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Comunismo, socialismo e liberismo

La sede della prima cooperativa di consumo inglese

 

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Sullo scorso numero di Cenerentola, Cosimo Scarinzi, nel rispondere ad alcune mie osservazioni, ipotizzava ch’io fossi sostenitore di un "vero e proprio socialismo liberista". Non ho capito da dove derivasse quest’erronea convinzione ma, come già scritto, intendo approfittare dell’occasione per chiarire il mio punto di vista sull’argomento.

Farò inoltre alcune brevi considerazioni sull’organizzazione della produzione e della distribuzione all’interno di una società senza classi e senza stato, una società in cui i beni economici appartengano alla comunità e, solo limitatamente all’abitazione, agli oggetti d’uso e agli attrezzi necessari all’esercizio della professione, a privati.

Viva il comunismo!

In prima approssimazione, ritengo che il sistema economico più desiderabile sia il "comunismo", almeno se con questa parola si intende, come dicevano i pensatori dell’Ottocento, un sistema all’interno del quale ciascuno lavora "secondo le sue possibilità" e utilizza (o consuma) "secondo i suoi bisogni". Poichè inoltre ritengo che nessuno meglio del singolo individuo possa stabilire quali siano le sue possibilità e quali i suoi bisogni, penso sarebbe ottima cosa che tutti lavorassero solo nella misura in cui ne hanno voglia e utilizzassero (e consumassero) secondo i loro desideri.

Non sono originale: tale forma di comunismo è, come sappiamo, quella da tempo sostenuta dalla maggior parte degli anarchici. Tuttavia, a differenza di essi, ritengo che la sua completa realizzazione sia impossibile e, forse, per alcuni versi, neppure auspicabile.

Provo a spiegarmi meglio: ritengo sia impossibile poichè, differentemente da quanto pensavano i comunisti dell’Ottocento, secondo i quali i bisogni degli uomini erano, sostanzialmente, limitati e pressochè inesauribili erano le risorse disponibili, sono dell’opinione che limitate siano quest’ultime e che siano i bisogni umani, al contrario, a essere sostanzialmente senza limiti.

Se dunque ritengo ipotizzabile che, con un’adeguata organizzazione, si possa, lavorando solo quando se ne ha voglia, soddisfare, ad esempio, i desideri alimentari dell’intera umanità; non ritengo possibile, per esempio, garantire a tutti il possesso di un violino da concerto, di una barca da regata o di una moto da corsa.

Un socialismo "a due modalità"

Penso pertanto che, sulla scia di quanto accennato da Kropotkin e più chiaramente indicato da Russel, potrebbe essere proposto un "socialismo a due modalità": "comunista" con riferimento a ciò che è essenziale e, più in generale, per quanto riguarda la produzione e distribuzione di tutto ciò che può essere fornito in abbondanza, "socialista" (nel senso, ristretto, di dare "a ciascuno secondo il suo lavoro") per quel che riguarda il resto.

Ma se, per i beni e i servizi soggetti a regime di "comunismo", si può ipotizzare di produrli e distribuirli quando se ne ha voglia (o, comunque, occupando un numero di ore lavorative assai limitato) e di consumarli o servirsene quanto se ne desidera, ciò non mi sembra ipotizzabile con riferimento ai beni e ai servizi soggetti a regime di "socialismo".

Occorrerà quindi che, seguendo lo schema "classico" del socialismo libertario (illustrato, ad esempio, nel documento della CNT datato 1936 e riportato sullo scorso numero di Cenerentola), le unità di consumo facciano una ragionevole stima di ciò che occorre e quelle di produzione e distribuzione ripartiscano tra loro in modo ragionevole il lavoro necessario a soddisfarne le richieste.

Al termine di questo processo, i lavoratori che avranno scelto di partecipare a tale meccanismo, differentemente da quelli che si accontenteranno dei beni e servizi soggetti a regime di "comunismo", sapranno che per ottenere, in più, determinate cose, dovranno offrire alla comunità un certo numero di ore di lavoro. Dunque, chi non si accontenterà dei beni ritenuti essenziali, o comunque sufficientemente abbondanti, dovrà partecipare a un complesso meccanismo produttivo e decisionale.

Liberismo residuale

E se qualcuno non si accontentasse e, tuttavia, non avesse alcuna voglia di concordare il proprio lavoro con gli altri?

Ritengo dovrebbe avere la possibilità di ottenere egualmente quel "di più" che desidera, esercitando un lavoro autonomo, alle sole condizioni di non servirsi di dipendenti e non guadagnare più di quanto guadagnino i lavoratori che scelgono di inserirsi nel meccanismo che abbiamo chiamato "socialista". Possibilità, quest’ultima, che risulterebbe peraltro, in una società senza classi e senza stato, piuttosto improbabile.

All’interno del sistema descritto, in parte "comunista" e in parte "socialista", dovrebbe quindi, a mio parere, rimanere comunque lo spazio per un po’ di "liberismo", per salvaguardare la libertà di chi, in presenza o in assenza di stato, di concordare il proprio lavoro con altre persone non ha alcuna voglia, né sotto padrone né in regime di autogestione.

Tra il sostenere, come sostengo, questa posizione, ed essere sostenitore di "un vero e proprio socialismo liberista" c’è una bella differenza!

E con ciò, potrei aver chiuso il discorso...

Un dubbio

Ma poichè mi piace sviscerare fino in fondo i problemi, propongo al lettore un dubbio personale.

Con riferimento ai beni e ai servizi che sarebbero soggetti a regime di "socialismo", la produzione e la distribuzione, secondo lo schema "classico" del socialismo libertario, verrebbero regolate attraverso un meccanismo di pianificazione che va "dal basso all’alto" o, meglio, dato che non ci sarebbe né "basso" né "alto", "dal semplice al composto e viceversa".

Ma pianificare "dal semplice al composto e viceversa", a differenza da quanto accade quando si pianifica dall’alto (ad esempio, nella pianificazione statalista), significa procedere per mezzo di liberi accordi. Liberi accordi che comporterebbero, inevitabilmente, un certo margine di contrattazione.

Ora, mi domando, non è che questo genere di economia pianificata, vista con occhi diversi da quelli miei e da quelli di Cosimo, potrebbe essere chiamata, sia pure con una buona dose di forzatura, "mercato"?

Certo, si tratterebbe di un "mercato" basato su criteri "scientifici" di determinazione del valore dei prodotti e dei servizi (concordati nei famosi "uffici di statistica" dei quali è piena la letteratura libertaria) e pervaso da una generale tensione solidaristica. Ma la scienza, come tutti sappiamo, ha dei limiti, e la solidarietà anche. Dunque, non potrebbe essere visto, da chi ha un retroterra culturale diverso dal nostro, come una sorta di "mercato socialista"?

Luciano Nicolini

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