![]() |
|
![]() |
| sei in Cenerentola>archivio>numero50>cronaca | ||
| Ancora sullo tsunami
Sullo scorso numero di Cenerentola avevamo segnalato, in prima pagina, le dichiarazioni del professor Ted Murty, dellUniversità di Winnipeg, secondo il quale "Non cè alcun motivo perchè ci sia anche una sola vittima degli tsunami". Accanto ad esse, quelle di Josè Borrero, dello Tsunami Research Group, che, pur concordando sulla possibilità di prevedere tali eventi, poneva il problema del tempo necessario per diffondere lallarme. "Forse il tempo disponibile era davvero troppo poco... concludevamo in ogni caso, ad avvertire la popolazione, nessuno ci ha provato". Nei giorni successivi, il Centro comune di ricerca dell'UE (CCR) di Ispra, dopo aver analizzato i rapporti in possesso degli organismi di sorveglianza terrestre e marina degli USA, ha detto la sua in proposito: lo Sri Lanka, le Maldive e forse anche la Thailandia potevano essere salvate dalla furia distruttrice dello tsunami. Sarebbe stato sufficiente che chi aveva gli elementi per comprendere quanto stava accadendo avesse lanciato lallarme. "Il terremoto afferma il CCR - è stato registrato, entro venti minuti dal momento in cui ha avuto luogo, da almeno tre stazioni di monitoraggio negli USA, che ne hanno inizialmente stimato la magnitudo a otto gradi": tra queste lo Us Geological Survey (Usgs) e il Pacific Tsunami Warning centre (Ptwc). "L'Usgs ha fatto circolare l'informazione del terremoto, entro 16 minuti, a 100 persone, in gran parte propri ricercatori e dirigenti. Dopo un'ora ha inviato un dispaccio più dettagliato a una lista di contatti esterni, incluso il dipartimento di Stato USA". "Paradossalmente però - afferma il documento - l'Usgs non ha menzionato un possibile rischio tsunami al dipartimento di Stato, perché non ha competenza per il monitoraggio dei maremoti". Mentre: "se il dipartimento di Stato USA fosse stato messo al corrente di un'immediata minaccia tsunami, avrebbe potuto comunicare il pericolo a tutti i paesi". L'unica struttura a ipotizzare un rischio tsunami nell'area colpita è stata la Ptwc, che ha inviato un messaggio ai propri utenti e alle autorità "15 minuti dopo aver registrato il terremoto", avvertendo che "anche se non c'era rischio potenziale di uno tsunami nell'area del bacino dell'oceano Pacifico, veniva lanciata un'allerta tsunami generica". Un bollettino aggiornato del Ptwc, inviato un'ora dopo, "ha ribadito l'assenza di rischio nel Pacifico, indicando però che uno tsunami era possibile vicino all'epicentro del terremoto". "Un allarme conclude il documento - avrebbe potuto essere lanciato con un anticipo compreso tra venti minuti e due ore, e si sarebbero potute salvare potenzialmente migliaia di vite."
La tragedia del maremoto ha riportato allattenzione mondiale il Sud-Est Asiatico. Tra i paesi più colpiti lIndonesia, che conta circa 160.000 morti, oltre ad un alto numero di dispersi e di nuovi poveri. Questo paese formato da migliaia di isole ricche di risorse naturali, noto per le sue bellezze paesaggistiche e ambita meta di turismo sessuale, sarà in futuro ricordato anche per la disgrazia dello tsunami. In verità, lIndonesia, realtà sociale e culturale disomogenea ed estremamente complessa, è da tempo al centro degli interessi internazionali. Alla fine della seconda guerra mondiale Jakarta proclamò la propria indipendenza, grazie a Akmed Sukarno, che avrebbe governato per due decenni. Negli anni Cinquanta lOccidente temeva unespansione nel Sud-Est Asiatico del comunismo, forte in Indonesia grazie al Partito Comunista Indonesiano (PKI) che godeva di largo appoggio popolare. Sukarno, che non era comunista, ma piuttosto ardente nazionalista, fece a più riprese concessioni sia al PKI che allesercito, il TNI, da sempre una delle più grandi forze politiche del paese. Prese inoltre contatti con URSS e Cina, acquistò armi dallEst europeo e avviò una politica di nazionalizzazione delle imprese private. Quando nel 1955 convocò la conferenza di Bandung, in risposta alla Southeast Asia Treaty Organization SEATO, unalleanza tra paesi dellarea creata dagli Usa per contenere il comunismo, Washington ritenne che fosse giunta lora per sbarazzarsi dello scomodo presidente. Nel 1958 gli Usa finanziarono rivolte in diverse zone dellarcipelago indonesiano, inizialmente senza grandi risultati. Solo nel 1965, sempre con lappoggio statunitense, in un clima di disagio economico diffuso, un colpo di Stato assegnava il potere ai militari, pur lasciando Sukarno alla presidenza. La svolta fu accompagnata da un massacro di militanti comunisti che superò le 500.000 vittime. Lanno seguente, un secondo golpe allontanò del tutto Sukarno. Due anni dopo veniva nominato presidente il generale Suharto, che avrebbe governato autoritariamente il paese per più di trentanni. Lepoca del nuovo dittatore sembrò restituire slancio e stabilità alleconomia indonesiana, che ritrovò i favori della Banca Mondiale e fu inserita nel gruppo delle "Tigri Asiatiche". In realtà, tranne che per il settore petrolifero e delle risorse naturali, gli alti tassi di crescita erano unillusione. La dittatura determinò nuovi scontri con province indipendenti e con quelle che lottavano per lautonomia, nonché un clima fortemente repressivo. Nel 1975 lIndonesia invase Timor Est, ricca di petrolio e gas naturali, con il beneplacito di Usa, i maggiori fornitori di armi al regime, e Australia, che pochi anni dopo avrebbe firmato con il governo di Jakarta un trattato per estrarre petrolio dal nuovo territorio occupato. Il massacro dei Timoresi proseguì a lungo, fino ad un totale di 200.000 vittime. Con Suharto lIndonesia instaurò rapporti con tutto lOccidente, la Gran Bretagna divenne uno dei suoi principali fornitori di armi, mentre compagnie australiane, inglesi, americane, giapponesi e olandesi firmavano con essa contratti petroliferi. Nel 1997 la crisi economico-finanziaria che colpì lAsia meridionale portò il paese sullorlo della bancarotta. La fine di Suharto si avvicinava. La sua caduta avvenne, come capita spesso, proprio ad opera di coloro che ne avevano supportato lascesa. Non più intenzionato a rispettare i dettami del Fondo Monetario Internazionale e incapace di sedare le rivolte popolari, Suharto fu invitato dallallora Segretario di Stato americano Madeleine Albright a rassegnare le dimissioni. Era il 21 maggio 1998. Subentrava al potere Bacharuddin Jusuf Habibie, nominato dallex dittatore. Nel 1999 fu eletto presidente Abdurrahman Wahid, detto Gus Dur, destituito nel luglio 2001, dopo aver tentato un colpo di Stato per mantenere il potere. Al suo posto subentrò Megawati Sukarnoputri, figlia del padre dellIndonesia indipendente Sukarno e prima donna a salire al potere, la cui vittoria fu in gran parte merito delle forze militari che negarono lappoggio a Wahid. Il mandato di Megawati non è stato semplice e, nel luglio 2004, in occasione delle prime elezioni presidenziali dirette della storia democratica indonesiana, la presidentessa non ha ottenuto la maggioranza. Nel ballottaggio svoltosi ad ottobre è stata definitivamente sconfitta da Susilo Bambang Yudhoyono, del Partito Democratico, che ha ottenuto il 60,9% dei voti. Il nuovo presidente, proveniente dallambiente militare, dovrà affrontare in gran parte i problemi del passato, ma sarà costretto a far fronte anche a nuove sfide. Uno delle questioni che ha da sempre caratterizzato larcipelago indonesiano è la serie di conflitti tra il governo centrale di Jakarta e i vari movimenti indipendentisti sparsi nelle isole dellarcipelago. Una delle vicende più note è quella di Timor Est, invasa dallIndonesia nel 1975, con lappoggio delle maggiori potenze occidentali, appena dopo la fine del secolare colonialismo portoghese. Lisola è tornata indipendente solo il 20 maggio 2002. La popolazione timorese ha dovuto affrontare durante loccupazione notevoli forme di oppressione, tra cui denutrizione e maltrattamenti in campi profughi più simili a campi di concentramento. Inoltre, varie nazioni hanno approfittato delloccasione per sfruttare le riserve di gas naturale e petrolio dellarea. Ancora dopo lindipendenza lEsercito indonesiano ha compiuto massacri, distruggendo gran parte delle infrastrutture e costringendo i Timoresi ad affrontare una diaspora verso paesi stranieri. Ciononostante, oggi Timor Est sembra sulla strada del recupero che sarà possibile se verranno risolti i problemi socio-economici e la questione dei profughi, e se saranno puniti i responsabili delle atrocità. Tra questi lONU ha già condannato centinaia di soldati del TNI, che Jakarta però si rifiuta di consegnare. Abusi contro i diritti umani sono invece ancora vivi ad Aceh, nella provincia settentrionale di Sumatra fortemente colpita dallo tsunami. La regione, ricca di risorse minerarie e importante snodo commerciale, rivendica la propria indipendenza dal governo centrale. La lotta tra Jakarta e i guerriglieri del GAM (Movimento per lAceh libero) continua da trentanni. Negli ultimi tempi, soprattutto durante la presidenza di Megawati Sukarnoputri, si sono susseguite possibilità di dialogo, come gli accordi di pace siglati a Ginevra nel dicembre 2002, e ricadute negli scontri più violenti, come loffensiva militare che nel 2003 ha causato la morte di 2.200 persone. Le ragioni etniche dello scontro sono sempre state un problema secondario. Le motivazioni del conflitto sembrano più che altro risiedere nella possibilità di sfruttamento delle risorse di cui la provincia è ricca. Inoltre, la guerra interessa entrambe le parti in lotta, che traggono profitto dal commercio di armi e dai soprusi operati ai danni della popolazione. Nei giorni seguenti il disastro del maremoto i separatisti hanno proposto una tregua, le autorità di Jakarta e il nuovo presidente Yudhoyono si sono detti ottimisti sulle possibilità di dialogo, benché il nuovo capo di Stato non si sia mai dichiarato disponibile a parlare di indipendenza. Altre questioni sono ancora aperte nellIrin Jaya, chiamata "Papua" dai suoi abitanti, dove il Free Papua Movement combatte da diversi anni per l'indipendenza, e nelle Molucche, dove più accese sono le rivendicazioni religiose. Altri problemi scottanti per i politici indonesiani sono quelli di ordine economico e sociale. Benché in Indonesia, il più grande paese islamico, l80% della popolazione si definisca musulmana, alle ultime elezioni i partiti di ispirazione islamica sono stati nettamente sconfitti. A parte i casi dellisola di Madura e di alcune zone di Giava, la paura di un Islam radicale è relativamente bassa. Sono altri i problemi che interessano la cittadinanza. La stessa sconfitta di Megawati Sukarnoputri sembra da attribuirsi più che allescalation di violenza terroristica degli ultimi anni, allincapacità di risolvere questioni come la disoccupazione e lelevato costo della vita. Oltre il 49% della popolazione indonesiana vive con meno di 20 dollari al mese, più del 10% è analfabeta (i bassi livelli di istruzione sono diffusi soprattutto tra le donne) e, benché le stime ufficiali parlino di 10 milioni di disoccupati, fonti indipendenti alzano la cifra a quasi 40 milioni. Il miglioramento delle condizioni di vita potrebbe essere unarma decisiva contro il pericolo del fanatismo religioso. Ma, nonostante una moneta forte e una maggiore stabilità economica, molti problemi sociali sono a tuttoggi irrisolti: instabilità politica, corruzione e scandali dominano lo scenario politico, creando disaffezione e malcontento nella popolazione. La crisi del sistema indonesiano, osannato a più riprese dallOccidente nellepoca di Suharto, di cui oggi si sentono gli effetti, è dovuta alla fine di un modello basato su un potere autocratico, esercitato da unélite burocratica immobile, che non ha saputo dar vita ad uneconomia dinamica di reale sviluppo. Di questa élite fa parte anche l'Esercito, il TNI, che, godendo della cosiddetta "dwifungsi", ossia doppia funzione, ha da sempre avuto una posizione chiave negli affari politici ed economici del paese. Il suo ruolo è stato in parte ridimensionato dopo la fine della dittatura, tramite una legge che esclude i militari dalla rappresentanza parlamentare, permettendo tuttavia agli ufficiali di occupare posizioni di governo in diversi ministeri. Inoltre, per un vero cambiamento sarebbe necessaria anche l'eliminazione della struttura di comando territoriale, che fornisce all'esercito la possibilità di influire a livello provinciale e regionale. Secondo diverse fonti, sembra che lo stesso TNI incoraggi addirittura il terrorismo, collaborando con le organizzazioni islamiche più radicali, vendendo armi, fornendo possibilità di addestramento e ricevendo denaro in cambio di favori. L'elezione di Yudhonoyo, ex generale ed ex Ministro di Difesa e Sicurezza, non fa sperare in un miglioramento della situazione, e sotto il suo mandato il TNI potrebbe riacquistare rilevanza politica. Infine il contesto internazionale, in cui lIndonesia, che è per popolazione la quinta maggiore nazione al mondo, ha sempre suscitato largo interesse per le proprie risorse petrolifere e naturali e per la propria posizione al centro di rotte commerciali tra Oceano Indiano e Pacifico. Durante la presidenza di Megawati Sukarnoputri, Jakarta ha riallacciato rapporti militari ufficiali con Washington, in realtà mai interrotti anche durante la dittatura di Suharto, a cui gli Stati Uniti fornivano di continuo armamenti e possibilità di addestramento militare. Anche le multinazionali petrolifere sembrano fare buoni affari con l'arcipelago indonesiano, sfruttando relazioni con le forze militari. Queste, incaricate di proteggere gli investimenti spesso condotti in zone di conflitto, ricevono in cambio lauti compensi economici. Quella indonesiana è sotto tutti i punti di vista unarea fondamentale per gli equilibri internazionali. E ancora una volta linteresse americano, sia politico che economico, va in direzione di un posizionamento strategico in Asia, volto a controbilanciare la sempre più affermata potenza cinese. Ilaria Leccardi
Nei primi giorni di gennaio Toni Negri, definito per loccasione "il nuovo Marx", è stato collocato dal settimanale francese "Nouvel Observateur" tra i "venticinque più grandi pensatori del mondo intero". Per la verità, che fosse così profondo, non ci era mai sembrato. Secondo i giornalisti della testata transalpina sarebbe stato una «figura centrale di quel rinnovamento del marxismo che fu l'operaismo italiano», che ha «introdotto la categoria dell'operaio sociale come nuovo soggetto rivoluzionario in un mondo dove il soggetto politico è la moltitudine». Basta questo per essere considerati "grandi pensatori"?
Roma, 15-16 gennaio: altri "pensatori" a convegno Lo scorso fine settimana è stato denso di dibattiti, allinterno della sinistra parlamentare. Sabato 15, alla Fiera di Roma, lassemblea promossa dal "Manifesto" (e gradita agli amici di Diliberto) ha fatto il pieno di militanti che hanno deciso di dar vita a una "Camera permanente di consultazione" e a una "grande manifestazione di piazza dellopposizione". Occorre ha detto la segreteria della FIOM - sconfiggere le destre senza rassegnarsi allorizzonte dellalternanza, ma immettendo nel processo un elemento di alternativa. Si tratta ha aggiunto Bertinotti, del Partito della Rifondazione Comunista di vincere una scommessa che finora è stata regolarmente perduta. Il giorno successivo, presso la Pontificia Università dellAngelicum (strano posto per elaborare un programma di sinistra) si è tenuto invece il convegno indetto dalle riviste della "Grande alleanza democratica" (gradito agli amici di Bertinotti e di Pecoraro Scanio). Ci siamo andati, come osservatori. Cerano oltre settecento persone. Per prima cosa è stata letta una lettera di Prodi, piuttosto generica, nella quale, però, il leader della sinistra parlamentare affermava che i suoi valori fondamentali devono essere: "libertà, eguaglianza, fraternità e pace". Il che, con i tempi che corrono, ci è parso addirittura sovversivo. Abbiamo poi ascoltato la premessa di Tranfaglia (direttore di Aprile), lintervento, piuttosto generico, di Sullo (direttore di Carta), quello di Ferrari, orientato in funzione esclusivamente antiberlusconiana, quello di Iervolino. Non male ha parlato il direttore di Ecoradio, affermando la centralità di un mutamento del modello di sviluppo, con particolare riferimento alla necessità del risparmio energetico. Sono poi cominciate le relazioni vere e proprie: Lisa Clark ha sostenuto la necessità di rivendicare la pace "senza se e senza ma"; Riccardo Petrella ha fatto un confuso discorso sui "beni comuni"; Paolo Nerozzi ha difeso, con enfasi, legualitarismo; Luigi Ciotti, infine, si è prodotto in un capolavoro di retorica pretesca. E stata unesperienza davvero singolare ascoltarlo mentre, sotto un enorme crocifisso, declamava la sua omelia, conclusasi con unautentica ovazione da parte dei presenti. Che sia Wojtyla il nuovo profeta della sinistra? I lavori sono poi proseguiti nelle commissioni. Al termine, scrive Sullo su Carta, "ci siamo detti con i nostri amici delle altre riviste, si tratta ora di rendere durevole questo lavoro, con gruppi di lavoro che tendono a diventare stabili; poi, bisognerà convocare un secondo Cantiere, su un ventaglio di temi ancora da evadere (la democrazia, la giustizia, la conoscenza, la comunicazione, le questioni di genere, ad esempio). Infine, si tratta di cominciare a lavorare a un luogo robusto e autonomo che, lontano dal desiderio di dirigere politicamente il movimento, si metta invece al suo servizio, raccogliendo esperienze e conflitti, elaborandoli e riproponendoli nella forma di soluzioni possibili, come già è accaduto con lacqua e con molte altre questioni".
Nel frattempo, in Puglia, si svolgevano le prime "votazioni primarie", organizzate dalla sinistra parlamentare con lo scopo di scegliere il proprio candidato alle elezioni regionali. Crediamo di far cosa utile ai lettori che abitano nelle altre regioni italiane nel far sapere chi poteva votare e come lo ha fatto, cosa sulla quale i quotidiani non si sono soffermati molto, limitandosi a commentare il risultato finale: linaspettata vittoria di Nichi Vendola. La scheda era semplice: si poteva mettere una croce su Boccia o su Vendola (i due candidati in lizza). Ogni cittadino per poter esercitare il proprio diritto di voto doveva esibire un documento di riconoscimento dal quale si evincesse che è elettore del comune in cui si vota o di un comune del collegio camerale. Ogni votante doveva inoltre contribuire con unofferta di un euro e «sottoscrivere su apposito modulo fornito dal presidente del seggio, con firma leggibile, dichiarazione di condivisione del progetto politico della Grande alleanza democratica». In poche parole, anche chi voterà a destra ha potuto scegliere il candidato della "sinistra". Il che significa, in una regione a maggioranza di destra, che a questultima è stata offerta la possibilità di nominare anche il candidato della sinistra parlamentare. Nel caso non volesse correre rischi. E un ben strano modo dintendere la democrazia!
Abbiamo già avuto modo di scrivere, a pagina 5, nellarticolo dedicato alle "votazioni primarie", che queste ultime si inseriscono in uno strano modo dintendere la democrazia. Appare, infatti, singolare che il candidato della sinistra possa essere scelto anche dagli elettori della destra. Ma quando, pochi giorni fa, abbiamo scritto queste cose, ancora non eravamo a conoscenza delle ultime dichiarazioni di Gavino Angius che, della democrazia, mostra di avere una concezione ancora più stravagante di quella diProdi e di Bertinotti. Secondo lesponente diessino, la cui posizione trova numerosi appoggi allinterno della Quercia, "Le primarie devono essere solo cerimonia dinvestitura di Prodi. Dunque non devono esserci altri candidati". Unelezione con un solo candidato? Sembra una barzelletta. O, forse, è soltanto nostalgia di "socialismo reale". |
||