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Libia di Toni Iero
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Queste righe non vogliono essere niente più che limpressione riportata da un frettoloso viaggiatore durante una settimana di tour nel paese africano. Partiamo con lambiente. Contrariamente a quello che superficialmente si può pensare, la zona costiera non è un vero e proprio deserto. La temperatura invernale non è molto diversa da quella del Meridione dItalia. Con in più il vento che, come si sa, comporta la sensazione di ulteriore riduzione della temperatura percepita. Se poi aggiungiamo che le piogge non sono rare, si capirà bene come nel Nord della Libia, nel secolo scorso, i coloni italiani abbiano potuto impiantare colture (tuttora esistenti) di ulivi e agrumi. Laspetto più singolare, che caratterizza chilometri e chilometri, è rappresentato da immense "coltivazioni" di plastica (in tutte le sue forme: sportine, taniche, contenitori, bottiglie, etc.). Lungo la strada proveniente dalla frontiera con la Tunisia si alternano mucchi ordinati di lattine, ferraglie, barattoli e tutto ciò che la "civiltà" dei rifiuti riesce a produrre. Man mano che ci si sposta verso Sud il paesaggio cambia. Le coltivazioni (e i rifiuti) si diradano, lasciando il posto ad una steppa semi-arida dove, ogni tanto, appaiono campi verdissimi, frutti dellirrigazione artificiale. Dopo un paio di centinaia di chilometri, compaiono i primi rilievi, dove vi sono numerosi resti di villaggi berberi fortificati. A questo punto subentra una zona desertica, dominata da un terreno sostanzialmente sassoso. Qua e là comincia a manifestarsi la presenza di sabbia. È questo "niente", per la verità piuttosto noioso, che caratterizza il panorama fino a Ghadames, singolare e suggestiva città sviluppatasi intorno ad unoasi (con relativa sorgente dacqua) e oggi posta sotto il patrocinio dellUnesco. Qui, a circa 600 chilometri a Sud di Tripoli, siamo arrivati alle porte del deserto. A poca distanza cominciano le prime dune sabbiose, impressionanti onde, alte anche fino a 30 metri, di quel mare di sabbia che è il deserto meridionale. La popolazione. La Libia, come intuibile dalle caratteristiche del suo territorio, non è una nazione densamente abitata: vi sono poco più di 5 milioni di cittadini su oltre 1,7 milioni di chilometri quadrati di superficie (per fare un confronto, gli Italiani sono undici volte tanto su una superficie che è meno di un quinto di quella libica). Inoltre, ben 3,5 milioni di Libici hanno meno di 30 anni. Infatti dopo la Rivoluzione del 1969 è stata perseguita una politica di intenso sviluppo demografico (culle piene per la Patria ). Le etnie sono sostanzialmente due: gli Arabi "invasori" (VII secolo dopo Cristo) e i Berberi. Mentre gli Arabi sono stanziali e vivono sulla costa, i Berberi si trovano nellinterno e sono, per la maggior parte, semi-nomadi. I famosi Tuareg sono Berberi che vivono nei deserti del Sud. Le differenze tra queste due etnie sono piuttosto rilevanti, sia dal punto di vista fisico, sia linguistico, sia sociale. La lingua ufficiale della Libia è larabo ed è proibito parlare il berbero in luoghi pubblici. Un aspetto particolare del paesaggio, anche urbano, della Libia è rappresentato dal fatto che tutte le scritte (dalle insegne dei negozi, alle indicazioni stradali) usano esclusivamente caratteri arabi. È rarissimo trovare cartelli che riportino caratteri latini. Fa eccezione solo qualche pubblicità della Pepsi Cola, che ha recentemente aperto una fabbrica a Tripoli. Cosa cè da vedere in Libia? Beh, in primo luogo le rovine delle città antiche. Sulla costa della Tripolitania vi sono Sabratha e Leptis Magna (questultima è la città di nascita dellimperatore Settimio Severo). Va detto che queste due perle, da sole, valgono un viaggio. Anche i non esperti, come il sottoscritto, possono godersi lo spettacolo di questi centri, la cui struttura urbanistica (nonché molti edifici) è rimasta sostanzialmente intatta. È suggestivo ammirare, magari con la delicata luce del tramonto, il teatro di Sabratha. O esplorare il Foro Vecchio di Leptis Magna, a due passi dalla spiaggia, dove, sotto la sabbia, giace il vecchio porto romano. Leptis Magna è, con ragione, considerata uno dei principali siti archeologici del Mediterraneo, sia per estensione, sia per lo stato di conservazione di molti edifici pubblici (la basilica, il mercato, il teatro e il grande anfiteatro, capace di 7 mila spettatori). Apprezzabile anche la città di Tripoli (Tarabulus). Il quartiere coloniale, dove erano i principali centri economici, politici e religiosi degli Italiani è, tutto sommato, ben conservato. È gradevole passeggiarvi. Portici, palazzi e la cattedrale (trasformata in moschea) hanno unaria familiare. Larchitettura ricorda quella del periodo fascista presente in molte parti della penisola. Poi vi sono le città, come Ghadames, che svolgevano il ruolo di porta daccesso verso il Sud. Qui lurbanistica si adegua alle condizioni climatiche. Strade che sono, in realtà, gallerie. Piazze che sono prese daria e di luce per le strade cunicoli che vi convergono. Tutto studiato per dare un po di sollievo agli abitanti contro il caldo estivo e il vento, vero dominatore di questi ambienti. Ma, probabilmente, la vera attrazione della Libia è il suo deserto sabbioso, che gli esperti definiscono il più bello del mondo. Un ambiente che abbiamo appena sfiorato in questo viaggio. Tuttavia il fascino delle dune, dei loro colori che cambiano con il cambiamento della luce del tramonto, della sabbia fine che scorre come se fosse un liquido, riesce ad imporsi anche al distratto turista che vi trascorre una sola sera. Una particolarità del turismo in Libia è che i gruppi oltre una certa dimensione (6-7 persone) devono obbligatoriamente essere accompagnati da: un autista, una guida e un poliziotto. Questo ricorda un po i paesi del socialismo reale di una volta. La nostra guida è Ahmed, un ragazzo che ha studiato e lavorato in Italia e parla molto bene la nostra lingua. Le sue spiegazioni sulla situazione sociale ed economica libica, molto esaurienti e dettagliate, hanno però il sapore della propaganda ufficiale di regime. La condizione della donna? In Libia la donna è libera e può fare quello che vuole. La disoccupazione? In Libia praticamente non esiste, chi non ha lavoro viene assunto dallo Stato. Criminalità? Sì, vi è qualche piccolo reato, ma sono gli immigrati dallAfrica sub sahariana che si drogano e commettono i crimini (ogni nazione ha i suoi immigrati espiatori!). La casa, listruzione e la sanità? Tutto gratis, garantito dallo Stato. Verrebbe voglia di chiedere cosa occorre fare per ottenere la cittadinanza libica Eppure, forse non è tutto inventato. Anche se la vita non è paragonabile agli standard europei, non si vedono in giro mendicanti, le case hanno una loro squallida dignità, i negozi sono frequentati dai locali, il traffico di Tripoli non ha niente da invidiare a quello delle città padane (la benzina costa lequivalente di 8 centesimi di euro al litro). Anche un giro nei suk, i mercati locali, è unesperienza diversa da quella che si può fare in un altro paese arabo: non vi è lassalto al turista, i negozianti non vi assillano per vendervi la loro mercanzia, non siete assediati da bambini che vi chiedono monete per guidarvi nei vicoli. Niente di tutto ciò. Gli esercenti vi aspettano nelle loro botteghe e mostrano la merce solo dietro esplicita richiesta. Nessuno vi propone di fare il cambio nero. Insomma è proprio unaltra cosa rispetto alla vicina Tunisia ed allEgitto! Come spiegare tutto ciò? Ci pensa Ahmed in un momento meno ufficiale. Grazie allesiguità del numero di abitanti, la rendita petrolifera è sufficiente per mantenere un apparato statale di forte impronta assistenziale. Questo permette di soddisfare molti dei bisogni più urgenti della popolazione. Chi ha deciso questa politica, chi comanda in Libia? Lo sanno tutti, il Colonnello Mohammar al Gheddafi. Non è possibile dimenticarlo. Anche perché ci pensano le sue enormi immagini, diffuse in tutto il paese, a ricordarvelo. Lo ritraggono che gioisce per un goal della nazionale di calcio libica; mentre sorveglia la costruzione di opere pubbliche, con sguardo sicuro rivolto verso il futuro (dietro i suoi occhiali da sole Porsche); a volte con fiero cipiglio militare, in una divisa da pizzardone romano; o meglio ancora alla testa di masse popolari inneggianti alla sua saggezza e alla sua determinazione. Ogni esercizio commerciale deve, per legge, esporre una fotografia del colonnello. Chi diavolo mi ricorda? Chiedo ad Ahmed come sono percepiti gli Italiani. Non è una domanda scontata. Fino allanno scorso il calendario libico prevedeva "La Giornata dellOdio" (sì, proprio come in 1984 di Gorge Orwell, libro che il Colonnello non deve aver letto). Odio contro i colonialisti italiani. Colpevoli di aver massacrato i resistenti libici nel corso delle campagne militari per occupare il paese e reprimere la guerriglia. Questo, stavolta, mi ricorda qualcosa di molto attuale. Ma adesso il Colonnello ha deciso che bisogna mettere una pietra sul passato. Gli Italiani non sono più dei cattivi diavoli miscredenti che vengono a imporre il loro dominio contro il volere di Allah. Ahmed lo sa bene. È giovane, ma ha lavorato per lAgip. Ci spiega che in Libia le aziende italiane non hanno mai smesso di operare. Neanche durante gli anni neri dellembargo. In quel periodo il Colonnello ha guidato la Libia con grande lungimiranza. Ha investito nella costruzione di opere pubbliche, come il "Grande Fiume Costruito dallUomo", un enorme acquedotto che convoglia le acque presenti in grandi giacimenti nel sottosuolo delle regioni meridionali della Libia. Con quellacqua è riuscito a ridurre la dipendenza nellapprovvigionamento alimentare dallestero. Autarchia come risposta alle sanzioni internazionali. Già sentito. Adesso poi il Colonnello dice che leconomia libica non deve essere più totalmente dipendente dal petrolio. Per questo sta incontrando molti uomini politici occidentali per firmare accordi per lo sviluppo economico. Non è unidea bislacca, la Libia non ha enormi riserve di greggio. Meglio pensare per tempo ad un futuro senza petrolio. Chiedo ad Ahmed come questa riconversione sta procedendo. Fa fatica, mi risponde. Siamo ad un tavolo di un ristorante nella zona bene di Tripoli. Perché fa fatica? Insisto. Perché cè molta corruzione, ammette. Prevedibile, più i regimi sono autoritari e maggiore è larbitrio e, quindi, la corruzione. Un po per cambiare discorso, un po per parlare di cose italiane, gli rammento che, recentemente, è venuto in visita ufficiale in Libia anche il primo ministro italiano. Il Colonnello era così contento dellesito dellincontro che, forse preso dallentusiasmo, ha addirittura proposto di ribattezzare la Via Balbia (la strada, fatta costruire da Italo Balbo, che segue tutta la costa libica dalla Tunisia allEgitto). Voleva chiamarla Via Berlusconia (sembra una barzelletta, invece è proprio così). I due grandi statisti hanno trovato un comune terreno dincontro. Adesso vanno proprio daccordo. Magari hanno anche scoperto di aver qualche lato del carattere simile. Sì. Adesso è tutto più chiaro. Anche chi mi ricordano le immagini del Colonnello tifoso, del Colonnello capomastro, del Colonnello presidente, |
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