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Dipendenza e nuove schiavitù nell'Africa contemporanea di Fabio Viti
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Parlare di normali rapporti di dipendenza personale, di forme ordinarie della subordinazione in Africa, significa in primo luogo parlare delle relazioni familiari, che possono servire da sfondo ma anche da modello, e perfino da giustificazione, per le forme accentuate di dipendenza, quelle che comportano un vero e proprio asservimento. La struttura familiare, che conferisce normalità alla dipendenza, deve essere analizzata nella lunga durata, come luogo primario della dipendenza e come modello estendibile e "esportabile" al di fuori della cerchia familiare per tutti i rapporti di dipendenza. Interrogarsi oggi sulle forme "normali" della dipendenza significa dunque chiedersi se esistano o meno continuità, nella durata, tra a) le forme antiche, precoloniali, di schiavitù cosiddetta domestica, cioè interna alle società africane; b) le forme familiari di dipendenza; c) le forme contemporanee di dipendenza accresciuta, incrementata, qualificabili come nuove servitù o nuove schiavitù. Della schiavitù domestica basterà ricordare il suo carattere capillare, di massa, diffusissimo in tutto il continente fino alla colonizzazione e anche oltre e parzialmente indipendente dalla simultanea tratta atlantica o orientale degli schiavi. Si trattava sostanzialmente di un fenomeno di pseudo-affiliazione di schiavi, cioè di persone, straniere per definizione, che erano state catturate e vendute lontano dal loro luogo di origine per essere reinserite in una comunità domestica, dove svolgevano spesso gli stessi compiti delle persone libere di rango inferiore. Venendo invece al modello familiare dei rapporti di dipendenza, si può considerare la famiglia africana come una istituzione fondata su quella che chiamerei una forma di "solidarietà gerarchica". Questa espressione, che sembra una contraddizione in termini (solidarietà implica una certa eguaglianza, gerarchia il suo contrario), significa che la famiglia africana presenta una base innegabilmente solidaristica, che però non è mai del tutto egualitaria. La famiglia, proprio mentre attesta il suo impianto solidale, non rinuncia affatto a stabilire forme di disuguaglianza e di gerarchia, basate su due fattori irriducibili, insopprimibili: il sesso e letà. La famiglia africana si basa dunque su rapporti di disuguaglianza "naturalizzati", che pongono gli uomini anziani al vertice e le donne e i giovani alla base. Fin dai primi anni 60, lantropologo marxista Claude Meillassoux1, ha definito la comunità rurale domestica come il luogo dello sfruttamento delle donne e dei giovani (cadetti) da parte degli anziani, che si accaparrano il prodotto del loro lavoro in virtù di rapporti diseguali, fondati in particolare sul debito che i giovani hanno nei confronti degli adulti e sulle "incapacità" femminili. Il debito dei giovani è un debito di vita, in quanto tale inestinguibile per definizione. Questo debito lega i giovani agli anziani che detengono i beni matrimoniali e che stabiliscono quando i giovani possono sposarsi. Quanto alle donne, esse sono ritenute "incapaci", cioè non dispongono del controllo dei mezzi di produzione (terra e lavoro), in virtù di esclusioni di ordine sia tecnico che rituale. Come luogo della dipendenza, la famiglia è dunque prima di tutto il luogo del lavoro gratuito dei suoi membri subordinati, giovani e donne, del lavoro come servizio dovuto. La famiglia africana è una famiglia allargata, estesa, nel senso degli effettivi demografici, ma anche nel senso che i rapporti di tipo familiare si estendono alla società nel suo insieme, con il loro contenuto solidaristico ma anche con il loro volto inegualitario e gerarchico. La famiglia allargata tesse dunque una fitta rete di rapporti di dipendenza e di obblighi di solidarietà che dalla famiglia stessa si estendono a una comunità più vasta (vicinato, villaggio, rete clientelare ). Insieme a questi obblighi si estende anche la sfera del lavoro inteso come servizio familiare, come prestazione obbligatoria, tendenzialmente gratuita, non remunerata. Nella crisi contemporanea, crisi sociale, economica e di valori, la solidarietà familiare e comunitaria è messa a dura prova, specie nei contesti urbani. La solidarietà diventa tanto più onerosa quanto più sarebbe necessaria. Tanto più si ha bisogno dellaiuto di una rete estesa di protezione, quanto più chi è sollecitato in tal senso tende a sottrarsi ai propri doveri, in quanto già, a sua volta, provato dalla crisi. Ad esempio, sui ceti salariati cittadini si riversano una serie di richieste e di aspettative da parte della famiglia di origine (scolarizzazione, cure ) che non è più possibile soddisfare e questo provoca malumori e rotture. Insomma, nelle difficoltà della vita urbana, la solidarietà familiare diventa un lusso e scarseggia proprio quando è più richiesta. Questo tipo di fenomeni ha a che vedere anche con i difficili processi di individualizzazione che confliggono con limpianto comunitario e anti-individualista del gruppo sociale e familiare tradizionale, ma che sono ormai innestati e in una certa misura irreversibili. In situazioni di crisi e di pesante recessione economica, il lavoro gratuito si espande dunque al di fuori della famiglia, grazie alle reti clientelari e alla crisi del rapporto salariale che non ha mai realmente preso piede in Africa. La famiglia diviene così il garante dello sfruttamento, attraverso rapporti di lavoro improntati al paternalismo e al clientelismo: nellAfrica urbana se non si conosce qualcuno difficilmente si trova lavoro, ma se si lavora per un conoscente o un parente difficilmente si riceverà un salario adeguato, data la situazione di debito e di riconoscenza che lega il lavoratore al suo datore di lavoro. I modelli familiari, in larga misura stravolti, si estendono dunque al di fuori di quello che era il loro ambito stretto; li ritroviamo allopera sotto forma di affidamento infantile, lavoro gratuito, servizio coatto, tutte situazioni riconducibile a un debito, familiare e sociale. Laffidamento infantile è forse listituzione sociale di impianto solidaristico più pesantemente stravolta dalla crisi. Quello che era uno strumento di socializzazione dellinfanzia a scopo educativo (per i bambini affidati) o di sostegno alla vecchiaia (per gli adulti affidatari) diviene sempre più un traffico occulto di manodopera gratuita, in cui si tratta di piazzare bambini presso famiglie nelle quali eserciteranno i più umili compiti, dentro e fuori casa, senza più nessun supporto educativo. Alla base di questa distorsione di un rapporto educativo vi è spesso una situazione debitoria che avvicina laffidamento infantile alla pratica del pegno umano nota in epoca precoloniale e coloniale. Di certo, listituzione familiare dà la propria cauzione anche morale alla circolazione dei bambini, senza poter porre freno a situazioni di deriva verso uno sfruttamento senza ricompensa alcuna. Quanto al lavoro gratuito, inteso cioè come servizio dovuto, il modello per eccellenza è rappresentato dal rapporto di apprendistato, nel quale giovani e bambini dei due sessi prestano la loro manodopera interamente gratuita in cambio di una formazione sempre più semplificata se non assente, il tutto in un contesto di paternalismo che priva i giovani lavoratori di ogni meccanismo di difesa che non siano il furto, labbandono o la fuga. In casa o nelle botteghe artigiane, il lavoro gratuito dei giovani si svolge alla fine di un percorso familiare o clientelare di affidamento o di inserimento lavorativo che mette al riparo da possibili contestazioni. La rete di protezione familiare si trasforma così nel suo contrario e agisce semmai da barriera contro eventuali interventi di controllo da parte delle istituzioni preposte, che comunque sono inesistenti o inefficaci quando non addirittura conniventi. Il lavoro di questi giovani si svolge in definitiva in cambio, ma nemmeno sempre, di vitto e in certi casi di alloggio, caratteristica che lo avvicina a un rapporto di tipo servile. Nelle situazioni di questo tipo, il lavoro produttivo che i giovani e i bambini, svolgono in casa, nelle botteghe artigiane o nelle piantagioni rurali, si trasforma in semplice aiuto, o meglio, in servizio reciproco, in cambio appunto di protezione. Ciò che rende possibile questa trasformazione del lavoro in servizio gratuito è laddomesticamento dei rapporti di lavoro, secondo un modello familiare e paternalista nel quale i rapporti di lavoro sono mascherati da rapporti alimentari, da rapporti vitalizi. Nellambito lavorativo, il modello familiare si trova così a ispirare rapporti di dipendenza definibili come personali, clientelari o paternalistici, ma mai come contrattuali, cosa che permette la confisca del salario. La relazione di apprendistato è dunque calcata sul modello del servizio familiare, ma costituisce a sua volta un modello per tutte le forme di lavoro sotto-pagato o gratuito. Allo stesso modo, nel lavoro dei bambini si compie una trasformazione del lavoratore in servitore che si espande anche in altri settori produttivi. In conclusione, è sui bambini, in quanto anello debole di una lunga catena di dipendenze personali e familiari, che si sperimentano le forme di lavoro gratuito, di servizio e di sottomissione che possono divenire il destino comune degli adulti prima di tutto delle donne in tempi di crisi e in un orizzonte di regressione del rapporto di lavoro salariale e di personalizzazione crescente di tutti i rapporti di lavoro. Nella sperimentazione di rapporti di lavoro non salariato dallapparenza pre-moderna o pre-capitalistica, lAfrica costituisce un laboratorio che parla a tutti noi e che ci dice che le forme di lavoro gratuito, persino obbligatorio, non appartengono solo al passato; possono essere il (nostro) futuro. Leconomia della savana, Milano, Feltrinelli, 1975; Donne, granai & capitali, Bologna, Zanichelli, 1978 |
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