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Dipendenza, lavoro, diritti
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Il relatore ha richiamato lattenzione dei presenti (in gran parte studenti, ma non soltanto; il seminario è aperto a tutti) sulle tre parole chiave contenute nel titolo. Per ciò che riguarda la dipendenza, a suo parere, occorre distinguere tra "dipendenza personale" e "dipendenza materiale". Per Marx, la "dipendenza personale" (esempio: il rapporto tra padrone e schiavo) è caratteristica dei rapporti precapitalistici. La "dipendenza materiale" (esempio: il rapporto tra imprenditore e salariato), invece, è caratteristica dei rapporti capitalistici. Ma non cè solo la relazione tra padrone e schiavo, allinterno delle società precapitalistiche, a poter essere definita di "dipendenza personale"; ci sono anche tutte quelle relazioni sulle quali si basa la famiglia: in tali società, infatti, la "dipendenza personale" è strettamente legata all "appartenenza". Contropartita della dipendenza è la "protezione". La dipendenza dunque presenta anche vantaggi: il dipendente ottiene "protezione" dal "padrone" in cambio di "servizi", cioè di "lavori che non ripagano il debito" che esso (schiavo, cliente, moglie, figlio) ha con lui. Rappresenta quindi un fattore di stabilità, costruito anche con il consenso, la connivenza, laspettativa, la delega della responsabilità. Paradossalmente, ripiegamenti verso la "dipendenza personale" si verificano anche nellambito dellimmigrazione che ha per meta paesi a capitalismo avanzato. E questo, afferma Viti, per tre motivi: il rifiuto degli immigrati da parte delle popolazioni locali, cui questi reagiscono con una sorta di arroccamento comunitario; il richiamo, sempre presente, della comunità di origine; le "buone intenzioni" delle politiche multiculturali che, con lintento di rispettare le culture "altre", finiscono con il classificare gli immigrati sulla base di quell "appartenenza" dalla quale, invece, in molti casi, volevano sfuggire. Circa il lavoro, analogamente, bisognerà distinguere tra "lavoro come servizio" e "lavoro salariato"; senza però dimenticare che, spesso, come in gran parte dei paesi africani, il maggior peso è da attribuire alle forme di transizione tra "servizio" e "lavoro salariato". Se il passaggio al capitalismo rappresenta una transizione dalla sottomissione alla famiglia alla sottomissione al capitale, nella zona intermedia troviamo oggi, ad esempio, lapprendistato e la gran parte delle attività "semi-salariate" del settore informale. Negli ambiti di immigrazione, invece, abbiamo il "lavoro migrante", cioè quello "esercitato dai migranti e reso senza diritti, tutele e garanzie". Un lavoro che si colloca in questa zona intermedia, ma che, allo stesso tempo, è un lavoro post-fordista perfetto e, in realtà, al di là della retorica sulle "invasioni", molto richiesto. Il lavoro visto come porta daccesso ai diritti è stato uno dei concetti fondanti della modernità. Da questa visione ci si sta allontanando. E ciò vale per tutti: secondo Viti, sugli stranieri si sta sperimentando un modello di controllo che si vuole gradualmente estendere anche ai "nativi". I diritti di cittadinanza, dunque, sono oggi negati a molte persone. Tornano a essere privilegi di cittadinanza, come nell "antico regime". Per gli immigrati, come dimostra chiaramente lesistenza dei Centri di Permanenza Temporanea, lo "stato di diritto" non esiste. Ma lo smantellamento dello "stato sociale" lo mette seriamente in discussione anche per i "nativi". Il ritorno alla "dipendenza personale" è, quindi, anche una reazione allesclusione dai "diritti di cittadinanza"; diritti che, se non sono "universali", non possono essere considerati tali. Allapplaudita relazione ha fatto seguito il dibattito, che si è concentrato sulla ricomparsa del lavoro servile nel mondo occidentale, sui labili confini tra modernità e premodernità, sui complessi rapporti (anche psicologici) tra "padrone" e "dipendente". Luciano Nicolini |
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