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Comunismo, socialismo e liberismodi Luciano Nicolini
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A proposito di comunismo, socialismo e liberismodi Eugen Galasso |
Farò inoltre alcune brevi considerazioni sullorganizzazione della produzione e della distribuzione allinterno di una società senza classi e senza stato, una società in cui i beni economici appartengano alla comunità e, solo limitatamente allabitazione, agli oggetti duso e agli attrezzi necessari allesercizio della professione, a privati. Viva il comunismo! In prima approssimazione, ritengo che il sistema economico più desiderabile sia il "comunismo", almeno se con questa parola si intende, come dicevano i pensatori dellOttocento, un sistema allinterno del quale ciascuno lavora "secondo le sue possibilità" e utilizza (o consuma) "secondo i suoi bisogni". Poichè inoltre ritengo che nessuno meglio del singolo individuo possa stabilire quali siano le sue possibilità e quali i suoi bisogni, penso sarebbe ottima cosa che tutti lavorassero solo nella misura in cui ne hanno voglia e utilizzassero (e consumassero) secondo i loro desideri. Non sono originale: tale forma di comunismo è, come sappiamo, quella da tempo sostenuta dalla maggior parte degli anarchici. Tuttavia, a differenza di essi, ritengo che la sua completa realizzazione sia impossibile e, forse, per alcuni versi, neppure auspicabile. Provo a spiegarmi meglio: ritengo sia impossibile poichè, differentemente da quanto pensavano i comunisti dellOttocento, secondo i quali i bisogni degli uomini erano, sostanzialmente, limitati, e pressochè inesauribili erano le risorse disponibili, sono dellopinione che limitate siano questultime e che siano i bisogni umani, al contrario, a essere sostanzialmente senza limiti. Se dunque ritengo ipotizzabile che, con unadeguata organizzazione, si possa, lavorando solo quando se ne ha voglia, soddisfare, ad esempio, i desideri alimentari dellintera umanità; non ritengo possibile, per esempio, garantire a tutti il possesso di un violino da concerto, di una barca da regata o di una moto da corsa. Un socialismo "a due modalità" Penso pertanto che, sulla scia di quanto accennato da Kropotkin e più chiaramente indicato da Russel, potrebbe essere proposto un "socialismo a due modalità": "comunista" con riferimento a ciò che è essenziale e, più in generale, per quanto riguarda la produzione e distribuzione di tutto ciò che può essere fornito in abbondanza, "socialista" (nel senso, ristretto, di dare "a ciascuno secondo il suo lavoro") per quel che riguarda il resto. Ma se, per i beni e i servizi soggetti a regime di "comunismo", si può ipotizzare di produrli e distribuirli quando se ne ha voglia (o, comunque, occupando un numero di ore lavorative assai limitato) e di consumarli o servirsene quanto se ne desidera, ciò non mi sembra ipotizzabile con riferimento ai beni e ai servizi soggetti a regime di "socialismo". Occorrerà quindi che, seguendo lo schema "classico" del socialismo libertario (illustrato, ad esempio, nel documento della CNT datato 1936 e riportato sul numero 48 di Cenerentola), le unità di consumo facciano una ragionevole stima di ciò che occorre e quelle di produzione e distribuzione ripartiscano tra loro in modo ragionevole il lavoro necessario a soddisfarne le richieste. Al termine di questo processo, i lavoratori che avranno scelto di partecipare a tale meccanismo, differentemente da quelli che si accontenteranno dei beni e servizi soggetti a regime di "comunismo", sapranno che per ottenere, in più, determinate cose, dovranno offrire alla comunità un certo numero di ore di lavoro. Dunque, chi non si accontenterà dei beni ritenuti essenziali, o comunque sufficientemente abbondanti, dovrà partecipare a un complesso meccanismo produttivo e decisionale. Liberismo residuale E se qualcuno non si accontentasse e, tuttavia, non avesse alcuna voglia di concordare il proprio lavoro con gli altri? Ritengo dovrebbe avere la possibilità di ottenere egualmente quel "di più" che desidera, esercitando un lavoro autonomo, alle sole condizioni di non servirsi di dipendenti e non guadagnare più di quanto guadagnino i lavoratori che scelgono di inserirsi nel meccanismo che abbiamo chiamato "socialista". Possibilità, questultima, che risulterebbe peraltro, in una società senza classi e senza stato, piuttosto improbabile. Allinterno del sistema descritto, in parte "comunista" e in parte "socialista", dovrebbe quindi, a mio parere, rimanere comunque lo spazio per un po di "liberismo", per salvaguardare la libertà di chi, in presenza o in assenza di stato, di concordare il proprio lavoro con altre persone non ha alcuna voglia, né sotto padrone né in regime di autogestione. Tra il sostenere, come sostengo, questa posizione, ed essere sostenitore di "un vero e proprio socialismo liberista" cè una bella differenza! E con ciò, potrei aver chiuso il discorso... Un dubbio Ma poichè mi piace sviscerare fino in fondo i problemi, propongo al lettore un dubbio personale. Con riferimento ai beni e ai servizi che sarebbero soggetti a regime di "socialismo", la produzione e la distribuzione, secondo lo schema "classico" del socialismo libertario, verrebbero regolate attraverso un meccanismo di pianificazione che va "dal basso allalto" o, meglio, dato che non ci sarebbe né "basso" né "alto", "dal semplice al composto e viceversa". Ma pianificare "dal semplice al composto e viceversa", a differenza da quanto accade quando si pianifica dallalto (ad esempio, nella pianificazione statalista), significa procedere per mezzo di liberi accordi. Liberi accordi che comporterebbero, inevitabilmente, un certo margine di contrattazione. Ora, mi domando, non è che questo genere di economia pianificata, vista con occhi diversi da quelli miei e da quelli di Cosimo, potrebbe essere chiamata, sia pure con una buona dose di forzatura, "mercato"? Certo, si tratterebbe di un "mercato" basato su criteri "scientifici" di determinazione del valore dei prodotti e dei servizi (concordati nei famosi "uffici di statistica" dei quali è piena la letteratura libertaria) e pervaso da una generale tensione solidaristica. Ma la scienza, come tutti sappiamo, ha dei limiti, e la solidarietà anche. Dunque, non potrebbe essere visto, da chi ha un retroterra culturale diverso dal nostro, come una sorta di "mercato socialista"? Luciano Nicolini A proposito di comunismo, socialismo e liberismo Bello, il testo di Luciano Nicolini su "Comunismo, socialismo e liberismo": "comunismo", mi permetto di aggiungere, è una definizione condannata dalla storia, perchè identificata con il socialismo reale, di tragica e non solo staliniana memoria (chiediamo a chi, anche di sinistra, abbia passato alcuni anni sotto Ceausescu in Romania, per fare solo un esempio...), socialismo invece va bene, se "dà ad ognuno secondo i suoi bisogni", e (riceve, sottinteso) "da ciascuno secondo le sue capacità" (Karl Marx, Per la critica del Programma di Gotha; oggi, a quasi un secolo e mezzo di distanza, possiamo vedere le cose con più chiarezza e lungimiranza, al di là dei nomi...). Un socialismo che dia quindi a tutti qualcosa (ma non a tutti "un violino da concerto o una moto da corsa", per citare Nicolini, con felicissima immagine). Della moto da corsa non saprei che farmene, dico la verità, perchè non so guidarla, il violino, beh... qui a seconda dei bisogni e delle capacità/dell "estro"... Ma che lasci, appunto, spazi di libertà: non tanto nelloziare (importante, ma con buona pace di chi scrisse due bellissimi elogi dellozio, Paul Lafargue nellOttocento e Bertrand Russel nel Novecento), che ormai nessuno può permettersi in toto, ma almeno faglie di libertà, spazi in cui incuneare la propria creatività. E la scelta dellautogestione (che la rivista descrive felicemente in concreto, molto meglio di altre, ma bando alle polemiche...) va rivalutata, con tanto di opzione totale per le cooperative, per chi voglia/sia disponibile a crearle - non intendo COOP e Lega delle Cooperative, però, ultra "targate" politicamente, ma nuove realtà che "in nuce", in divenire, vi sono, non solo nellambito della pura "creatività" (musica, teatro, cinema, computergrafica etc.), ma anche per esempio nello "slow-food" (il mangiar piano e non "cibi di carta", al contrario del fast-food, orribilmente Mc Donalds...!; a Parigi, studentello anni 80, ricordo di essermici abituato un po, ma un mese dopo... un fegato e uno stomaco da... quello che sappiamo) esistono, ma attualmente vengono penalizzate da imposte dogni tipo. Un bel problema... ma non è la quadratura del cerchio. Basta, appunto defiscalizzare e far partire in pool-position (metafora da Formula 1, da parte di chi non capisce nulla di motori, ma simpatizza per Montoya, per ovvi motivi di "Terzo Mondo" e di solidarietà con la Colombia, povera e oppressa da unoligarchia latifondista e là risorge il dubbio: non sarà meglio il capitalismo? No, è solo meno peggio, ma cè dellaltro, per fortuna, che conosco benissimo per avere moglie e suoceri-cognati parenti colombiani...) le vere cooperative, non quelle "truccate" e "taroccate", da altro... Ecco perchè: - Nessun Far-West. Allepoca, seppure a denti stretti, si possono ammettere relative "pari opportunità", oggi invece il liberismo selvaggio (quello che incita persino alla vendita degli organi - cfr. il non-compianto "anarco"capitalista Murray Rothbard, "anarchico" come il ministro Martino, per intenderci, che nel 1997 lanciò, dalla terrazza del "Baglioni" la formula "Mai più tasse", applaudito freneticamente da imprenditori piccoli, medi e medio-grandi, ma tutti con lavoratori "in nero", che non sono in regola con nulla, né mai lo sarebbero in una società "altra", anzi molto meno ancora) sarebbe veramente una conventio ad excludendum, una gara ad uccidere, non solo ad escludere/ "dannare". - Nessun modello è "salvo" né tantomeno salvifico, va testato, verificato e/o falsificato. Tutto si può ritentare, purchè il "primo tentativo" non sia quello che mette sul lastrico centinaia di persone... - Sicuramente sarebbe assurdo riproporre modelli statalisti (ma il PRC e simili cosa fanno daltro? Magari mascherano il discorso un po meglio, oggi, ma il "fondo" rimane quello, tutto per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato e... inutile dirci più di tanto quanto sappiamo). Da libertari diffidiamo (quantomeno) dello stato, lesperienza pratica ci mette di fronte a una canea di sottogoverno, con tante stratificazioni, poi, dove ognuno, apriva il suo cassetto (quando cerano i partitini era la loro "Mecca", il loro "El Dorado"...) PSDI para-statali, PRI funzionari, etc. , ma poi i giochi variavano a seconda di una zona o dellaltra. - Lo scacchiere mondiale /internazionale non ci mette di fronte tanto ad astrazioni "nobili" quali limpero globale o lEuropa, ma a una rete di interconnessioni dove comunque il "piccolo" rischia sempre di dover soccombere. Eugen Galasso
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