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Tutto da copione o quasi:
provaci ancora, Martin

Cronaca degli Oscar

di Luca Baroncini

 

Jamie Foxx- Foto Luca Baroncini

 

Il mercante di Venezia

recensione di Luciano Nicolini

 

 

 

 

Venezia

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Tutto da copione o quasi: provaci ancora, Martin.

Cronaca degli Oscar

Può arrivare un cataclisma mondiale che semina morte e distruzione, scoppiare la più tremenda delle guerre, la più contagiosa delle epidemie, la più devastante delle carestie, ma ogni anno, puntuale come il cine-panettone di Boldi e De Sica a Natale, si rinnova l’appuntamento con Hollywood e i suoi protagonisti. Il luogo dove tutto è possibile, e dove nulla sembra mai davvero accadere, accende così per la settantasettesima volta i riflettori su se stesso.

Potremmo arrivare a scoprire che è un regno di pura fantasia, reale solo nella mente di competenti programmatori informatici e costruito unicamente per consentire al mondo intero di continuare a sognare. Comunque sia, la vetrina virtuale, in cui il cinema e le sue stelle si incontrano dandosi strette di mano e pacche sulle spalle, resta uno degli appuntamenti più sentiti dalla platea mondiale. Un termometro non tanto della qualità, per quella esistono i festival, ma del bisogno collettivo di credere in qualche cosa di irraggiungibile, scintillante e unanimemente riconosciuto. Un non-luogo, in fondo, in cui sorrisi e scollature vertiginose animano abiti sgargianti in sfilata sul tappeto rosso del Kodak Theatre di Los Angeles per perpetuare il mito. Il rigido copione prevede solidità e professionalità. Difficilmente i film candidati osano chissà quali sperimentazioni, ma contano sulla competenza di un’industria molto forte, e ancora più raramente i riconoscimenti cadono fuori dai confini degli Stati Uniti d’America. Alla fin fine è di potere che si parla. Il potere che permette di spendere fiumi d’inchiostro prima e dopo lo show, ore e ore in servizi e interviste televisive, milioni di dollari per pochi secondi di pubblicità. Il potere di entrare nelle case di un miliardo di persone. Insomma, il potere del più forte. Tenendo quindi a mente i limiti oggettivi di un simile evento, bisogna riconoscere che la serata ha rispettato con innegabile mestiere il copione: ritmo, qualche tentativo di svecchiare la formula (candidati alla ribalta sul proscenio, premi consegnati anche in platea, incursioni tra i palchi), una sfida calibrata tra due pilastri del cinema (Martin Scorsese e Clint Eastwood) con una vittoria data incautamente per scontata e il colpo di scena finale. Ma procediamo per gradi e iniziamo con il bel montaggio di classici del cinema che apre la serata. Una voce fuori campo, non senza una certa enfasi, spegne la realtà per accendere il sogno. "I bei film sono senza tempo: ci raccontano da dove veniamo e dove andiamo".

Mentre Charlot si allontana a braccetto con Shrek, irrompe sul palco Chris Rock, il comico afroamericano, chiamato per la prima volta a condurre la serata, che esordisce con un tutt’altro che rassicurante "Benvenuti alla settantasettesima e ultima notte degli Oscar!". Poco conosciuto in Italia (come tutti i comici è poco esportabile e ha radici profonde nella cultura locale), in America è invece un’icona dell’umorismo irriverente.

Eccolo quindi, con voce garrula, e presto fastidiosa, cominciare a lanciare frecciate. Ne ha per tutti: per il deficit pubblico, per la guerra, per "The Passion". Contro l’amministrazione Bush si espone con un certo coraggio: "Il presidente oggi è tornato al suo lavoro per la seconda volta, anche se ha detto cose per le quali ti avrebbero cacciato via da qualsiasi altro lavoro. Non so se riuscite a immaginare qualcuno che lavora da Gap (nota catena di negozi di abbigliamento, ndr) e inizia una guerra contro Banana Republic (altra grande catena, ndr) provocando migliaia di morti tra i suoi dipendenti, perché dice che in quel negozio concorrente vendono delle particolari magliette corte e poi si scopre che, in realtà, non è affatto vero!". Il primo premio consegnato è l’unico a battere bandiera italiana. Si tratta infatti di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo che, finalmente, dopo otto candidature mai andate a buon fine, vedono riconoscere ufficialmente il proprio talento di artisti-artigiani, questa volta per la ricostruzione d’epoca degli anni d’oro di Hollywood. L’Oscar per la "Migliore Scenografia" a "The Aviator" apre quella che sembra un’ascesa inarrestabile del film di Scorsese. Ma a destare qualche sospetto sul trionfo annunciato è l’Oscar per il "Migliore Attore Non Protagonista", che incorona il bravo Morgan Freeman, voce narrante e amico che tutti vorrebbero avere in "Million Dollar Baby" di Clint Eastwood. Lo spettacolo, intanto, continua a ritmo serrato ed è un Robin Williams, come di consueto sovraeccitato, a dare corpo alla sempre più agguerrita sfida tra Dreamworks e Pixar per il "Miglior Film d’Animazione". Nonostante i due candidati della società di Spielberg ("Shark Tale" e "Shrek 2") è però la famiglia di supereroi con superpoteri di "The Incredibles" a spuntarla, bissando così il successo del 2004 con "Alla ricerca di Nemo", anch’esso targato Pixar. È poi la volta del "Miglior Trucco", che vede consegnare l’Oscar a "Lemony Snicket’s: una serie di sfortunati eventi", in arrivo a marzo in Italia e considerato, prima un caso editoriale (il trentaquattrenne autore Daniel Handler ha venduto più di ventisette milioni di copie), e poi cinematografico (nella versione per il grande schermo con Jim Carrey e Meryl Streep). Valli O’Reilly, ritirando l’Oscar, si scusa con gli attori "per avervi dato un trucco così sfortunato". Si entra nel vivo della manifestazione con le categorie "Migliore Attrice Non Protagonista" e "Migliori Costumi". Entrambi premiano ancora "The Aviator". La brava Cate Blanchett, già scippata dell’Oscar per l’intensa interpretazione in "Elizabeth", nel film di Scorsese dà vita all’attrice Katharine Hepburn. Vanno soprattutto a lei i ringraziamenti ("Ho avuto la fortuna di interpretare un ruolo straordinario. La longevità della sua carriera è, io credo, fonte di ispirazione per tutti"), oltre che alla direzione di Martin Scorsese, sicuramente il più ringraziato della serata ("Spero che mio figlio sposi tua figlia"). Anche Sandy Powell ritira con sobrietà ed entusiasmo il premio per i costumi, ormai veterana e scafata perché al suo secondo Oscar dopo quello del 1998 per "Shakespeare in Love". Ad interrompere la scaletta dei premi è un omaggio a Johnny Carson, il più famoso conduttore di talk show degli Stati Uniti, scomparso quest’anno per le conseguenze di un enfisema polmonare. Carson, vera e propria icona della televisione americana, viene ricordato attraverso un montaggio dei suoi interventi più celebri, alcuni davvero irresistibili "Vedo facce nuove, facce vecchie, facce nuove su quelle vecchie!" fino al retorico ma sempre efficace "Ci saranno luci accese su un set fino a quando ci saranno spettatori desiderosi di vedere un film". Ma la tabella di marcia incombe e si torna presto ai premi. Per il "Miglior Documentario" vince "Born into Brothels", di Zana Briski e Ross Kauffman. I due documentaristi filmano il loro viaggio a Sonagchi, Calcutta, dove intervistano i figli delle prostitute che lavorano in un bordello del distretto e lasciano a bocca asciutta l’italiano "The Story Of The Weeping Camel", del giovane Luigi Falorni, prodotto da Fandango. "Mighty Times: The Children’s March" vince invece nella categoria "Miglior Documentario Cortometraggio" e permette ai due registi, Robert Hudson e Bobby Houston, di dichiarare in mondovisione il loro amore ("viviamo insieme, guardiamo la televisione insieme…"). Tocca ora al "Miglior Montaggio" che premia ancora una volta "The Aviator" (i maligni, però, parlano di un montaggio un po’ troppo scolastico rispetto, ad esempio, alla partitura di "Collateral" di Jim Miller e Paul Rubell, anch’essi candidati). Thelma Schoonmaker, pure lei abituata al fasto degli Oscar (ha già vinto per "Toro Scatenato") ritirando il premio ringrazia Scorsese ("Pensi sempre come un montatore quando giri, Martin!"). Per la "Migliore Sceneggiatura Non Originale" vince invece quello che è un po’ l’outsider della serata, il piccolo film indipendente che non ha bisogno di effetti speciali e nomi altisonanti per farsi grande, ma che, grazie soprattutto a un calibrato e riuscito copione, si fa strada agilmente nelle emozioni dello spettatore. Si tratta del celebrato "Sideways" di Alexander Payne, forse un po’ sopravvalutato, ma ben scritto, diretto e interpretato. È ora la volta dei "Migliori Effetti Visivi" che, annunciati dalla star cinese Zhang Ziyi (è tutta promozione perché la diva orientale sta girando "Memorie di una geisha" sotto l’egida di Spielberg e della sua Dreamkorks) premiano l’incre-dibile lavoro fatto per "Spiderman 2". Un po’ meno incredibili le inquadrature che alternano il gruppo dei premiati, tutti uomini, con le mogli gaudenti dal loggione, con un contrappunto da tv-spazzatura che è una imperdonabile caduta di stile (non l’unica, comunque). Dopo l’immancabile sviolinata alle Forze Armate, giunge l’atteso momento dell’Oscar alla Carriera. È Al Pacino a presentare Sidney Lumet, mentre scorrono le immagini di una cinquantina d’anni dedicati al cinema, dal fulminante esordio con "La parola ai giurati" del 1957, al fiacco remake di "Gloria", con Sharon Stone, del 1999. Molto classica la sua oratoria: "Siete gentili! Ho sempre pensato al discorso che avrei dovuto fare in questo momento, visto che al primo film sono stato subito candidato. Pensavo di non ringraziare nessuno. Dovrei dire grazie a troppe persone, Scorsese, Coppola, Buster Keaton, Kurosawa. Tutti autori con cui ho collaborato e a cui ho rubato qualcosa. Ringrazio infine il cinema, ho il più bel lavoro nel più bel settore del mondo". Patetica e falsissima l’inquadratura del nucleo familiare, riunito in un palchetto, abbracciato e in trepidante ascolto (roba da "Grande Fratello" o "Amici"). Dopo la consueta "standing ovation", arriva il momento dei corti. È l’inglese Andrea Arnold a spuntarla con "Wasp", mentre per l’animazione vince il canadese Chris Landreth con "Ryan", già premiato anche dal pubblico all’edizione 2005 del Future Film Festival. Ormai i giochi sembrano fatti e, a conferma delle previsioni, arriva una luminosa Kate Winslet a premiare Robert Richardson per la "Migliore Fotografia" di "The Aviator". Intanto si conferma ancora una volta il successo di "The Incredibles", che vince anche per i "Migliori Effetti Sonori", e arriva la prima statuetta a "Ray" per il "Migliore Sonoro". Il settore musicale chiude il sipario con gli ultimi due premi: alla "Migliore Colonna Sonora", che va al compositore polacco Jan A. P. Kaczmarek per "Neverland – un sogno per la vita" (unico riconoscimento su sette candidature per il melenso film di Marc Foster con Johnny Depp sulla vita di James M. Barrie, autore di "Peter Pan"), e a "I diari della motocicletta" per "Al otro lado del rio" come "Migliore Canzone Originale". Al riguardo, occorre sottolineare l’unica nota polemica che ha rischiato di incrinare la facciata di sorrisi della serata. Pare infatti che Jorge Drexler, il compositore uruguaiano autore della canzone, si sia visto preferire dall’Academy, per l’esecuzione dal vivo, il più famoso Antonio Banderas in coppia con Carlos Santana. Ovvia la polemica conseguente e molto riuscita la vendetta. Nessun pistolotto edificante all’atto del ritiro del premio, infatti, ma la semplice intonazione del brano con la voce senza alcun accompagnamento, tra lo scroscio degli applausi e il visibile imbarazzo di Banderas in platea. Poco originale anche la scelta di affidare la presentazione alla latina Salma Hayek, secondo uno schema classico in cui è ancora la differenza etnica ad avere il sopravvento, per cui i sudamericani applaudono i sudamericani, i neri hanno ovazioni solo per la comunità nera, gli orientali per gli orientali, mentre i bianchi americani concedono spazi limitati di celebrità a (quasi) tutti. Si spera sempre che sia il cinema a vincere, ma queste divisioni sono indice di un conflitto culturale e razziale ancora molto forte. Vabbè che in Italia c’è chi si è lamentato ufficialmente quando a vincere il Festival di Venezia non è stato un titolo italiano!

Si è ormai ampiamente superato il giro di boa e si sta per entrare nella zona calda dell’evento con l’attribuzione dei premi più importanti, quelli in grado di incidere sugli esiti al botteghino. Per un film vincitore si parla di un trenta per cento in più negli incassi. Cifre da capogiro, che probabilmente giustificano i cospicui investimenti nel marketing. Non è quindi un caso che sia per "The Aviator" che "Million Dollar Baby" si siano spesi circa quindici milioni di dollari, il corrispondente di sette o otto film prodotti in Italia.

L’Oscar per la "Migliore Attrice Protagonista" ripropone la stessa sfida del 1999 tra Hilary Swank e Annette Bening. Allora vinse la prima per l’intenso ruolo di un ragazzo prigioniero nel corpo di una ragazza in "Boys don’t cry", e anche quest’anno è ancora la Swank a spuntarla. La sua interpretazione in "Million Dollar Baby" è un vero plebiscito di consensi perché tutti paiono apprezzare l’aderenza fisica con il personaggio, la volontà dell’attrice che si riflette nella vulnerabile determinazione del ruolo interpretato. Sul palco la Swank sfodera grinta e un po’ di logorrea "Non so cosa ho fatto per meritare questo. Vivevo in una roulotte e avevo un sogno. Grazie Clint per avermi permesso di intraprendere questo viaggio con te". Nella lunga sequela di persone ringraziate, addirittura gli avvocati. Prima di passare all’attore viene consegnato l’Oscar per il "Miglior Film Straniero" che premia il talento del giovane Alejandro Amenabar con il bellissimo "Mare dentro", in cui un uomo che vuole morire riesce a spargere la vita intorno a sé. Il timido regista spagnolo ringrazia Javier Bardem per la sua strepitosa interpretazione (incredibilmente snobbata dall’ Academy), insieme a tutto il cast. Per la "Migliore Sceneggiatura Originale" l’Oscar premia invece l’eccentricità di Charlie Kaufman, autore del complicato e toccante copione di "Se mi lasci ti cancello", per molti il premio più controcorrente di questa edizione, visto l’orientamento generalmente incline alla tradizione dei giurati. Ma è il momento degli Oscar più ambiti. "Migliore Attore" viene consacrato Jamie Foxx per "Ray", candidato anche come "Non Protagonista" per "Collateral". Era il più papabile alla vittoria vista la sua totale immedesimazione con la fisicità di Ray Charles, anche se c’è chi contesta un innegabile talento al servizio più dell’imitazione che dell’espressività. Da Jamie Foxx uno dei discorsi più noiosi e sconclusionati della serata : "Dedico questo premio a Ray e alla sua eredità. Ringrazio tutti per questo sogno afroamericano. Ringrazio mia figlia che ha detto mi avrebbe voluto bene anche se questa sera non avessi vinto. E ringrazio mia nonna. Quando ero bambino mi diceva 'stai dritto con le spalle e cerca di recitare come si deve’. Mi picchiava con una mazza da golf e mi diceva: 'Lo faccio perché voglio che tu sia un gentiluomo'. Ora mi parla nei sogni. Per questo devo andare a dormire: abbiamo un sacco di cose da dirci stanotte". Dopo il "sesto senso" di Foxx, giunge finalmente l’ora dell’Oscar alla "Migliore Regia" e al "Miglior Film". La strada sembra spianata per Martin Scorsese, alla sua quinta candidatura, e anche il film, dopo cinque Oscar già conquistati, sembra avere tutte le credenziali per la vittoria. In fondo, quale film può meglio consacrare il mito di Hollywood della biografia del magnate Howard Hughes, supportata anche dalla vigorosa interpretazione di Leonardo Di Caprio? Eppure, si sa, l’Oscar è capriccioso. È così che a stravolgere le previsioni ritorna Clint Eastwood, vincitore a sorpresa della sua seconda statuetta dopo il trionfo de "Gli Spietati" nel 1992. È il suo "Million Dollar Baby" a trionfare, con l’Oscar alla regia e come miglior film dell’anno. Con stile e umiltà il settantacinquenne Clint sale sul palco e, visibilmente emozionato e contento, ringrazia tutti, dalla moglie alla madre novantaseienne presente in sala. "Fare il film in soli trentasette giorni è stata una grande sfida. Stasera ho visto Sidney Lumet e così mi sono detto: sono un bambino rispetto a lui, posso fare ancora molte cose! Vorrei che festeggiaste tutti con me e mi piacerebbe lavorare con tutti. Grazie davvero!". È sul suo sorriso di soddisfazione che si conclude lo spettacolo. Mentre a Hollywood cominciano le feste più esclusive in Italia albeggia e scorrono i titoli di coda di uno show destinato a non lasciare particolare traccia nella memoria degli spettatori. A restare saranno solo i film e quest’anno di titoli da ricordare ce ne sono comunque parecchi. Segno di un fermento, e di una voglia di sognare, che, per fortuna, è ancora in grado di regalare emozioni. Incerte tra l’arte e l’industria, a metà strada tra la natura più intima e il botteghino, in bilico tra la lacrima e il divertimento, alla ricerca di svago non tralasciando la riflessione... il cinema, probabilmente.

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Il mercante di Venezia

recensione di Luciano Nicolini

di M. Radford

con A. Pacino e J. Irons

Non intendo certo, in poche righe, azzardare un giudizio sull’opera di Shakespeare; anche perchè tale giudizio non potrebbe prescindere da un’accurata analisi del contesto storico e letterario all’interno del quale è stata scritta. Mi limiterò quindi a un parere sul film che ne è stato tratto e che classificherei come un film senza infamia e senza lode.

Senza infamia perchè la ricostruzione degli ambienti e dei costumi appare, nel complesso, credibile; senza lode perchè le interpretazioni degli attori, incluso Al Pacino, non mi hanno particolarmente commosso.

Sorge, piuttosto, spontanea, una domanda: che senso ha riproporre, nel 2005, un’opera del genere? Rimane il dubbio che, dietro alla produzione della pellicola, si nasconda un sottile, ma pericoloso, antisemitismo.

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