Barra di navigazione

Camillo Berneri

Tra anarchismo e liberalismo

Copertina del libro: Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo

sei in Cenerentola>archivio>numero55>libri

Si è tenuta il 25 marzo a Forlì, promossa dalla Fondazione Garzanti e dalla rivista "Una città", una presentazione pubblica del libro di Carlo De Maria intitolato "Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo" (Franco Angeli, Milano, 2004).

Lo hanno introdotto Giampietro (Nico) Berti, Goffredo Fofi e l’autore.

Nico Berti, dopo essersi complimentato con De Maria per l’ottimo lavoro svolto, ha ricordato la figura di Camillo Berneri (1897-1937) un intellettuale che, a suo dire, "non ha nulla da invidiare a Gobetti e Gramsci". Personalmente, mi spingerei oltre: erano loro ad avere molto da invidiare a lui. Di certo, come ha affermato Berti, fu l’intellettuale anarchico italiano più importante del Novecento.

Rappresentante della "terza generazione", come lo furono Malatesta per la prima e Fabbri per la seconda, ebbe a che fare con la rottura più grave manifestatasi nell’ambito del movimento operaio e socialista: quella che si consumò tra gli autoritari e i libertari. Di certo non erano mai mancate le polemiche tra i seguaci di Marx e quelli di Bakunin ma, fino al 1918, si era trattato, sostanzialmente, di "liti in famiglia". Dal 1918 in poi le cose cambiarono in maniera drammatica: "i primi campi di concentramento – ha affermato Berti - vennero costruiti da Lenin per gli anarchici". La generazione di Berneri si trovò a lottare, dunque, contemporaneamente, contro i fascisti e contro gli stalinisti. E ciò spiega la congiura del silenzio su di lui che fu ordita da quest’ultimi, dopo che l’ebbero ucciso.

Berneri fu critico rispetto a tutto, ha concluso Berti, ma non è vero che, come afferma De Maria, superò l’anarchismo. Soltanto si caratterizzò sempre per il rifiuto delle grandi sintesi teoriche (nessuna esclusa) e per il confronto continuo con la realtà.

Goffredo Fofi si è invece soffermato sull’umanesimo di Berneri e sui suoi rapporti con l’area socialista nella quale si possono collocare Caffi, Chiaromonte, Rosselli e Capitini. Ha poi parlato dell’influenza di Berneri su Colin Word, che vede come un continuatore della sua tradizione.

Berneri insiste sulle potenzialità positive dell’uomo, potenzialità cui oggi pochi sono disposti a credere, ma non cade mai nell’ "operaiolatria" che, anzi, denunciò in un famoso opuscolo.

Carlo De Maria, infine, ha sottolineato la rinuncia alla sistematicità da parte di Berneri, rinuncia in parte dovuta, ma in larga parte anche voluta. "Preferisco ascoltare un gendarme che mi parli della sua vita, che un filosofo che parli della vita" – era solito dire. Non aveva la pretesa di possedere la verità. Riteneva invece necessario misurarsi con le cose concrete.

Ho letto il libro di De Maria nei giorni immediatamente successivi alla presentazione, e devo dire che si tratta di un’opera importante. Soprattutto per il primo capitolo, che descrive assai minuziosamente la vita del militante anarchico, almeno fino al suo arrivo in Spagna.

Meno felici, tuttavia senz’altro da leggere, mi sono sembrati i capitoli dedicati a "l’intellettuale impegnato" e al "pensiero politico". Ma non ne faccio una colpa all’autore: non è facile, per chi non ha alle spalle molti anni di frequentazione del movimento (e talvolta anche per chi li ha), comprendere l’esatto significato delle parole, e delle riflessioni, degli anarchici.

Lo critico invece per aver mantenuto il sottotitolo ‘tra anarchismo e liberalismo’, suggeritogli al momento di iniziare quella che era nata come una "tesi di dottorato". Che c’entra Berneri con il liberalismo? Al massimo fu "liberista" (ammettendo – come, del resto, spiega efficacemente De Maria - la piccola proprietà come funzione, non come diritto, e senza sfruttamento del lavoro altrui, cioè senza salariati).

Luciano Nicolini

   
    Inizio pagina