Charles Darwin (1809-1882)

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Modena: ancora su dipendenza, lavoro e diritti

Se Stefano Boni si era domandato fino a che punto l’espansione del capitalismo nel Ghana avesse valorizzato l’individuo, all’interno di un contesto caratterizzato da forti legami d’appartenenza familiare (vedi Cenerentola n. 58), l’antropologa Simona Morganti si è posta una domanda simile con riferimento al modificarsi dell’ "affidamento dei bambini" nel Benin Meridionale. Ed ha esposto le sue conclusioni (provvisorie) nel corso del penultimo incontro del seminario su "Dipendenza, lavoro e diritti", che si è tenuto presso il Laboratorio di etnologia dell’Università di Modena.

L’ "affidamento" è una pratica tradizionale, all’interno delle società da lei studiate: il bambino, in tenera età, viene affidato a parenti presso i quali avrà luogo gran parte della sua istruzione e socializzazione. Cosa che, secondo la Morganti, sarebbe spiegata dal comune sentire dell’appartenenza dei nuovi nati alla comunità, o quantomeno alla parentela, piuttosto che ai genitori naturali.

In queste comunità – afferma - il senso d’appartenenza è talmente forte che l’individuo fatica a pensare a se stesso se non in rapporto agli altri, al punto che proprio l’appartenenza, piuttosto che la libertà, viene considerata come opposto della schiavitù.

Il bambino, coerentemente, viene considerato una reincarnazione degli antenati. Accudito dai parenti, comincia a lavorare per loro intorno ai cinque anni d’età: il suo affidamento fa parte dei normali scambi sociali e non viene da lui vissuto – secondo quanto riferisce la ricercatrice - in maniera particolarmente traumatica. I maschi, intorno ai tredici anni, hanno già appreso tutto ciò che occorre loro per occuparsi dei campi. Ancor più precocemente vengono impiegate le bambine che, verso i sei anni, hanno imparato a rigovernare e cominciano ad accudire i più piccoli.

Per quanto riguarda invece l’inserimento della tradizione dell’affidamento nell’ambiente urbano, che costituisce il centro dell’interesse della studiosa, il bambino (che, in questo caso, è spesso una ragazzina in età tra i 10 e i 14 anni) si reca presso un tutore e "paga" la propria istruzione lavorando alle sue dipendenze per un periodo che si conclude, in genere, con il matrimonio.

Il trasferimento in città – secondo la Morganti - non favorisce particolarmente la valorizzazione dell’individuo: la bambina, istruita sommariamente, passa direttamente dal dominio della famiglia al dominio del tutore, per poi finire sotto quello del marito. Non è più l’Africa tradizionale, ma non è neppure la "modernità".

La ragazza (o il ragazzo) in affidamento è soggetta sia ai vincoli imposti dalla parentela sia a quelli imposti dal "mercato". La sua risposta è spesso la fuga, cui consegue un incremento dei "bambini di strada".

Luciano Nicolini

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Bologna: evoluzione dell’evoluzionismo

Il 24 maggio si è tenuto a Bologna, presso il Dipartimento di biologia evoluzionistica sperimentale, un seminario sul tema "Evoluzione dell’evoluzionismo". Hanno relazionato sull’argomento Giuliano Pancaldi (Nel nome di Darwin: le teorie dell’evoluzione nella sfera pubblica), Rita Casadio (L’evoluzione delle proteine e la bioinformatica strutturale), Valerio Sbordoni (Biodiversità ed evoluzione) Olga Rickards e Gianfranco Biondi (L’uomo a immagine di Darwin), Luciano Margara (Darwin incontra Turing: teoria dell’evoluzione e nuovi paradigmi computazionali).

Particolarmente apprezzato è stato l’intervento di Giuliano Pancaldi, docente di Storia della scienza. "Comunemente – ha sostenuto – si pensa che gli esperti non si lascino influenzare facilmente dai non esperti. In realtà, la storia dell’evoluzionismo sembra indicare il contrario. I maggiori esponenti dell’evoluzionismo hanno mostrato tutti una spiccata sensibilità alle reazioni del pubblico e hanno investito grandi energie per mettersi in sintonia con i loro lettori. In qualche caso hanno addirittura sacrificato allo scopo alcune idee predilette, come fece Darwin ridimensionando il peso della sua selezione naturale". Una tesi senz’altro condivisibile, anche se, ascoltando la brillante esposizione, ho avuto l’impressione che l’oratore abbia a tratti sopravvalutato il desiderio dello scienziato di raggiungere un compromesso con il pubblico e abbia sottovalutato, invece, il ruolo che ha, nella formulazione finale di una teoria, la riflessione, a volte drammatica, cui induce l’imminenza della pubblicazione.

Pancaldi ha iniziato la sua relazione parlando di Lamarck, il primo studioso che, nell’epoca della rivoluzione francese, formulò in modo chiaro una teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali. Le sue idee ebbero larga circolazione ma, inizialmente, furono rifiutate dal mondo accademico. Fu con Darwin che la teoria venne modificata e sviluppata in modo tale da renderla pienamente convincente. Tuttavia, benchè nei suoi diari privati la nuova formulazione fosse comparsa già nel 1838, egli attese fino al 1859, quando reputò che i tempi fossero maturi, prima di pubblicare "L’origine delle specie".

Il maestro, del resto, fu sempre estremamente prudente: nascose, ad esempio, il suo ateismo, che emerge invece chiaramente dall’esame degli scritti privati.

Utile, per tutti coloro che si interessano allo studio delle origini dell’uomo, è risultato poi l’intervento degli antropologi Olga Rickards e Gianfranco Biondi, che hanno illustrato le più recenti vedute sull’argomento. La separazione della genealogia dell’Uomo da quella dello Scimpanzè (sicuramente la specie a noi maggiormente imparentata) dovrebbe essersi verificata intorno a sette milioni di anni fa. Secondo i due studiosi, inoltre, l’analisi molecolare della specie umana avrebbe dimostrato che "l’origine della nostra specie (Homo sapiens) è africana e recente, e che l’Uomo di Neanderthal e l’umanità attuale appartengono a specie diverse". Affermazioni, quest’ultime, intorno alle quali il dibattito scientifico è tutt’altro che concluso.

Luciano Nicolini

 

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