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Intervista a Paolo Rossidi Roberto Zani
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Quando Paolo Rossi arriva in città con un suo spettacolo si può avvertire nell’aria una rara frenesia, che attraversa un po’ tutte le generazioni, dovuta alla ricerca dei biglietti del teatro o alla curiosità di ascoltarlo in un incontro pubblico. Siamo riusciti a fargli qualche domanda subito dopo una replica del suo ultimo lavoro, "Il Signor Rossi contro l’Impero del Male", che ha portato in questi mesi in giro per l’Italia. Sei nato a Monfalcone nel ’53, poi ti sei trasferito con la famiglia a Ferrara dove hai trascorso gran parte degli anni ’70. "Sì, a Ferrara frequentai le scuole medie e la scuola da perito chimico, a 14 anni entrai nel cosiddetto movimento. In quel periodo conobbi una persona che si chiamava Remo Tartari: era un vero personaggio, uno dei più grandi anarchici ferraresi e ci faceva un po’ da pedagogo. Quando mi trasferii a Milano alla fine degli anni ’70 conobbi una realtà più organizzata, c’era il Movimento Studentesco, Potere operaio, Lotta continua. Allora gli dissi: ‘Io non sono più anarchico perché credo che sia giusto militare nel movimento comunista, è più organizzato, efficiente…’. Lui mi rispose: ‘Guarda, tra vent’anni il partito comunista non ci sarà più e noi ci saremo ancora’. Io pensai che era fuori… Passarono 15 anni ed il PCI non c’era più; mi invitano in una libreria a parlare col pubblico, vedo due vecchietti in prima fila, uno era lui, alla fine si avvicina e mi dice: ‘Hai visto, Il PCI non c’è più e noi ci siamo ancora, siamo in due ma ci siamo ancora’. Morì nel 1997 a 95 anni. Il suo è stato il funerale più divertente della mia vita: lui aveva voluto che ci fossero il salame ed il vino, abbiamo mangiato e bevuto, cantato ‘l’Internazionale’ e ‘Addio a Lugano’". Come hai intrapreso la carriera di attore ed autore teatrale? "Non andai all’università perché avevo bisogno di lavorare, volevo emanciparmi dalla famiglia. Appartenevo alla ‘sotto media borghesia’, mio padre era perito chimico. Entrai in una compagnia di marionette perché c’era bisogno di un ragazzo tuttofare: al mattino facevo le marionette, nel pomeriggio raccontavo storie ai bambini con i gruppi di base, di sera lavoravo in un gruppo sperimentale. Poi mi sono iscritto ad un’accademia di teatro, ma mi hanno espulso perché ho accettato un lavoro e questo è proibito, prima devi terminare l’accademia. Ma della mia classe, oggi sono l’unico che lavora e questo la dice lunga, perché la vera scuola del teatro è il palcoscenico. Poi ho avuto dei gradi maestri come Fo, Strehler, Gaber, Cecchi, Caprioli, ho fatto laboratori col Living Theatre…". La contaminazione che caratterizza i tuoi spettacoli è frutto della tua formazione o è una necessità dettata dalla nostra epoca? "Nell’ambiente mi chiamano ‘il chimico’ non per la scuola che ho fatto, ma perché lavoro mettendo a reazione elementi molto diversi e lontani, li combino e se esplodono non fanno male a nessuno. Ad ogni modo in teatro si può copiare, è l’unico ambiente in cui il furto è legittimo: se in 2.000 anni nessuno ha scritto niente di veramente nuovo un motivo ci sarà! Tu puoi solo rivestire con la tua personalità ed il tuo stile, il tuo vissuto e la tua epoca, un’idea che comunque qualcuno ha già avuto". Nei tuoi spettacoli l’improvvisazione ha un ruolo fondamentale, tanto che due repliche non sono mai uguali. "Il teatro non è un ambiente democratico: la compagnia è come una nave, c’è un capitano, il nostromo, i mozzi, e tu che sei il capitano hai la responsabilità verso gli altri di condurre la nave in un determinato punto. L’improvvisazione sembra in scena il massimo dell’anarchia, ma in realtà richiede una disciplina quasi militare. L’improvvisazione non è l’arte dell’espressione come si pensava negli anni ’70. Allora si diceva: ‘dobbiamo esprimerci!’, era un caos totale e l’unico che godeva era quello che urlava più forte. L’improvvisazione è piuttosto l’arte dell’ascolto, nei corsi di improvvisazione che tengo non mi interessa un cazzo per due mesi che cosa tu hai da esprimere, ma come sai ascoltare, dopodiché si vedrà come sai esprimerti. Dietro l’improvvisazione c’è un metodo ben preciso ed una grande conoscenza delle regole". Usi spesso anche il coinvolgimento del pubblico. "Soprattutto ‘Romeo & Juliet’, in cui gli spettatori erano chiamati a recitare i personaggi principali, era un atto estremo per il metodo e la forma: era uno spettacolo dedicato specialmente ai giovani, perché i giovani frequentano i corsi di recitazione e fanno laboratori, ma al teatro si annoiano. Tutte le arti sono cambiate seguendo più o meno l’evolversi della società, sia sul piano culturale che tecnologico. Solo il teatro è rimasto fermo, perché gli intellettuali che dirigono i teatri se ne stanno rinchiusi in una torre ormai ex d’avorio e decidono gli spettacoli in modo autoreferenziale: quest’anno facciamo un Moliére, un Brecht, uno Shakespeare più nero o più rosso… Non considerano i bisogni, le esigenze e anche le urgenze del pubblico. Soprattutto manca un rapporto con i giovani e così si perde il pubblico del futuro. Non capiscono che viviamo in un’epoca in cui il pubblico vuole partecipare, tutto è ‘interattivo’, lo spettacolo deve essere vivo ed irripetibile. Ma anche qui occorre rompere delle regole, se non le conosci alla perfezione non sai come romperle. La tradizione insegna tantissimo, è un bagaglio essenziale soprattutto per gli attori più trasgressivi. Se non conosci la tradizione non sai come rapportarti con la gente: il teatro è nato dalla festa, la festa è recitare col pubblico, non al pubblico, quello appartiene semmai al teatro borghese del 1700 - 1800, la controriforma, Goldoni… Non è vero che a teatro si deve stare sempre seduti, nel teatro greco si interrompeva, si chiedeva di ripetere una scena, si urlava contro un personaggio, era qualcosa di vicino alla sua origine di festa. Tutto sommato il teatro è un luogo abbastanza libero, ma poi qualcuno si è accorto che nei teatri ci sono delle persone vive che escono di casa, stanno insieme e si divertono senza uno schermo e delle nomination, allora hanno esercitato la forma di censura più terribile: hanno tagliato i fondi. Il nostro non è soltanto uno dei pochi paesi europei in cui esiste una censura politica, ma anche dove il teatro sperimentale sta sparendo: è un genere che può piacere o meno, ma è comunque un serbatoio importante per il futuro". Forse i giovani studiano recitazione ma poi preferiscono la tv al teatro, magari per entrare in un reality show… "E’ vero ma solo in parte, perché esiste una realtà mostrata dalla tv e un’altra che la tv non mostra. Viviamo in una specie di Matrix. Direi che lo scontro politico oggi non è tra destra e sinistra in senso classico, ma tra due civiltà, due modi di intendere la vita. L’uso della tv ha in questa situazione delle gravissime responsabilità, dico l’uso perché la tv avrebbe in sé delle potenzialità molto positive". Allora parliamo di tv: negli anni ’90 hai fatto due programmi su RAI 3, "Su la testa" e "Il Laureato", hai avuto un grande successo e sei diventato molto popolare. Nel 1998 sei finito su Italia 1 con "Scatafascio", ma poi sei tornato a dedicarti esclusivamente al teatro. "La tv mi ha dato una popolarità sotto il Po, perché nel nord giravo tranquillamente già da più di 10 anni. Ora invece giro più al sud che al nord perché il nostro è un teatro politico, di situazione e questo genere là viene molto apprezzato. Su Italia 1 la battaglia è andata persa. Io ero convinto di entrare nel cuore del nemico riuscendo a fare certi discorsi. Avevamo un concetto molto forte: noi siamo la merce che spacca la vetrina ed esce, quasi alla Ballard, siamo il saccheggio di Los Angeles all’incontrario. Ma dopo tre puntate il programma è andato in calando, gli sponsor ci abbandonavano. Successe questo: non ci censurarono dicendoci ‘questo non puoi farlo’, ma usarono la forma di censura più grande che esista, cioè il denaro. La compagnia mi si è sfaldata tra le mani: vedevo la gente cambiare completamente, anche gli amici di lunga data; persino agli ultimi arrivati facevano firmare contratti di 4 anni. Anch’io non mi sentivo più io stesso, tanto che mi sono ammalato a causa dello stress e sono stato ricoverato per due mesi in un reparto neurologico. Ero andato a Mediaset pensando ‘li faccio fuori tutti’, invece hanno fatto fuori me. Però poi abbiamo recuperato, magari con fatica… La tv è bella perché se la usi bene è una cosa importante, ma poterla usare bene è difficile". Anche i tuoi ultimi spettacoli teatrali, "Questa Sera si Recita Moliére" ed "Il Signor Rossi e la Costituzione", sono stati in qualche modo censurati dalla tv. "‘Questa Sera si Recita Moliére’ nacque dall’idea di raccontare la figura di un medico ciarlatano che dice di lavorare per la gente, che promette miracoli, che anche se non mantiene le promesse riesce lo stesso a fregare le persone (e soprattutto i più deboli) grazie all'eloquio. La vera satira non è quella che si limita allo sfottò o alla caricatura del potente, al potente questo piace perché lo fa sentire ancora più importante: è un modo di raccontare delle storie che svelano i meccanismi del potere, come riesce a gestire i suoi privilegi. La prima parte dello spettacolo è andata in onda sulla Rai all’una di notte. Chi l’ha comprato pensava: ‘Beh, Moliére che male può fare!’. Quando ho saputo che l’avevano visto un milione e duecentomila persone dapprima ho esultato, ma poi ho pensato: ‘Magari adesso lo vedono anche quelli che l’hanno comprato…’. Infatti la seconda parte non è più andata in onda. Molti dicono che la censura fa bene ai comici perchè fa parlare di loro, ma da artista avrei preferito che si potesse vedere il mio lavoro. ‘Il Signor Rossi e la Costituzione’ non hanno pensato minimamente di trasmetterlo". Circa un anno e mezzo fa ti invitarono a "Domenica In": tu volevi recitare il monologo di Pericle sulla democrazia ad Atene, tratto dallo spettacolo, ma nemmeno questo è passato. "‘Il Signor Rossi e la Costituzione’ nacque proprio dalla considerazione che il teatrante deve saper ascoltare le tensioni, le frustrazioni ed i bisogni del pubblico, che è poi quello che lo mantiene. Il metodo con cui la nostra compagnia lavora ci ha permesso di cambiare molto in fretta spettacolo, un po’ come facevano i vecchi teatranti, così abbiamo cominciato a leggere la costituzione insieme al pubblico. Il meccanismo comico sta nella distanza tra quello che c’è scritto e la realtà che noi viviamo. A volte non è neppure necessario elaborare un tema. Ad esempio: ‘L’Italia ripudia la guerra’ faceva già ridere gli spettatori. E’ uno spettacolo che ha fatto più di duecento repliche ed è stato visto da 200.000 persone, forse qualcuno in più perché è stato trasmesso da Telepiù: non perché sia un canale più democratico, ma perché fa meno spettatori. Lo replicheremo ancora, aggiornandolo alle cose che succedono". Pensi che quando cambieranno i vertici della RAI andranno in onda i tuoi spettacoli? "Questa è una bella domanda, anche perché personalmente le sovvenzioni teatrali le ho perse quando c’era il centrosinistra al governo. La sinistra ha avuto una grossa occasione quando è andata al governo, ma l’ha sprecata. Ci si domanda perché oggi i comici hanno questo bel rapporto diretto con la gente: noi siamo costretti a vivere per le strade, arriviamo nelle città ed incontriamo la gente, sentiamo cosa dice al bar o in altri luoghi di ritrovo, questo è il nostro grande vantaggio sui politici o sui personaggi televisivi. Anch’io mi sono divertito vedendo Berlusconi in difficoltà a ‘Ballarò’, ma poi non credo che la vita del paese possa cambiare se governa chi fa le battute migliori in un talk show. La politica fa parte ormai della società dello spettacolo".
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