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Notizie da una ricca provincia dell'impero

 

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Abbiamo scritto più volte che Bologna, città in cui viene redatto questo giornale, non è il luogo più adatto per farsi un’idea del mondo. Secondo le classifiche stilate da Il Sole – 24 ore, sarebbe addirittura la città italiana nella quale si vive meglio.

Non sappiamo se sia vero. Di certo, però, la nostra regione è una delle più floride dell’Occidente: poche altre aree europee e americane sono ricche come l’Emilia-Romagna, di cui Bologna è capitale. Anche qui, tuttavia, la crisi comincia a farsi sentire.

"Il danaro non gira" – dicono i commercianti – che, si sa, sono sempre i primi ad accorgersi dei mutamenti economici. E le piccole imprese, "onore e vanto" del "modello emiliano", chiudono. Non tutte, ovviamente, ma in quantità sufficiente perchè se ne senta parlare, con angoscia, dai propri amici, talvolta padroncini, più spesso dipendenti. Gli enti pubblici non assumono o, comunque, assumono un numero di persone assai inferiore a coloro che vanno in pensione. Le grandi aziende tendono a trasferire i loro stabilimenti nei paesi poveri, dove la manodopera è più "a buon mercato". Quelle che, per le loro caratteristiche, non lo possono fare, risparmiano sui costi di gestione e manutenzione. Non è un caso che, pochi giorni fa, quando due treni si sono scontrati sulla tratta Bologna - Verona, causando 17 morti, quasi tutti abbiano sùbito pensato a una carenza di gestione, piuttosto che a un, sempre possibile, errore umano.

Anche i discorsi della gente sono cambiati: anni fa si sentiva parlare di migliorare, chi attraverso le lotte, chi confidando nelle sue capacità, la propria condizione sociale. Ora non più. C’è la sensazione diffusa che, nel prossimo futuro, sarà necessario, se non proprio tirare la cinghia, quantomeno rinunciare al livello di consumi, relativamente alto, cui buona parte della popolazione, da trent’anni, è abituata.

Non è strano che, allo sciopero indetto per il 30 novembre scorso dai sindacati concertativi e, ancor più, a quello indetto per il 3 dicembre da CUB e USI-AIT, la partecipazione sia stata scarsa. E non ci riferiamo al semplice fatto che, quando "il danaro non gira", cinquanta euro in più nelle tasche fanno comodo, né a quello che, in quest’occasione, i lavoratori fossero stati chiamati a scioperare, almeno in prima approssimazione, contro un taglio delle tasse. Ci riferiamo al fatto, più generale, che l’idea di sciopero è connessa a quella di miglioramento delle proprie condizioni normative e salariali, miglioramento cui, come si diceva, negli ultimi tempi, non crede nessuno.

Anche il movimento contro la guerra, che pure, per un insieme di ragioni, è stato particolarmente forte in Italia, e particolarmente sentito in Emilia-Romagna, ha perso slancio. E non tanto perchè ci si sia resi conto che, come diceva il comico Ferrini, "con gli Americani in casa, abbiamo le mani legate", quanto perchè sempre più persone cominciano a pensare che il loro, relativamente alto, livello di consumi, così come le, ancora sopportabili, condizioni normative che regolano il loro lavoro siano diretta conseguenza dello sfruttamento delle risorse dei paesi che si vanno a invadere.

Come dire: "Restiamo pure attaccati al carro degli Stati Uniti... E lasciamoli fare... Se proprio, prima o poi, si dovrà star peggio, lasciamo che capiti ai nostri figli...".

Un brutto discorso che, tuttavia, ha una sua logica.

Contemporaneamente si fa strada la paura delle popolazioni che, del banchetto, ricevono soltanto le briciole e, soprattutto, delle prevedibili ritorsioni da parte dei terroristi che si autonominano loro paladini. Tutti sono convinti che, prima o poi, cominceremo a subire disastrosi attentati (lo dice anche il ministro dell’interno!) ma, per i motivi che abbiamo appena finito di elencare, molti si limitano a sperare di non trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.

In questo quadro, certamente non incoraggiante, ci pare che il socialismo libertario abbia qualcosa da dire.

Se infatti, in una prospettiva socialista, è effettivamente improbabile che la maggior parte della popolazione delle aree ricche del pianeta possa aumentare significativamente il proprio livello di consumi, crediamo che essa abbia invece molto da guadagnare nelle condizioni e, soprattutto, nella motivazione con cui svolge il proprio lavoro.

Migliorare le condizioni entro le quali si svolge il proprio lavoro vuol dire, principalmente, anche per un minatore o un verniciatore, poter decidere senza essere pressato da capi incompetenti. Migliorarne la motivazione significa, in parole povere, essere più liberi di fare ciò che si ritiene, a torto o a ragione, utile per se stessi e per la comunità. Questi sono obiettivi che, storicamente, solo il socialismo libertario ha portato avanti, e che, ora più che mai, ci sembra debbano essere la sua bandiera. Su di essi pensiamo valga la pena di chiamare i lavoratori alla mobilitazione, per invertire una tendenza che ha visto, nel corso degli ultimi decenni, umiliare le vere professionalità e premiare presunte "capacità manageriali" che si riassumono nell’apparire a tutti i costi, a partire da quello di combinare guai.

E allora? Dobbiamo abbandonare le rivendicazioni salariali? No di certo. Già in altre occasioni (vedi l’editoriale del numero 19 di Cenerentola) abbiamo sottolineato come la questione del reddito sia oggi, per la maggior parte della popolazione italiana, una questione assolutamente centrale. Soltanto, probabilmente, nell’attuale contesto, è più opportuno mettere all’ordine del giorno il tanto vituperato egualitarismo salariale che richiedere aumenti generalizzati. Questi ultimi, infatti, in una situazione di crisi, vengono facilmente negati con la motivazione del rischio (spesso reale) di chiusura dell’azienda, mentre nessuno è in grado di sostenere, senza perdere la faccia, che le enormi differenze salariali oggi esistenti all’interno del mondo del lavoro siano giustificate da qualcosa di diverso dal vecchio, ma sempre efficace, "dividi e comanda".

Ci sembra utile, inoltre, agire sulle principali voci di spesa dei lavoratori, quali quelle per la casa, imponendo, ad esempio, che venga generalizzata l’adozione dei contratti d’affitto a canone concordato: contratti che, peraltro, non sono certo penalizzanti per i proprietari, in un momento in cui le rendite mobiliari (almeno quelle affidabili) sono basse.

Se, a tutto questo, si affiancherà una politica energetica tendente a limitare gli assurdi sprechi che sono sotto gli occhi di tutti e utilizzare, quanto più possibile, fonti energetiche rinnovabili e diversificate, verranno costruite le premesse per potersi anche dissociare dalla politica imperialista degli Stati Uniti, politica che, oltre ad essere criminale, mette a repentaglio, questa sì, la nostra sicurezza, e procedere all’immediato ritiro delle truppe italiane da ogni scenario di guerra.

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