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7° Future Film Festival

Le nuove tecnologie del Cinema d'Animazione
Bologna - Multisala Capitol - 19/23 gennaio 2005

di Luca Baroncini

Poster-Festival - Foto Luca Baroncini 2005

 

Nicotina

recensione di Lucrezia Avitabile

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"Tutto quello che avreste voluto sapere sul futuro ma non avete mai osato chiedere"

Bologna come Park City. Il Future Film Festival come il Sundance. Il Festival delle nuove tecnologie del cinema d’animazione comincia infatti tra grandi fiocchi di neve che imbiancano fin dalle prime luci dell’alba il capoluogo emiliano, quasi a fare concorrenza alla piccola cittadina americana, persa tra le vette dello Utah, in cui si celebra, in contemporanea, il cinema indipendente di tutto il mondo. La sovrapposizione dura però solo un giorno e il festival riacquista in fretta la sua bolognesità. Come un effetto digitale un po’ difettoso, infatti, il manto candido cede presto il passo a una fanghiglia informe e la scia di pixel lascia tracce di grigio e marrone, riportando il paesaggio alla consuetudine. Per fortuna i giorni successivi vedono il sole splendere alto: sul futuro degli effetti speciali applicati al cinema, ma anche sui poveri spettatori in fila alle casse della Multisala Capitol, per il terzo anno teatro del festival. Ormai l’appuntamento, grazie a un efficiente ufficio stampa, si è ritagliato uno spazio di rilievo sulle riviste non solo di settore, tanto che parecchie proiezioni ed eventi sono stati sottolineati dal "tutto esaurito". Di pari passo il programma, sempre più ricco, e l’organizzazione, mai così efficiente (ma si può sempre migliorare). Orfana della trilogia di Tolkien, che ha tenuto banco nelle ultime tre edizioni, la manifestazione ha aperto ufficialmente con l’eleganza di "La foresta dei pugnali volanti", di Zhang Yimou, per poi presentare, oltre a numerose anteprime, parecchi incontri con tecnici ed esperti di animazione e 3D, cortometraggi, tavole rotonde, retrospettive, fino al confronto con due grandi artisti – artigiani del trucco e degli effetti speciali, Carlo Rambaldi e Giannetto De Rossi. A tenere banco, non solo oriente e non solo America, ma anche cinematografie meno appariscenti, come la scuola di animazione di Zagabria, l’attività del fumettista Enki Bilal (nato a Belgrado ma parigino d'adozione), l’incontro con le scuole europee e il cammino sperimentale e artistico dell’indipendente inglese Phil Mulloy.

SCONTRO TRA TITANI: tavola rotonda dedicata alle creature fantastiche del cinema con CARLO RAMBALDI e GIANNETTO DE ROSSI.

Si spengono le luci e due icone del cinema raggiungono il palco, disponibili a incontrare il pubblico con i toni informali della chiacchierata. Carlo Rambaldi dimostra grande vitalità e carattere, confinando alla sola anagrafe gli ottanta anni così ben portati, e Giannetto De Rossi trascina la platea con la sua carica di simpatia e gli aneddoti infiniti sulle molte produzioni a cui ha partecipato. Sono due tra i più famosi, non solo in Italia ma nel mondo, autori di creature fantastiche, mostri, alieni, ed hanno contribuito ad alimentare sogni e paure del bambino che sonnecchia in noi. Una professione basata sul lavoro artigianale e sulla voglia di sperimentazione che si è dovuta scontrare, per forza di cose, con i passi da gigante compiuti dalla tecnologia. L’incontro comincia con una breve biografia di ognuno, e poi è tutto un alternarsi di racconti sul filo della memoria in cui il dietro le quinte diventa esilarante protagonista.

DE ROSSI: "Quarantacinque anni fa il lavoro mi fu tramandato da mio padre. Dopo avere imparato le tecniche di trucco tradizionale mi sono appassionato alle aggiunte, alle alterazioni, fino alla creazione di veri e propri mostri. Ho partecipato a più di 130 film, ma tutti mi ricordano solo per "Zombi 2".

RAMBALDI: "Ho studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna e solo successivamente mi sono innamorato del cinema. All’inizio facevo pupazzi con l’animazione a "passo uno" (fotogramma per fotogramma, n.d.r.) per dei film russi. Un lavoro lunghissimo e di grande precisione. Volevo superare questa tecnica e così mi sono messo per tre anni a studiare l’anatomia di bipedi e quadrupedi. Ero in una piccola bottega a Ferrara e i miei studi erano integrati da riprese per documentare i miei progressi sulla meccanica, perno di qualsiasi movimento. Questa base mi fu di grande aiuto quando arrivai a impormi negli effetti speciali. Ricordo "La Bibbia", di John Huston, in cui durante il Diluvio Universale dovevo mostrare la corsa della folla sulle rocce. John Huston era disperato e non sapeva come fare. Ho costruito venti personaggi retti da aste sulla base dei processi meccanici che avevo studiato e in questo modo abbiamo risolto la situazione"

DE ROSSI: "Ero sul set di "Novecento" di Bertolucci e dovevamo girare la sequenza in cui c’è lo sciopero dei contadini che si rifiutano di mungere le vacche e il protagonista della sequenza taglia il capezzolo alla mucca. Ho fatto il calco della mammella, l’ho applicata all’animale e ho spiegato all’attore di tagliare con il coltello la parte che al tatto era dura e ripiena di sangue finto. Mi sono però dimenticato di dirgli che io ero dietro con un forcone e che nel momento del taglio avrei sollecitato la mucca in modo da dare credibilità alla scena. Beh, l’attore è quasi morto dalla paura quando ha tagliato il finto capezzolo e ha visto la vacca scalciare!"

RAMBALDI: "Ho partecipato a un film su Sigfrido di Giacomo Gentiluomo. Avevano bisogno di un drago in tre settimane. Andai sul set, analizzai il problema, feci prima un disegno, poi una struttura in legno e studiai i movimenti. Volevano però che i sedici metri di drago fossero ricoperti di squame. Non sapevamo come fare, poi abbiamo scoperto che i vassoi di cartone, quelli per portare le paste, posizionati sul drago davano perfettamente l’idea delle squame. Così la produzione ne ha comperati tremila e abbiamo ricoperto la struttura. Sigfrido lo uccide ficcandogli la spada nell’occhio. Per rendere l’umore vitreo del bulbo oculare ho riempito l’occhio del drago di carne Simmenthal. Siccome il set era spesso frequentato da giornalisti, scrissero che si era creato un drago pieno di carne Simmenthal. Ovviamente scoppiò un gran putiferio!"

DE ROSSI: "Ero sul set di "Waterloo" di Sergej Bondarcuk ed eravamo in Russia. Era la fine degli anni Sessanta e, oh io sò di sinistra, i capitalisti non erano molto amati. Sta di fatto che De Laurentiis ci aveva promesso del parmigiano e ognuno di noi ne aveva ordinato un pezzo. Al momento fatidico della spartizione arriva De Laurentiis e dice che alla dogana hanno bloccato il parmigiano e che non può toccare il suolo russo. Eravamo disperati! L’unica soluzione è stata di andare noi alla dogana e salire sul camion. Lo abbiamo mangiato tutto e, almeno nella forma originaria, il suolo sovietico non lo ha toccato!"

RAMBALDI: "E.T. è stato girato in tre mesi ed è costato poco in proporzione ai budget attuali. Con Spielberg ho avuto un rapporto normale. Ricordo ancora che, dopo l’ultima inquadratura, Spielberg mi corre incontro e mi abbraccia. Pensavo fosse contento del risultato ottenuto invece mi dice "Abbiamo finito con cinque giorni di anticipo!" Diciamolo, un abbraccio interessato. Se E.T. fosse girato oggi con il digitale, bisognerebbe moltiplicare per sessanta i tempi di produzione. Nella meccatronica eravamo in cinque, oggi dietro ai processi digitali ci sono centinaia di persone, ma i riconoscimenti vanno a chi non c’entra niente. Per Matrix, che ha avuto l’Oscar per gli effetti speciali, è andato a ritirare il premio l’Amministratore della società, che magari di tecnico sa poco o nulla. Quanto alla riedizione per il ventennale di E.T., hanno aggiunto solo pochi minuti, ad esempio il bagno nella vasca. Ricordo che con Spielberg avevamo concordato di girare la sequenza come ultima, in modo da non danneggiare con l’acqua i fili d’acciaio dentro al robot. Poi siamo arrivati alla fine e Spielberg non ha ritenuto necessario aggiungere anche quella scena. Ma i nuovi inserti per le riedizioni sono solo strategie commerciali per dare un motivo al pubblico di andare in sala a rivedere un film!"

DE ROSSI: "Sono più ottimista sulle nuove tecnologie. Penso che alla fine la creatività non si possa modificare. Il punto di partenza è sempre il design. Cambia il modo, la forma, ma non la sostanza. Ovvio che il digitale va tenuto sotto controllo e utilizzato per ciò che è impossibile realizzare in altro modo. E vedere un attore che, ad esempio, perde metà viso è, oltre che bello, impossibile da fare!"

RAMBALDI: "Nel 1974 andai in America. La gente usciva ancora la sera e andava al cinema. Si trovava ancora parcheggio e la concorrenza della televisione era scarsa. Penso che si dovrebbero dimenticare i campanilismi che chiudono i confini e separano gli Stati Europei. Si dovrebbero produrre film internazionali, delle coproduzioni fatte da tutti per il mercato mondiale. Un po’ come in America! Non è che c’è il film dell’Arizona e quello del Massachusets, c’è il film americano!"

DE ROSSI: "Il cinema italiano è in crisi e quello di genere è ormai scomparso. Sopravvive la commedia intimista. Temo che con la nostra scomparsa, sparirà anche l’artigianato. I giovani coinvolti nelle fiction imparano un cinema di serie C. Si tira al risparmio in tutto e spesso le produzioni non sono altro che affari commerciali senza che ci sia un effettivo interesse artistico. Anche noi avevamo problemi economici, ma ora un produttore non rischia più in prima persona, non investe in un film perché ci crede. Finisce così che come tecnici per il trucco siamo più richiesti all’estero. Quando sono andato a fare "Asterix e Obelix" in Francia ho scoperto un paese, che era molto dietro a noi, distanziarci di chilometri!"

 

LA FORESTA

DEI PUGNALI VOLANTI

 

Titolo originale: Shi mian mai fu
Paese: Cina / Hong Kong
Regia: Zhang Yimou
Soggetto e sceneggiatura: Zhang Yimou
Soggetto: Zhang Yimou
Montaggio: Cheng Long
Fotografia: Zhao Xiaoding
Scenografia: Huo Tingxiao
Musica: Shigeru Umebayashi
Interpreti: Takeshi Kaneshiro, Andy Lau, Zhang Ziyi, Song Dandan, Anita Mui

Durata: 119 min.

Trama Cina, anno 859. La dinastia Tang è in declino. Il malcontento dilaga nel popolo e alcuni ribelli formano eserciti per contrastare la corruzione dell'impero. Uno dei più prestigiosi è "La casa dei pugnali volanti". Due capitani della guardia imperiale vengono mandati a indagare Mei, una danzatrice sospettata di essere la guida dei rivoluzionari.

Recensione Se Ang Lee ha aperto all'oriente le porte dei cinema del mondo intero, Zhang Yimou le ha spalancate. Prima con il successo globale di "Hero" e ora con "La foresta dei pugnali volanti". Strada vincente non si cambia e infatti il talentuoso regista cinese torna ad immergere lo spettatore in eleganti atmosfere d'altri tempi (la Cina del IX secolo), in cui i duelli e i combattimenti hanno l'andamento di una danza e dove ad appassionare è quasi esclusivamente la pregnanza delle immagini, davvero sorprendenti. Difficile, infatti, trovare una vera ragione d'essere nel melodramma tutt'altro che sofisticato imba-stito nel copione, in cui le ragioni collettive (la ribellione del popolo contro la corruzione dell'impero) soccombono a un improbabile triangolo affettivo: lei cieca e guerriera, contesa tra due uomini infuocati dalla passione ma confusi dai doppi o tripli giochi imposti dalla ragion di stato. Inevitabile la tragedia, che arriva puntuale, gravata pure dal continuo posticiparsi delle definitive dipartite e dal peso di dialoghi involontariamente ridicoli. Per fortuna ad allietare l'occhio c'è la bravura degli interpreti, con in testa la star Zhang Ziyi (che ha sostituito Gong Li come musa del regista) abile nel menare la spada e negli sdilinquimenti del cuore, e la folgorante bellezza dell'impianto visivo. Ogni sequenza è curata nei minimi dettagli e a dominare è sempre il gusto per la composizione dell'inquadratura unito a un eccezionale utilizzo della tecnica. Impossibile resistere al "passo dell'eco danzante" che apre il film, in cui la Ziyi si libra con leggerezza e decisione al ritmo imprevedibile di fagioli scagliati contro roboanti tamburi. Così come è difficile restare indifferenti alla suggestione provocata dalla foresta di canne di bambù o al tripudio di colori, splendidamente fotografati da Zhao Xiaoding, che accompagna il fluire delle stagioni. Come imposto dal genere, la verosimiglianza non è mai protagonista dell'azione, anzi, Yimou sembra divertirsi a spingere l'irrealismo all'eccesso; ma cedere alla sinuosità dei movimenti, alla leggiadria con cui gli scontri si ballano e alla grazia con cui la violenza viene sublimata, è piacevole, oltre che rara occasione per nutrire lo sguardo. Il risultato complessivo dunque, pur minato da ingenuità e scelte tutt'altro che originali di sceneggiatura, non ha la pesantezza de "La tigre e il dragone" e fa un baffo al Kitano in vacanza di "Zatoichi".

 

CUTIE HONEY

Giappone, 2004

Regia:Hideaki Anno

Interpreti: Eriko Sato, Mikako Ichikawa, Jun Murakami, Hairi Katagiri Shie Kohinata, Mayumi Shintani, Toru Tezuka, Mitsuhiro Oikawa

Durata: 94‘

Trama La dolce Honey Kisaragi viene abitualmente derisa dai colleghi di lavoro. Quello che gli antipatici colleghi non sanno è che Honey può trasformarsi in Cutie Honey, la sexi cyborg che combatte il crimine.

Recensione L'eroina dai superpoteri con il cuoricino rosa shocking deriva dalla fantasia di Nagai Go, già autore dei celeberrimi Mazinga Z e Goldrake. Nelle mani di Anno Hideaki, considerato uno dei più creativi autori di animazione, la trasposizione filmica dell'anime conserva le caratteristiche gommose del cartone animato e diventa un'icona kitsch in cui tutto, dalla narrazione ai movimenti della macchina da presa, viene moltiplicato all'ennesima potenza. Per alcuni si tratta del migliore risultato della "pop art", per altri è spazzatura punto e basta. La verità, probabilmente, sta nel mezzo, ma è più vicina alla pattumiera che alla galleria d'arte. Se è vero che il grottesco compiaciuto alla base della pellicola a tratti diverte, è anche vero che le avventure della sexy eroina, contro quattro cattivoni in plastica, finiscono presto per stancare. Tutto è caotico, colorato, iperbolico, ma il più delle volte brutto. La voglia di giocare unisce il sakè con il karaoke e gioca con la torre di Tokyo, ma non si percepiscono intenti provocatori per dissacrare la cultura nazionale, solo un'urgenza di assemblare tutto l'assemblabile con uno smaccato cattivo gusto. Anche i generi si combinano tra loro senza soluzione di continuità, passando dall'horror alla commedia, dal poliziesco al musical, conservando sempre una solida base demenziale in grado di non far prendere mai nulla sul serio; tra l'altro riciclando un'estetica solo in apparenza innovativa, perché già sperimentata con successo nella televisione nipponica (e spesso criticata come contenitore vuoto). Non mancano poi la moralina spicciola (l'amore è il bene più grande e non si può sconfiggere), le frasi nonsense ("ho usato le anti nano-macchine"), le arti marziali, i sottintesi lesbo, la canzoncina ‘Pa-Pa-Papaya-Papaya-Pa’, ma è tutto pura superficie. Lucida, digitale, ammiccante, ma così uniformemente esasperata da stimolare lo sbadiglio.

 

IL CASTELLO ERRANTE DI HOWL

Giappone, 2004

Regia e Sceneggiatura: Hayao Miyazaki

Musica: Joe Hisaishi

Produttore: Toshio Suzuki

Produzione: Studio Ghibli

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 119’

 

Trama Inghilterra, fine Ottocento. La piccola Sophie lavora nel negozio di cappelli appartenuto al padre deceduto. Casualmente, incontra il bellissimo mago Howl, in fuga dagli scagnozzi della perfida strega delle terre desolate.

Quest’ultima, mossa da invidia, trasforma Sophie in una vecchietta novantenne. La claudicante nonnina si mette alla ricerca del famigerato castello errante di Howl, l’unico in grado di liberarla dall’incantesimo.

Recensione Il maestro Hayao Miyazaki parla un linguaggio universale in grado di superare qualsiasi confine e di raggiungere direttamente il cuore.

Non ci sono trucchetti da sceneggiatore consumato o furbe trame per invischiare l'emotività dello spettatore, ma un semplice narrare toccando le corde dell'inconscio. La grande capacità di Miyazaki è di costruire un'impalcatura razionale imprescindibile, che consente un'istintiva immedesimazione, e di arricchire continuamente il racconto con dettagli capaci di aprirsi un varco in quel punto oscuro e ben difeso dove nascono le emozioni. Anche con "Il castello errante di Howl", passato frettolosamente nella bolgia di titoli presentati al Festival di Venezia, il miracolo si compie. Lo spunto è un romanzo fantasy per ragazzi, scritto dall'inglese Diana Wynne Jones, ma l'epoca vittoriana e l'ambientazione europea non limitano in alcun modo la creatività del regista che riesce, con la consueta sensibilità, a comunicare un punto di vista prezioso. Come ne "La città incantata", la protagonista è una ragazza che deve affrontare una sorta di percorso iniziatico per trovare se stessa e il proprio posto nel mondo; e come in tutte le sue opere, bene e male viaggiano a braccetto, facce intercambiabili di un'unica medaglia. Attraverso una leggerezza priva di giudizio e di fastidiosi intenti educativi, Miyazaki racconta le difficoltà della vecchiaia, la necessità di credere in se stessi e nelle proprie capacità, l'assurdità della guerra, il potere salvifico dell'amore. Nella visione del regista nulla è mai come sembra e ogni incontro può celare un'opportunità o un pericolo. Il suo film è un invito a non fermarsi all'apparenza delle cose, ma a buttarsi senza rete nell'intrico della vita, imparando ad accettare ciò che la vita stessa può offrire. Senza rassegnazione, ma lottando per acquisire una consapevolezza il più delle volte risolutiva. La profondità dei temi trattati passa attraverso una forma superlativa, in cui la tecnica è al servizio del racconto. Perfettamente caratterizzati i personaggi, mai banali nell'ambivalenza che li contraddistingue, ed equilibrata la narrazione, a volte cupa, altre volte rassicurante, ma sempre dosata con grazia e acume. Molte le sequenze da mozzare il fiato: dalla passeggiata iniziale nel cielo, con cui Howl salva la giovane Sophie dai demoni, alla trovata geniale di una porta in grado di aprirsi ogni volta su paesaggi diversi. Dando concretezza ai sogni, il maestro Miyazaki costruisce un'altra opera importante in cui il cartone animato incontra la poesia e diventa emozione.

Luca Baroncini

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Nicotina

recensione di Lucrezia Avitabile

di H. Rodriguez con D. Luna e J.Ochoa

Ne capitano di tutti i colori in quella maledetta notte messicana. Soprattutto capita di morire piuttosto facilmente. Nonostante che, impauriti dalle sue conseguenze sulla salute, ci si stia cercando di togliere l’amato vizio del fumo.

Buono il ritmo, divertenti le trovate, accettabili le interpretazioni. Almodovar è vivo (e lotta insieme a noi).

 

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