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Il servo (e la serva) in Europa

 

Silvestro Lega: particolare di "Il pergolato" 1868

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Prosegue a Modena, presso il Laboratorio di Etnologia dell’Università, il seminario su "Dipendenza, lavoro, diritti" del quale abbiamo già riferito sui numeri 54 e 55 di Cenerentola. Lunedì 18 aprile si è parlato di "servi e serve" nell’Europa moderna e contemporanea. Relatrice, Raffaella Sarti, che da ormai vent’anni si occupa dell’argomento.

Innanzitutto - si è domandata la ricercatrice - chi erano i servi, nei secoli che hanno preceduto la rivoluzione francese?

Secondo un trattato cinquecentesco, si potevano dividere in quattro categorie: i servi per legge (cioè gli schiavi), i servi per natura (i contadini), i servi per mercede (i salariati) e i servi per devozione (i cortigiani). Se si pensa che, all’epoca, la maggior parte della popolazione era costituita da contadini, si fa presto a capire che la categoria era piuttosto ampia. Ma quelli sopra elencati non erano i soli a essere definiti "servi": ancora alla fine del Settecento si parlava, comunemente, di "servitù del figlio verso il padre".

In questo senso, si può dire che la figura del servo sia davvero tipica della società di "antico regime"; e che, quando si esortavano i servi a non lamentarsi "perchè tutti sono servi di qualcuno", l’affermazione non suonava così falsa e retorica come suonerebbe oggi.

Accanto ai servi vi erano poi gli "apprendisti". Da un punto di vista teorico, le due figure erano diverse: l’apprendista pagava per apprendere, il servo invece, casomai, per servire, veniva pagato. In realtà, tuttavia, era assai comune che il pagamento richiesto per l’apprendimento consistesse, appunto, nel servire. E sul garzone, termine col quale si indicava l’apprendista (ma, spesso, anche il servo), il padrone esercitava l’autorità del padre di famiglia.

Quanto agli schiavi, si trovavano in una condizione differente, essendo piena proprietà dei loro padroni. In Italia, sono esistiti fino alla metà dell’Ottocento, anche se, a partire dal medioevo, il fenomeno, sostanzialmente limitato agli "ultramarini", aveva cominciato a declinare, per scomparire quasi completamente nel corso del Cinquecento. Si trattava soprattutto di domestici (spesso donne) e di rematori (sulle galere).

In Francia e in Inghilterra, invece, vigeva il principio che non esistevano schiavi. Tuttavia, con lo sviluppo delle colonie, furono in molti a tornare in patria portando con sè i propri schiavi e riproponendo così il problema. Anche in questi paesi, dunque, l’abolizione totale della schiavitù si verificò solo nel corso dell’Ottocento.

Caratteristico dell’Europa Orientale è il lungo permanere della servitù della gleba, molto frequente, nel medioevo, anche nell’Europa Occidentale: il servo (contadino) era legato al podere e veniva comprato e venduto insieme a esso. In Russia, la servitù della gleba, come ricorda Kropotkin nell’opera autobiografica "Memorie di un rivoluzionario", sarà abolita soltanto nell’Ottocento.

Tornando ai servi in senso stretto, cioè ai domestici, nelle società di "antico regime" essi avevano raramente piena cittadinanza, e anche nelle costituzioni nate in seguito alla rivoluzione francese raramente vennero considerati cittadini a pieno titolo. Fa eccezione la costituzione di Bologna del 1796. Le discriminazioni di natura giuridica ai danni dei domestici terminarono in Francia, in Norvegia, in Germania, solo nel corso del Novecento. Restarono comunque esclusi dalla prima legislazione creata a tutela dei lavoratori. In Italia, nel 1958, la legge sul lavoro domestico prevedeva, in tema di orario di lavoro, soltanto che i domestici avessero diritto a "dormire otto ore" e vietava esplicitamente la contrattazione collettiva. Il primo contratto collettivo nazionale di lavoro sarà siglato soltanto, sull’onda della contestazione, nel 1973!

Oggi, tuttavia, in conseguenza dell’aumentato impegno lavorativo della donna e dell’immigrazione dai paesi più poveri, il numero dei lavoratori domestici è aumentato, e la loro condizione è nuovamente peggiorata. In alcuni casi si è tornati addirittura a situazioni, ben note nelle società di antico regime, di asservimento legato al debito: l’immigrato è asservito (mediante il sequestro del passaporto) fino al momento in cui chi lo ha fatto immigrare considera ripagato il costo sostenuto per l’operazione.

Alla relazione, molto apprezzata dai presenti, è seguito il dibattito. Particolarmente interessante mi è parsa l’ipotesi avanzata dalla Sarti per spiegare come mai, tra le tante costituzioni fiorite in Italia nell’epoca della rivoluzione francese, solo quella di Bologna attribuisse la piena cittadinanza ai servi: esisteva da tempo, in città, una confraternita, "l’Università dei servitori" che si occupava di dare dignità al lavoro domestico e, addirittura garantiva, in regime di autogestione, una pensione ai servitori anziani. Tutto questo accadeva, e qui sta l’eccezionalità della cosa, nel Settecento, in tempi precedenti la rivoluzione francese e ben prima della nascita del movimento operaio organizzato.

 

Luciano Nicolini

 

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