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Risiko bancario

 

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Negli ultimi giorni i riflettori della stampa italiana si sono accesi su due eventi di grande portata mediatica (la morte di Karol Wojtyla e le elezioni regionali), oscurando uno scontro di rilevante importanza che sta avvenendo in campo finanziario. Il Banco de Bilbao (istituto di credito spagnolo) ha lanciato un’offerta pubblica di scambio (Ops) per conquistare la Banca Nazionale del Lavoro e, pressoché contemporaneamente, gli olandesi di Abn Amro hanno fatto un’offerta pubblica di acquisto (Opa) per diventare i padroni della Banca AntonVeneta.

Le reazioni a questi tentativi di "invasioni barbariche" sono orchestrate da Antonio Fazio, Governatore della Banca d’Italia, organismo responsabile della vigilanza bancaria nel Belpaese. Nel più puro stile cospiratorio (diverse fonti ipotizzano che Fazio sia legato alla potente Opus Dei), il vertice della Banca d’Italia sta tessendo una complessa trama di accordi per neutralizzare l’azione dei due istituti di credito esteri. Così, sul fronte AntonVeneta, Fazio ha schierato le truppe della Banca Popolare di Lodi, il cui amministratore delegato (Giampiero Fiorani) è da sempre considerato uomo vicino al Governatore. Per quanto riguarda la Bnl, la situazione è più complessa. In questo caso si tratta di mettere d’accordo molti ed eterogenei soggetti: dal Monte dei Paschi di Siena alle Assicurazioni Generali, dalla Popolare di Verona e Novara all’Unipol, fino ai palazzinari romani che, annusando l’affare, nei mesi scorsi hanno acquistato una discreta quota della banca romana, pronti a rivenderla al miglior offerente.

Tuttavia le mosse del Mazzarino bancario italiano, benché effettuate nell’ombra, hanno suscitato le ire della Commissione Europea. Dietro interessate sollecitazioni di Spagna e Olanda, il commissario al mercato interno, Charlie McCreevy, ha dichiarato senza mezzi termini che non tollererà atteggiamenti protezionistici, ricordando che l’ultima parola, in tema di acquisizioni tra banche appartenenti all’area euro, spetta a Bruxelles.

Sta cominciando la campagna italiana della guerra bancaria che presto divamperà in tutt’Europa? Probabilmente sì. Ma perché l’inizio delle ostilità si manifesta proprio in Italia? Perché è proprio la penisola che rischia di diventare terreno di conquista per gli "stranieri"?

Certamente il settore bancario italiano risente della più complessiva debolezza economica del nostro paese. Inoltre, nonostante il processo di concentrazione avvenuto negli ultimi dieci anni, i maggiori gruppi bancari italiani continuano ad essere significativamente più piccoli dei loro concorrenti europei.

 

Il secondo anello del potere

È poi così grave che gli stranieri (ma non eravamo tutti Europei?) entrino in possesso di due banche italiane?

Beh, una qualche rilevanza c’è, dato che in Italia, come nella maggior parte delle economie del vecchio continente, gli istituti di credito giocano un ruolo fondamentale nel finanziamento delle attività economiche nazionali. In più, a complicare le cose, c’è un altro fattore: poiché il settore industriale italiano è composto essenzialmente da piccole e medie imprese di proprietà familiare, ne consegue che la sua capacità di autofinanziamento sia molto bassa. Perciò il ruolo delle banche è stato sempre vitale per il funzionamento dell’economia italiana: il sistema bancario è, insieme allo Stato, uno dei veri centri del potere economico italiano. Sono i consigli di amministrazione degli istituti di credito che decidono a chi dare i "soldi", quando e quanti dargliene. Tant’è vero che le banche italiane sono sempre state presidiate dai politici, per lo più democristiani, ma anche socialisti (Nerio Nesi alla Banca Nazionale del Lavoro) o comunisti (Monte dei Paschi di Siena). Questa politica ha generato un sistema bancario cui ben si confaceva l’espressione, coniata da Giuliano Amato, di "foresta pietrificata". Dopo la fine della prima repubblica, con il parziale ripiegamento della politica e l’avvento del Dio Mercato, la presa romana sulle banche italiane si è indebolita. A questo punto è emerso, come arbitro del gioco bancario, il Governatore della Banca d’Italia, che tutto può disporre in ambito creditizio senza alcuna seria interferenza. Infatti, nel recente passato, sia per preservare equilibri costruiti in decenni, sia per riaffermare la propria centralità, la Banca d’Italia ha frenato diverse operazioni di aggregazione (Unicredito con Banca Intesa, San Paolo con Capitalia) che avrebbero potuto creare interlocutori sufficientemente autonomi da compromettere la "governabilità" (da parte di Fazio) del settore del credito. Però queste fusioni avrebbero anche dato vita a banche di dimensioni tali da poter avere una prospettiva europea …

È quindi chiaro che, da questo punto di vista, l‘irruzione di istituti di credito esteri rappresenti un pericolo per il sistema di potere esistente. Il mondo bancario è tutto un intrico di equilibri e contrappesi, dove giocano un ruolo l’appartenenza a gruppi di potere (forte è la presa delle logge massoniche sugli istituti, anche piccoli), le opinioni politiche, le relazioni personali e i favori scambiati. Il Governatore della Banca d’Italia è il fulcro del sistema, privilegiato dall’essere l’unica carica a vita della Repubblica, una sorta di monarca.

Un esempio? In parlamento si discuteva della riforma del risparmio, con la Lega Nord favorevole ad eliminare il mandato a vita del Governatore. A quel punto Fiorani (sì, è sempre quello, l’amico di Fazio, amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi) è intervenuto per salvare la Banca della Lega Nord, ormai in stato fallimentare. Infatti la Popolare di Lodi ha acquistato la Credieuronord. Ebbene, guarda caso, la versione definitiva della legge di tutela del risparmio, approvata con i voti del partito di Bossi, non contiene più alcun riferimento all’eliminazione del mandato a vita per il Governatore della Banca d’Italia! Anche gli ex comunisti hanno parte (seppur marginale) nel gioco. D’Alema desidera contare su una grossa banca per pilotare direttamente gli affari che gli interessano (ricordate l’Opa su Telecom Italia del ragionier Colanninno?). Però i banchieri Ds del Monte dei Paschi, evidentemente difensori della "senesità" dell’istituto (controllato, caso unico in Italia, da due enti pubblici, Comune e Provincia di Siena), si dimostrano recalcitranti ad obbedire agli ordini del "lider Massimo", complicando parecchio le cose in casa diessina. Eh sì, un gran peccato la fine del comunismo e del centralismo "democratico" …

Così, paradossalmente, in questo vortice di scambio dei ruoli, oggi la Banca d’Italia si trova a difendere il settore creditizio italiano contro la globalizzazione liberista (rappresentata dall’intervento delle banche europee in Italia).

 

Navigando pericolosamente tra stato e multinazionali

Meglio lo statalismo di odore religioso e corporativo del novello "No Global" Fazio o gli spregiudicati take over delle multinazionali bancarie? Bella domanda! Si potrebbe pensare che, tutto sommato, piuttosto che cadere in mano alle grandi banche internazionali, sia meglio erigere una barriera statale che tuteli i nostri istituti di credito. Al di là di considerazioni etiche (a chi fa comodo lo status quo?), comunque credo siano posizioni insostenibili: la forza degli agglomerati finanziari esteri è tale che, prima o poi, il protezionismo sarebbe comunque sconfitto.

Poniamoci allora un altro quesito, parafrasando Nanni Moretti: che cosa possiamo dire di libertario? Oggi, sul fronte del credito, a parte l’esperienza interessante ma ancora poco diffusa delle Mag (Mutua Auto Gestione), vi è carenza di iniziative (e forse anche di dibattito) da parte del movimento antagonista italiano.

Di primo acchito, che la Bnl e l’AntonVeneta siano in mani italiane o straniere sembra cambiare ben poco. A parte, forse, il pericolo che le inevitabili ristrutturazioni aziendali possano determinare perdite di posti di lavoro o comunque disagi per i lavoratori. Rischio comunque esistente anche nel caso in cui l’acquirente fosse un’altra banca italiana.

Però, se si fa mente locale alla questione, la costruzione di grandi banche sopranazionali va nella direzione opposta a quella di avvicinare la disponibilità di risparmio alle realtà territoriali locali.

In una prospettiva di evoluzione libertaria della società, sarebbe auspicabile che la raccolta e l’utilizzo del risparmio fossero collegati al miglioramento della situazione economica e sociale del territorio. Anche l’esperienza del cosiddetto microcredito (oggi in voga nelle dichiarazioni del mondo bancario istituzionale), ossia piccoli prestiti concessi ai poveri (spesso solo alle donne, proprio per cambiarne anche il ruolo sociale), mostra come, con pochi dollari prestati a chi ne ha davvero bisogno, sia possibile migliorare drasticamente le condizioni di vita di ampi strati di popolazione, facendoli uscire dalla miseria e dall’ignoranza. Per realizzare questo disegno occorrerebbe che gli istituti erogatori di credito fossero di dimensioni minori e posti al servizio della comunità. Inoltre servirebbero strutture societarie (per esempio di matrice cooperativa o mutualistica) idonee a renderli non aggredibili da parte dei grossi squali della finanza internazionale.

 

Il risparmio italiano sulla pista di decollo?

Nelle condizioni attuali, l’allargamento della presenza (diretta o indiretta) di istituti di credito esteri, rappresenta, in effetti, un rischio. Per fare un esempio, una banca olandese potrebbe centellinare i finanziamenti ad una impresa italiana concorrente di un’impresa olandese.

Ma vi è un altro aspetto da tenere in considerazione. Infatti, da un lato l’Italia è caratterizzata da un’alta propensione al risparmio da parte delle famiglie, anche se la capacità di accumulazione sta scendendo di pari passo con l’erosione del valore reale dei redditi da lavoro. Di contro la vitalità economica dell’industria italiana è, per molti motivi, in declino. In questa situazione, una presenza importante e diffusa di banche estere potrebbe favorire il dirottamento del risparmio degli Italiani verso investimenti in altre nazioni, contribuendo ad impoverire ulteriormente la vacillante penisola. Potrebbe riprodursi, su scala maggiore, la situazione tipica di vaste zone del Meridione d’Italia, dove le banche raccolgono il denaro dalla popolazione locale per poi prestarlo alle aziende del Nord (o, peggio, ai palazzinari romani). In questo modo, paradossalmente, i braccianti calabresi si trovano a finanziare gli imprenditori veneti (o i faccendieri della capitale). C’è bisogno di specificare quale di queste categorie sociali si è più avvantaggiata di questa situazione?

 

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