al proprio "naturale" malessere nelle sfumature. Il profondo conflitto di Anakin poteva quindi trovare una soluzione più interessante di un Dottor Jekyll che sceglie di diventare Mr. Hyde. Così come appare sbrigativa la consapevolezza acquisita dalla senatrice-bambola Padmè Amidala, vittima di un amore da telenovela (e di un parrucchiere che ama l'azzardo). Anche Obi-Wan Kenobi, futuro maestro di saggezza, si riduce a uno spadaccino dalla battuta pronta tutt'altro che carismatico. L'unico che continua a effondere un naturale magnetismo è ancora il piccolo Yoda. Quanto alle scene di battaglia e ai molti combattimenti, godono di una resa visiva impareggiabile a causa dei tanti dettagli che vivacizzano ogni inquadratura, ma le coreografie non garantiscono stupore e di tensione è inutile parlare. L'epilogo di ogni scontro è infatti sempre prevedibile. Tra le tante sequenze movimentate, troppo caotica quella di apertura e bruttarello, perché traboccante pixel, lo scontro finale con sfondo lavico (pare, stando alle note di produzione, si tratti dell'Etna in eruzione), mentre colpisce la capacità di Lucas di tenere sotto controllo l'enormità visiva che arricchisce senza sosta l'azione sul pianeta in cui ha trovato rifugio il cattivo e zampettante Generale Grievous (anche se i ragni di "Starship Troopers" facevano molta più paura). In cotanto splendore digitale gli attori si perdono un po' meno rispetto agli episodi precedenti, ma nessuno si distingue per particolare espressività. L'aspetto più piacevole della roboante visione, che farà comunque sfracelli al botteghino, è nella sua funzione di raccordo con il primo episodio della prima serie, l'ormai remoto "Guerre Stellari" del 1977, anno in cui tutto cominciò. In pratica si creano a posteriori le premesse della saga e le ultime immagini, sempre più affini a quelle che hanno generato il mito, producono una sorta di spaesamento temporale non privo di fascino. Non si tratta di mera nostalgia, anche se forse la sensazione di ineluttabilità che si percepisce ha poco a che fare con il cinema. È la consapevolezza di un cerchio che si chiude intorno a personaggi che hanno accompagnato, da vicino o lontano poco importa, la crescita, perlomeno anagrafica, di ognuno di noi. Può sembrare poco, ed è senz'altro riduttivo attribuire al film il solo valore della rimpatriata tra vecchi amici, ma è probabilmente uno degli stimoli più forti che porterà lo spettatore globale a varcare con eccitazione la soglia del cinema e ad uscire con la faccia da Gioconda, indolente, prossima alla delusione, ma finalmente riconciliata. Luca Baroncini Quando sei nato non puoi più nasconderti di M. T. Giordana con A. Boni, M. Cescon e M. Gadola
Una pellicola di buoni sentimenti, maltrattata dalla critica (come ha segnalato Luca Baroncini, nell’articolo dedicato al festival di Cannes) ma, a mio parere, ingiustamente. Il protagonista, un ragazzino figlio di benestanti bresciani, cade in mare dalla “barca” sulla quale è in crociera con il padre. Verrà salvato da uno dei tanti motoscafi che trasportano migliaia di disperati in Italia. E una storia sdolcinata ma, in fondo, non troppo; comunque utile per tentare di far capire agli spettatori i drammi che quotidianamente si verificano sotto i nostri occhi volutamente distratti. Ottima mi è parsa l’interpretazione del giovane protagonista: raramente, al cinema, capita di vedere un ragazzino così vero. Un ragazzino che guarda e giudica impietosamente. Buone anche le interpretazioni degli Italiani adulti, ritratti in tutta la loro banalità. Qualche critico ha trovato macchiettistici i conducenti del motoscafo, probabilmente perchè abituato a frequentare soltanto salotti letterari. Nel complesso, il film merita d’essere visto. Lucrezia Avitabile di G. Salvatores con A. Baraldi, G. Alberti La frase, ironicamente "blasfema" verso il famoso film (e romanzo) religioso, è tratta da "Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci, il famoso "culterotico". Eppure, qui di eros non ce n'è molto: Salvatores racconta di un'investigatrice privata quarantenne, a Bologna, che indaga sul presunto suicidio della sorella, avvenuto 16 anni prima a Roma. E l'indagine è cosparsa di tanti cadaveri metaforici e non. Complessivamente da vedere, non fosse che per la bravura di Gigio Alberti, Bebo Storti, abituali collaboratori di Salvatores, tutto sommato anche della protagonista Angela Baraldi, normalmente cantante, non attrice. L'atmosfera è quella del noir bolognese anni '70 (1977, diciamola tutta), anche se più che altro di riflesso. Una Bologna un po' magica, forse un po' troppo "torinese", però. Con una particolarità tecnica interessante, perché Salvatores lavora su tre piani: a) il presente, con la pellicola ad alta definizione; b) il passato (non prossimo, neppure proprio remoto), in video; c) il passato remoto, con pellicola in super-8. Salvatores, regista cinematografico milanese di origine catalana, quegli anni (è del '50) ce li racconta in modo gotico, divertendosi e in parte divertendo lo spettatore (ma se siete troppo stanchi rischiate l'abbiocco...). Diverte intelligentemente, ma diciamolo: Salvatores non è Hitchock, c'avesse dato più contesto (qui c'è solo il DAMS e il caso Alinovi "en travesti", la docente d'arte uccisa dall'amante-studente, tra profluvi di cocaina...) sarebbe stato meglio. Certo, noi vediamo (il regista-autore lo dice) ciò che attori/regista non vedono, ma... Da un romanzo di Grazia Verasani. Eugen Galasso |
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