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Habemus papamChi non ha futuro non ha passato
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Habemus papamQuestarticolo non avevamo preventivato di scriverlo.Riteniamo infatti che, in generale, non sia il caso di dare troppa importanza alle avventure dei monarchi e dei papi. Su di essi la storia ha già detto la sua a partire da due secoli fa, quando la rivoluzione francese assestò un formidabile colpo allantico regime, un regime fatto di servi del signore (così almeno si rappresentavano), di servi dei servi, di servi dei servi dei servi... Di quei tempi, che per lOccidente speriamo siano finiti per sempre, parliamo a pagina 9, nellarticolo dedicato allantropologia. Non che i servi (e le serve) oggi non esistano più: esistono, purtroppo, come pure i re e i papi. Ma i primi hanno la dignità di cittadini (o la possibilità di ottenerla); i secondi non hanno più quel potere assoluto che pretendevano discendesse direttamente dallonnipotente; agli ultimi è stato tolto, loro malgrado, gran parte del potere temporale. Lo sottolineiamo con una certa soddisfazione, dato che scriviamo questa rivista in una città dove, solo centocinquanta anni fa, non era consentito esprimere idee diverse da quelle del clero cattolico. Ma lelezione di Ratzinger sul trono di Pietro, avvenuta il 19 aprile, nel secondo giorno di conclave, ci ha scosso profondamente. In verità, alcuni, tra noi, se laspettavano. Ed era perfettamente lecito, dato che tutti i cardinali, tranne due, erano stati scelti dal papa più reazionario della seconda metà del Novecento: Karol Wojtyla. Spesso, tuttavia, la chiesa cattolica, e ciò lha salvata, ha imboccato la strada del compromesso... Non sembra sia questo il caso. Ratzinger ha diretto fino a ieri la Congregazione per la dottrina della fede, quella che un tempo si chiamava Inquisizione, guarda alle donne con diffidenza, disprezza gli infedeli, detesta i liberali e i socialisti, per non parlare degli omosessuali. Nel frattempo, aumenta nel genere femminile la consapevolezza dei propri diritti, diminuiscono i matrimoni religiosi, si assiste alla crisi delle vocazioni, aumenta la tolleranza nei confronti di una sessualità libera. Indietro non si torna. Chi non ha futuro non ha passatoNei giorni immediatamente precedenti il 25 aprile, in tutta lItalia, si sono tenute iniziative per commemorare il sessantesimo anniversario della liberazione del paese dai nazifascisti. Abbiamo partecipato a diverse di esse, ma qui ne vogliamo ricordare una piuttosto malriuscita (i presenti si contavano sulla punta delle dita) e, nondimeno, interessante. Si è tenuta a Bologna, in zona universitaria, presso il circolo ARCI "Sesto Senso".Dopo la proiezione del documentario "La battaglia dei fiumi padani", di Renzo Renzi, si è svolto un dibattito introdotto da Riccardo Bonavita, docente e socio del circolo, e da Luca Alessandrini (dellIstituto storico Parri). Il tema, piuttosto impegnativo, era: "La violenza rimossa. Scelta delle armi e conquista della democrazia nella lotta partigiana". Bonavita ha presentato una vecchia canzone degli Stormy Six dedicata a Gianfranco Mattei, unintellettuale che fece la scelta di unirsi agli insorti, e alcuni brani del libro "Banditi" di Pietro Chiodi, con lintento di esortare i presenti (e, speriamo, non solo quelli) a difendere ciò che tanto dolorosamente fu conquistato. Alessandrini, invece, ha incentrato il suo intervento sulle motivazioni di chi, nel 1943, fece la "scelta delle armi". Sgombrando il campo da ogni retorica, loratore le ha individuate, essenzialmente in: - la disastrosa conduzione della guerra da parte dei comandi italiani; - la chiamata alla leva fatta dalla Repubblica sociale italiana (lo staterello fascista creato dai nazisti in Italia Settentrionale) nei confronti dei giovani delle classi 23, 24 e 25. Questi ultimi, in particolare, non poterono fare altro che scegliere: o di qua o di là. O combattere con i Tedeschi, o contro i Tedeschi; il che, ovviamente, è cosa ben diversa dallo scegliere deliberatamente la lotta armata. Chi fece veramente la scelta della lotta armata, secondo Alessandrini, furono i partiti politici aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale. E la fecero in tempi diversi luno dallaltro, non tanto per liberare lItalia (per quello sarebbero bastati gli alleati), quanto per legittimarsi agli occhi del mondo, per rendere evidente lesistenza di unItalia democratica e antifascista. Mi sembra unanalisi lucida, ma riduttiva: accanto ai "politici" e agli "sbandati", ci fu anche, come ricordato da Bonavita e da alcuni tra i presenti, chi fece la drammatica scelta delle armi sentendo il dovere morale di non rendersi complice in alcun modo degli orrori nazifascisti. Ma non è di questo che volevo parlare. Mi ha colpito, del discorso di Alessandrini, la polemica finale contro chi afferma che "chi non ha passato non ha futuro". "Non è vero. ha sostenuto con forza, mentre il locale si riempiva di studenti convenuti per laperitivo - E vero piuttosto che chi non ha futuro non ha passato!" Detto da uno storico professionista, fa uno strano effetto... Continuo a pensare che chi non ha passato, potrà anche aver futuro, ma andrà poco lontano. Devo però ammettere che, indiscutibilmente, chi non ha futuro non ha passato. E questo è vero per i singoli individui, il cui passato muore con loro, come per i movimenti politici: è lesistenza di un progetto, e di un suo piano dattuazione, che portano chi lo sostiene a cercarne le radici nel passato, a scavarlo alla ricerca delle intuizioni da sviluppare e degli errori da non ripetere. Fuori da tale contesto, i tentativi di conservare la memoria sono condannati al fallimento. Una considerazione sulla quale noi libertari dovremmo riflettere.
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