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Welfarismo ed anticapitalismo

 

"Socialismo reale": operaio metalmeccanico di Togliattigrad

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Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, queste interessanti note di Cosimo Scarinzi, coordinatore nazionale della CUB scuola, premettendo da un lato il mio articolo già pubblicato sul numero 45 (non è detto che tutti i lettori lo abbiano presente) dall’altro che, contrariamente a quanto ha inteso Cosimo, mi guardo bene dal proporre "un vero e proprio socialismo liberista". Ma, circa le mie posizioni sull’argomento, avrò modo di tornare, con un articolo più organico, sul prossimo numero di "Cenerentola"...

Luciano Nicolini

 

"Contro il liberismo" o "contro il capitalismo"? di Luciano Nicolini

Il documento prodotto dal consiglio nazionale della CUB contiene, sostanzialmente, tre tipi di affermazioni:

1 - considerazioni riguardanti lo sviluppo organizzativo della CUB (che interessano, ovviamente, solo chi aderisce a tale organizzazione);

2 - indicazioni di obiettivi di lotta (largamente condivisibili, peraltro, da tutto il sindacalismo conflittuale, e non solo da questo);

3 - una forte rivendicazione di identità.

E’ quest’ultima che mi lascia perplesso.

"Il Consiglio Nazionale CUB", infatti, prima "ribadisce la necessità di mantenere inalterati e di rafforzare i tratti identitari dell’organizzazione che hanno al centro la ferma opposizione al liberismo"; poi, aggiunge, in modo risoluto, che "è il liberismo il nemico da combattere, anche se si rappresenta in forme temperate"; infine, conclude ricordando che "la CUB è impegnata a costruire rapporti internazionali sempre più stretti con Organizzazioni Sindacali che abbiano, come la CUB, al centro del proprio programma il contrasto alle politiche liberiste".

A parte il fatto che definire la propria identità solo in negativo (cioè contro qualcosa) mi sembra assai riduttivo (ma, con i tempi che corrono, era difficile aspettarsi di più), mi domando: siamo proprio sicuri che sia il liberismo il nemico da combattere? O non è, invece, il capitalismo?

Sgombro subito il campo da possibili equivoci.

Da quando, all’età di quattordici anni, iniziai la mia militanza nel movimento studentesco (che, all’epoca, nel liceo che frequentavo, raccoglieva forze che andavano dalla sinistra cattolica agli anarchici) mi sono sempre dichiarato, con convinzione, socialista. Sono cioè dell’idea che le classi sociali debbano scomparire e che, in una società senza classi, i beni economici debbano appartenere alla comunità e, solo limitatamente all’abitazione, agli oggetti d’uso e agli attrezzi necessari all’esercizio della professione, a privati.

Almeno fino ad ora, non ho cambiato idea, a differenza di molti altri compagni che si sono lasciati incantare dalle sirene del cosiddetto "neoliberismo" trionfante.

Detto questo, ritengo però che il liberismo (cioè il libero scambio di cose o di servizi) sia ineliminabile (che cioè non sia possibile, in una società libera, impedire i liberi scambi) e, almeno in certa misura, sia compatibile con una società senza classi. Al contrario, ritengo che il capitalismo (cioè la forma di potere fondata sul controllo del capitale) sia, sostanzialmente, incompatibile con essa: la sua stessa esistenza, infatti, presuppone che una classe sociale, in un modo o nell’altro, controlli il capitale e, attraverso il capitale, le classi subalterne. Mi pare quindi che il nemico da combattere non sia tanto il liberismo, quanto il capitalismo.

Qualcuno, leggendo queste considerazioni, penserà che si tratti di affermazioni, a fini pratici, del tutto trascurabili.

Non ne sarei troppo sicuro.

E ciò in quanto ritengo che la confusione tra liberismo e capitalismo sia stata uno dei motivi che hanno portato al disastro del cosiddetto "socialismo reale". Nell’Unione Sovietica e nei suoi paesi satelliti, infatti, il libero scambio fu (parzialmente) abolito con la giustificazione di voler creare una società senza classi ma, così facendo, si aumentò il controllo del capitale da parte della (nuova) oligarchia dirigente, procedendo, di fatto, in direzione opposta a quella dichiarata.

Se, al contrario, fosse stato ridotto il controllo delle classi dominanti sul capitale, come si tentò di fare nel 1936, nel corso della rivoluzione spagnola, sarebbero state poste buone premesse per una sua appropriazione da parte dell’intera comunità e, quindi, per il superamento della divisione in classi della società.

 

Welfarismo ed anticapitalismo di Cosimo Scarinzi

Sul numero 45 di "Cenerentola", Luciano Nicolini nell’articolo "Contro il liberismo", o "contro il capitalismo"?" affronta alcuni temi che, a mio avviso, meritano degli approfondimenti.

Luciano Nicolini ha ritenuto di pubblicare l’ordine del giorno del Consiglio Nazionale della CUB e, in particolare, prende le mosse per i suoi appunti a quest’ordine del giorno dall’affermazione che riporto di seguito.

"Il Consiglio Nazionale CUB ribadisce la necessità di mantenere inalterati e di rafforzare i tratti identitari dell’organizzazione che hanno al centro la ferma opposizione al liberismo, e alla concertazione come suo sottoprodotto, proprio in un momento in cui lo scenario politico rende evidente la subordinazione politica e sociale al quadro istituzionale da parte dei sindacati concertativi."

Nel prosieguo dell’articolo, Luciano afferma:

"...ritengo però che il liberismo (cioè il libero scambio di cose o di servizi) sia ineliminabile (che cioè non sia possibile, in una società libera, impedire i liberi scambi) e, almeno in certa misura, sia compatibile con una società senza classi. Al contrario, ritengo che il capitalismo (cioè la forma di potere fondata sul controllo del capitale) sia, sostanzialmente, incompatibile con essa: la sua stessa esistenza, infatti, presuppone che una classe sociale, in un modo o nell’altro, controlli il capitale e, attraverso il capitale, le classi subalterne. Mi pare quindi che il nemico da combattere non sia tanto il liberismo, quanto il capitalismo (...) E ciò in quanto ritengo che la confusione tra liberismo e capitalismo sia stata uno dei motivi che hanno portato al disastro del cosiddetto "socialismo reale". Nell’Unione Sovietica e nei suoi paesi satelliti, infatti, il libero scambio fu (parzialmente) abolito con la giustificazione di voler creare una società senza classi ma, così facendo, si aumentò il controllo del capitale da parte della (nuova) oligarchia dirigente, procedendo, di fatto, in direzione opposta a quella dichiarata…"

Proverò ad affrontare la questione in maniera diversa.

Il documento approvato dal Consiglio Nazionale della CUB fa un’affermazione, a mio avviso, discutibilissima. Sostenere, infatti, che la concertazione è un sottoprodotto del liberismo è un evidente errore teorico che ha precise cause e conseguenze politiche. La concertazione, che sarebbe bene chiamare con il suo nome e cioè corporativismo democratico, è una modalità specifica di relazione fra padronato, governo e sindacati istituzionali e si propone di governare il conflitto di classe inquadrandolo in meccanismi di scambio istituzionale. A seconda delle fasi storiche, ovviamente, l’oggetto della concertazione cambia ed indubbiamente, nelle fasi di smantellamento del welfare, riguarda il governo di questo processo e la partecipazione dei sindacati e partiti istituzionali alla sua gestione. Basta pensare al ruolo delle cooperative nelle esternalizzazione dei servizi pubblici per comprendere la natura sociale di quanto stiamo vivendo.

Il fatto che oggi gran parte della sinistra politica e sindacale non concertativa si definisca antiliberista e non anticapitalista ha delle ragioni evidenti:

- l’esigenza di non assumere posizioni radicali che non corrispondono all’orientamento dei settori sociali ai quali ci si rivolge. È, insomma, l’espressione di un ripiegamento su posizioni politiche "accettabili";

- la natura sociale dell’area di riferimento costituita in parte notevolissima da lavoratori del settore pubblico direttamente toccati dalle politiche di smantellamento del welfare;

- il fatto che la gran massa dei lavoratori affida al welfare le proprie garanzie di accesso ad una serie di diritti sociali dalla casa alla sanità, dalla formazione alla previdenza.

Come credo sia evidente, siamo di fronte a posizioni che pongono a chi si vuole anticapitalista ed antistatale problemi importanti di orientamento e di capacità di iniziativa.

Luciano, d’altro canto, propone un punto di vista originale che meriterebbe uno specifico approfondimento. Ipotizza, infatti, un socialismo di mercato, un vero e proprio socialismo liberista.

A mio avviso, la sua posizione nasce dalla necessità di prendere le distanze dal socialismo (meglio sarebbe definirlo capitalismo) di stato che ha caratterizzato l’Unione Sovietica ed i paesi satelliti ma porta a conseguenze non condivisibili.

Il capitalismo, infatti, è una relazione sociale, una totalità che non può essere superata che in maniera radicale.

Il liberismo, al contrario, è una dottrina economica, una vera e propria ideologia che le classi dominanti utilizzano nelle fasi nelle quali intendono privatizzare parti del settore pubblico al fine di realizzare, mediante le privatizzazioni, dei veri e propri sovrapprofitti. Resto convinto che il capitalismo, in quanto tale, non è né liberista né statalista ma ricorre, sulla base del quadro delle relazioni produttive, all’intervento dello stato o alle privatizzazioni sulla base delle convenienze contingenti. Le stesse privatizzazioni sono gestite politicamente e privilegiano gruppi di potere e di pressione legati alla macchina statale e capaci di determinarne le scelte.

Antiliberisti possono essere i socialdemocratici ed i fascisti, gli islamici ed i cattolici mentre un anticapitalismo conseguente implica l’assunzione esplicita dell’esigenza dell’espropriazione degli espropriatori e dell’affermazione del comunismo libertario.

Che vi sia, come debole erede del blocco sovietico, un’area anticapitalista in senso statalista è innegabile ma si tratta – quando si passa dall’ideologia alla proposta politica – di una variante ideologica della socialdemocrazia a meno che non si immagini che Oliviero Diliberto non deliri in privato sull’arrivo dei cosacchi in Piazza san Pietro (peraltro i cosacchi si sono recentemente esibiti davanti al Papa rovesciando di segno un evento che, per decenni, ha turbato i sogni dei moderati italiani).

Per motivi di spazio, non mi dilungo sui caratteri possibili di un sistema di produzione e di scambio basato sull’autogoverno dei produttori. Mi limito a segnalare che non mi sembra immaginabile, per ragioni sin banali, che si fondi sul mercato che suppone l’esistenza di moneta (emessa da chi?), accumulazione di capitali (come chiamare altrimenti il denaro accumulato?), regole e sanzioni (definite da chi?) .

Il socialismo di mercato, in altri termini, non sarebbe che un capitalismo autogestito che del capitalismo avrebbe tutte le contraddizioni.

Credo, comunque, che su questi temi varrebbe la pena di avviare un confronto.

 

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