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Bologna: sessantesimo anniversario della liberazione
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Ha aperto i lavori il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Eravamo piuttosto curiosi di sentire che cosa avrebbe detto, dopo che nel settembre scorso, al festival provinciale dellUnità, aveva addirittura affermato che Bologna era stata liberata "dallesercito italiano". Bisogna dire che non ha parlato male; scagliandosi contro un "revisionismo storico" unicamente rivolto a giustificare le scelte politiche di oggi. E se un brivido ha percorso la sala, quando ha parlato di "riunificare il paese", ha poi sùbito specificato che intendeva "in senso territoriale". Parliamoci chiaro: non vogliamo far guerra a nessuno. Di guerre in corso, al mondo, ce ne sono fin troppe (e, di certo, non volute da noi); riteniamo però che il confronto civile con gli avversari debba essere portato avanti, appunto, rimanendo avversari: di "unificarci" con i fascisti non sentiamo proprio il bisogno! Dopo Cofferati è intervenuta la presidente della Provincia, Beatrice Draghetti, che, nel lodare la costituzione nata dalla resistenza, non ha tuttavia escluso una sua modifica. Discorso ineccepibile, essendo la costituzione repubblicana tuttaltro che perfetta ma, dato il tipo di modifiche delle quali oggi si parla, piuttosto ambiguo. Anche Antonio La Forgia, presidente del consiglio regionale, intende "riunificare il paese" (sempre in senso territoriale) ma va oltre, desidererebbe anche una "memoria condivisa" (dalla destra e dalla sinistra, in questo caso) da costruire attraverso una ricerca storica esaustiva e la sensibilità verso tutte le vittime. Daccordo sia per luna che per laltra; ma limpresa ci sembra piuttosto ardua: anche se sono passati sessantanni, non stiamo parlando delle lotte tra guelfi e ghibellini! La Forgia ha concluso dicendo che "il 25 aprile dovrebbe diventare la festa di tutti gli Italiani, così come il 14 luglio è quella di tutti i Francesi". Ci sembra ancora più arduo: in Francia, infatti, ci fu una vera e propria "rivoluzione", in Italia, invece, cè stata solo una "liberazione". E poi: è proprio sicuro che il 14 luglio sia la festa di "tutti i Francesi"? Alberto Preti, dellIstituto Parri, dopo aver letto un messaggio di Oscar Luigi Scalfaro, impossibilitato a partecipare per via di unindisposizione, si è soffermato sullattualità dello studio della resistenza, con particolare riferimento alla riflessione sulla violenza, sulla pace, sul coinvolgimento dei civili nelle guerre. Hanno poi avuto luogo le attese lezioni di Luciano Casali e Antonio Parisella. Luciano Casali ha parlato della lotta armata in Emilia e Romagna, facendone una sommaria, ma sostanzialmente condivisibile, ricostruzione storica: a partire dal "nascondersi in montagna" del 1943, per arrivare, attraverso le azioni di guerriglia del 1944 e del 1945, al momento della liberazione della regione ad opera degli alleati. I partigiani non erano tanti, ed erano pure molto divisi fra loro. Tante invece furono le stragi nazifasciste: 420 in Emilia-Romagna, solo nel corso dellestate 1944. Antonio Parisella doveva concludere parlando di "culture politiche nella resistenza", ma non sembrava averne troppa voglia. Si è occupato piuttosto, anche se in modo non del tutto convincente, del ruolo della comunità e della famiglia nella (e dopo la) resistenza. E di altri problemi: primi fra tutti quello delluso della violenza e quello della ribellione. Il suo è stato un intervento decisamente originale, e senzaltro utile (come, nel complesso, lintera iniziativa) per stimolare la riflessione. |
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