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Guerra e violenza in Africa occidentale
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I saggi, appositamente redatti per questo volume, sono sei: - "Parlare della guerra in antropologia" di Michel Izard; - "Keledenyasira. Larte della guerra. Pratica delle armi e identità Kignan (Mali)" di Giuseppina Russo; - "La violenza del potere nello Nzema e nel mondo akan (Ghana Costa dAvorio) di Pierluigi Valsecchi; - "Guerra e violenza nel Baule fino alla conquista coloniale" di Fabio Viti; - "Creatività della forza, fecondità dellordine. Guerra e società nellAnno precoloniale" di Armando Cutolo; - "Dipendenza, violenza, integrazione: lutilizzo liminare della forza e il suo superamento tra i Sefwi (Ghana)" di Stefano Boni. Sarebbe impossibile, in questa sede, analizzarli uno ad uno, data la ricchezza del materiale documentario presentato e la varietà delle considerazioni che possono stimolare nel lettore. Mi limiterò pertanto, senza nulla togliere al valore degli altri scritti, ad accennare a quelli che più mi hanno interessato: il saggio di Valsecchi sulla violenza del potere nel mondo akan e quello di Viti su guerra e violenza nel Baule. Valsecchi tratta un fenomeno caratteristico dellAfrica Occidentale: le "manifestazioni di violenza che coinvolgono individui e gruppi nel contesto (a) di pratiche di culto personale e comunitario, ovvero (b) di rituali sociali o individuali, legati ad affermazioni di status, funzione istituzionale, potere: sacrifici alle divinità, uccisioni in occasione di intronizzazioni, funerali, feste pubbliche". Dopo essersi soffermato sulla descrizione dei sacrifici umani che, in epoca precoloniale, accompagnavano la morte di personaggi importanti, osserva che, "se volessimo delineare una sorta di astratta geografia della violenza allinterno delle società akan (...), ne riscontreremmo una concentrazione particolarmente alta in proporzione diretta a quanto più ci si avvicina alle sedi fisiche del potere: andare alla capitale, alla sede del sovrano, al palazzo, significa approssimarsi ai punti maggiormente rischiosi in termini di possibilità di perdere la vita in determinate circostanze rituali, giudiziarie o di conflitto. Per altro verso è vero anche che proprio il processo di concentrazione del potere e di costruzione dello Stato ha leffetto di diminuire drasticamente il grado di libero esercizio di violenza da parte dei capi subordinati e dei capi-famiglia". Ne conclude che "se è vero che le uccisioni a scopi rituali sono presenti anche in comunità politiche di dimensioni esigue un villaggio o poco più la costruzione di poteri che si esplicano su entità più consistenti, ovvero la comparsa dello Stato, comportano significative evoluzioni in questa fenomenologia". (...) "Con laffermazione di regni e Stati si assiste (...) ad un radicale mutamento di scala nellesplicazione della violenza rituale". (...) "Lo Stato ne riduce le manifestazioni private, ma di contro magnifica il proprio esercizio della violenza: dalla vittima umana sporadica che può accompagnare un capo-lignaggio o un maggiorente di villaggio, oppure dal malcapitato che può fungere da offerta a una divinità, si giunge alle soppressioni frequenti e in alcuni casi alle vere e proprie ecatombi che caratterizzano la vita di compagini statali e imperiali di dimensioni più o meno grandi". Fabio Viti, invece, si occupa di una regione in cui "lo Stato non si è manifestato sotto una forma unica e centralizzata, ma piuttosto sotto quella di un reticolo denso di unità locali (gli nvle), ognuna delle quali è dotata di un territorio autonomo e di un proprio apparato dirigente, guidato da un sovrano (il famien)". E se ne occupa con riferimento a unepoca in cui "la presenza commerciale europea su tutta la costa del Golfo di Guinea" ebbe "un impatto decisivo sullarmamento delle popolazioni dellentroterra, ben prima della conquista successiva". Se "la macchina da guerra baule" non prevedeva "un esercito stabile"- osserva "vi era però un capo della guerra riconosciuto, il safunyeren o ale kpengben, una carica tenuta sempre distinta da quella di famien". Il capo della guerra comandava i guerrieri, armati soprattutto con i fucili acquistati dagli Europei. Viti indaga attentamente sullefficacia di tali armi, concludendo che "se il fucile non scoppiava in faccia al tiratore, vista la cattiva qualità del materiale impiegato, vi erano poche possibilità che il colpo raggiungesse il suo obiettivo", ma che "malgrado la loro imprecisione, i fucili di tratta erano (...) ritenuti pericolosi per il numero elevato di schegge e frammenti di proiettili di ferro, piombo o rame con cui erano caricati e che permettevano di sparare a mitraglia". Né, ovviamente, si ferma a questo. Nel saggio, anzi, la guerra è analizzata sotto tutti i possibili aspetti: politico, economico, strategico, rituale, diplomatico, simbolico. "Lo Stato, lapparato politico centralizzato, anche nella forma sui generis propria del reticolo degli nvle baule, conclude costituisce senza dubbio una macchina da guerra, nel senso che lo Stato organizza e centralizza luso della forza, se ne assume il compito in prima persona, se ne attribuisce il monopolio. Per questo, le situazioni di guerra esaltano la natura dello Stato, ma al tempo stesso ne saggiano lefficienza, ne verificano la tenuta; di più, ne mettono a repentaglio lesistenza stessa, ancor più forse di quanto non accada con le società segmentarie. Lesistenza di un legame così intimo tra lo Stato e la violenza significa anche che lo Stato contiene la violenza, nel doppio senso del termine: la contiene al suo interno, ne è costituito; ma al tempo stesso la limita, la contiene appunto". Luciano Nicolini |
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