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22° TORINO FILM FESTIVAL

Torino - Cinema Lux, Romano, Massimo, Empire 12/20 novembre 2004

TORNANDO A CASA

di Luca Baroncini

Cinema Lux - Foto Luca Baroncini 2004

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Dopo due anni di confino nelle claustrofobiche geometrie del periferico Lingotto il "Torino Film Festival" viene restituito alla città, al centro storico, al cuore pulsante del capoluogo piemontese, con le sue enormi piazze e le strade monumentali fiancheggiate da vetrine scintillanti e già addobbate per il Natale. La prima sensazione che si prova, uscendo dalla Stazione Porta Nuova, è di timore. Tutto appare imponente e vagamente minaccioso e l’atmosfera ha un che di cupo e poco rassicurante. Tanti cantieri stanno stravolgendo la città, soggetta a un vero e proprio lifting per arrivare tirata a lucido alle Olimpiadi del 2006. Il traffico, già naturalmente caotico, raggiunge così punte di allucinante congestione. Attraverso Via Roma si arriva nella suggestiva Piazza C.L.M., dove Macha Méril trova la morte all’inizio di "Profondo Rosso", e oltrepassando i brividi purpurei argentiani si entra nel vivo della città. Quella che dovrebbe essere Piazza San Carlo è però un immenso cantiere recintato e per molti curiosi, con gli occhi sgranati e le mani appoggiate alle reti di protezione, il lavoro delle ruspe ha l’effetto di un grande cinema all’aperto. Procedendo lateralmente si oltrepassa la Galleria San Federico in cui si erge il Lux, uno di quei cinema d’altri tempi con un’entrata solenne dallo sfarzo decadente. Se si chiudono gli occhi, per un attimo le immagini virano al bianco e nero, i confini vacillano e come per magia ci si trova catapultati nella New York degli anni Venti. Ma è soltanto un attimo e la verità dei colori riporta al contesto piemontese. Anche perché è qui che comincia il percorso del "Torino Film Festival". Le altre tre sale coinvolte nella manifestazione sono il Romano, vicino alla maestosa Piazza Castello, il Massimo, sotto lo sguardo protettivo e un po’ insidioso della bellissima Mole Antonelliana (una scappata al Museo del Cinema è d’obbligo) e l’Empire, in uno degli angoli di Piazza Vittorio Veneto, a pochi metri dalle acque del Po. Una volta presa confidenza con la città e i suoi luoghi, l’apparenza cupa si sfalda come neve al sole in fermento culturale e intellettuale ed è un piacere calarsi nel caos cittadino, tra una pizza e una cioccolata calda a intervallare l’intenso calendario delle proiezioni. Anche quest’anno Roberto Turigliatto e Giulia D’Agnolo Vallan hanno messo in piedi un programma vastissimo, forse più vicino alle esigenze del pubblico rispetto al rigore dell’anno scorso. Al centro del fitto cartellone c’è sempre il "Concorso Internazionale Lungometraggi", mentre in parallelo scorrono i consueti appuntamenti con il documentario e il cortometraggio, oltre alla solida sicurezza della sezione "Americana", che in questa edizione affianca il gotha degli indipendenti (Robert Altman, Steven Soderbergh, John Sayles, James Toback) a giovani esordienti. Il cinema fatto con le nuove tecnologie e oltre le convenzioni del formato tradizionale rientra invece nella sezione "Detours", quest’anno particolarmente attenta al cinema cinese meno conosciuto. Non manca inoltre una fitta presenza di titoli succulenti nel segmento "Fuori Concorso" (da "Prima del tramonto" di Richard Linklater a "Mozart Requiem" di Aleksandr Sokurov, fino all’attesissimo horror "The Grudge"). Ma non è ancora finita, perché non possono mancare omaggi e retrospettive. Tre gli omaggi: a Richard Fleischer, che con la professionalità del suo cinema ha attraversato il ventesimo secolo (dal 1944 al 1989); a Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, ideatori, oltre che della sigla del festival, di una trilogia sulla Prima Guerra Mondiale, attraverso un’operazione quasi archeologica di recupero di documenti storici a cui la loro visione dona nuova e poetica vita; e a Rogério Sganzerla, regista brasiliano morto quest’anno, autore di un cinema di rottura, molto personale e innovativo, quasi sconosciuto in Italia. Due, invece, le importanti retrospettive: il famoso regista americano John Landis e il maestro del neorealismo italiano (non solo "rosa", come più volte etichettato) Luciano Emmer; davvero ghiotta l’opportunità di rivedere, o scoprire, su grande schermo pagine di cinema, e storia italiana, come "Domenica d’agosto" o "La ragazza in vetrina". Il tutto nella consueta sobrietà che distingue il "Torino Film Festival" da Venezia e da altre manifestazioni italiane ed europee, più inclini alla mondanità che al contatto diretto con il pubblico. Del resto, come ha sottolineato Roberto Turigliatto, "il Torino Film Festival è fatto per chi ama il cinema da chi ama il cinema".

JOHN LANDIS INCONTRA IL PUBBLICO

È un regista che non ha bisogno di presentazioni. Basta la sua filmografia per accendere ricordi e aneddoti in ognuno di noi. Titoli come "Animal House" (1978), "The Blues Brothers" (1980), "Un lupo mannaro americano a Londra" (1981) e "Una poltrona per due" (1983) sono entrati saldamente nell’immaginario collettivo e hanno lanciato attori come John Belushi, presenza effimera ma indimenticabile, e Eddie Murphy, che non ha più trovato un regista capace di valorizzare il suo incontenibile talento comico. Probabilmente ai giovanissimi il nome del regista dirà poco, perché è soprattutto alla fine degli anni Settanta e nel decennio degli Ottanta che Landis conquista il pubblico. La sua voglia di sperimentare, però, non si è mai fermata. Ad un grande successo è spesso seguito un film più personale o commercialmente rischioso e dopo una riuscita serie televisiva (l’audace "Dream On" in onda negli Stati Uniti dal 1990 al 1994) torna ora con il documentario "Slasher". Il Torino Film Festival ha dedicato al regista americano una retrospettiva completa e John Landis si è sottoposto docilmente a ripetuti incontri con il pubblico e la stampa, presentando anche alcune delle sue pellicole in rassegna e "Il settimo viaggio di Sinbad", primo film da lui visto al cinema e immediato colpo di fulmine nei confronti di un’arte che poteva racchiudere sogni e desideri in uno schermo pieno di immagini in continuo divenire.

Ancora giovane (è nato il 3 agosto del 1950), arriva all’incontro con il pubblico in giacca e cravatta, accompagnato dalla codirettrice Giulia D’Agnolo Vallan. Oltre a una discreta verve (più vicina, come il suo cinema, alla comicità che all’ironia) dimostra anche un approccio concreto lontano da qualsiasi intellettualismo (anche in questo caso il suo cinema si rivela una perfetta cartina di tornasole) oltre che un certo polso. Ma ecco com’è andata.

Com’è il suo rapporto con Hollywood oggi e cosa ne pensa dell’utilizzo di tanti registi stranieri per film tipicamente americani?

Hollywood ha sempre usato cineasti di altre nazioni, sia registi che attori. La novità può essere l’Oriente, ma ci sono stati riconoscimenti ufficiali e davanti a un successo non si tira indietro nessuno. Anche a me il successo piace a causa dei soldi e del potere. "The Blues Brothers" era considerato ridicolo ma è diventato un cult. Se fosse stato un fiasco non avrei fatto "Un lupo mannaro americano a Londra". Ho diretto "Tutto in una notte" nel 1985 ed è stato un fiasco, ma me lo potevo permettere perché venivo dalla regia del video di "Thriller" con Michael Jackson. Il merito di un successo si ripartisce sempre su tutte le categorie che hanno partecipato al progetto, mentre la colpa di un insuccesso ricade sempre e solo sul regista. Quanto a Hollywood, sono cresciuto con Hollywood, ma ho vissuto il periodo che ha segnato la fine dello studio system. Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare negli anni Settanta quando si cercavano nuove idee che potessero risollevare le sorti del colosso. In quegli anni io e altri miei colleghi abbiamo "sfruttato" la situazione di transito e di incertezza per piazzare le nostre idee. Oggi tutte le case di produzione sono divisioni di multinazionali e quindi non c’è più alcuna possibilità di fare riferimento all’impegno e alla creatività del singolo. Rientra tutto nelle sinergie del mercato globale e l’unica cosa importante è fare soldi. A Hollywood non interessa più se sei un sovversivo o un allineato, importa solo incassare. Prendete per esempio "The Day After Tomorrow" che è un film stupido ma con grandi effetti speciali e critica l’attuale amministrazione repubblicana poco attenta alle conseguenze devastanti dell’effetto serra. Nonostante il discorso "no-global" il film è stato prodotto dalla "20th Century Fox" di Murdoch. La Paramount ha prodotto "South Park", che è uno dei film più sovversivi degli ultimi anni!"

Com’è nato il progetto "Slasher"?

Ero alla festa di compleanno di un amico che raccontava di quando faceva il "banditore". Non conoscevo assolutamente questa realtà e mi ci sono immerso per scoprire tutti i retroscena che si nascondono dietro al mercato dell’auto. Mi sono fatto accompagnare ad una vera svendita di auto usate a Sacramento ed è stato allora che ho deciso di fare un film su questa incredibile "figura". Le svendite sono il trionfo del capitalismo ed esprimono l’immagine più sensazionale dell’America. Era quello il periodo in cui l’amministrazione Bush cercava di vendere agli americani l’invasione in Irak, proprio come uno "slasher" che ricorre a trucchi effettistici per vendere auto. Mi sembrava più incisivo parlare indirettamente dell’America piuttosto che attaccare direttamente l’amministrazione Bush. Tra l’altro per comperare le immagini dei telegiornali avremmo dovuto spendere 90 dollari al secondo e i soldi non c’erano. Quanto a Michael Bennett (il protagonista del documentario n.d.r.) l’ho scelto perché aveva una personalità molto affascinante ma anche, devo dire la verità, perché abitava a un’ora e mezza da casa mia. Ho controllato il calendario dei suoi appuntamenti e ho visto che doveva andare a Memphis, posto importantissimo per la musica rock e blues, un po’ come Vienna per Mozart. Non conoscevo i problemi economici della città, diventata simbolicamente la capitale della bancarotta americana. Così sono partito con l’idea di fare un documentario su un venditore di auto usate e mi sono trovato a fare altro. E, almeno per me, il risultato è stato molto più interessante delle premesse. È stata anche un’esperienza molto educativa perché sono abituato a girare una mia personale visione, mentre qui mi sono trovato a registrare tutto ciò che accadeva, quindi sono i fatti a parlare.

Com’è nato il sodalizio con Michael Jackson per "Thriller"?

"I video sono pubblicità alle canzoni. Prima di tutto bisogna avere una buona canzone. Michael Jackson mi ha telefonato dopo avere visto "Un lupo mannaro americano a Londra" e voleva trasformarsi in un mostro. A quell’epoca (1983 n.d.r.) MTV non voleva mettere in onda video di neri. Questo mi ha stimolato molto. Inoltre Michael Jackson era talmente una potenza che l’ho sfruttato per riportare i corti cinematografici nelle sale di prima visione. Dopo il videoclip l’album triplicò le vendite e divenne quello più venduto di tutti i tempi. Il risultato è stato un fenomeno anche molto imitato, è sempre così quando fai successo, ma per ottenere un prodotto del genere ci vogliono soldi, e molti, e se non sei Michael Jackson non è facile trovare qualcuno che ti produca."

Cosa ne pensa di quelli che definiscono "American Pie" l’ "Animal House" del nuovo millennio?

"Quando un film ha successo la gente comincia a copiare. Non mi piace chi imita "Animal House" se il film è una merda. Il primo "American Pie", comunque, è inoffensivo. La grandezza di "Animal House" è nella forza della sua sceneggiatura. Dietro ci sono persone che hanno vissuto la realtà descritta nei Campus universitari e questa verità si sente. I remake belli, comunque, mi piacciono. Del resto, quante volte è stato fatto "Amleto"?

"Wow, è la cosa più pretenziosa che abbia mai detto! Non sono abituato ad essere preso così sul serio e trattato con così grande rispetto per il lavoro che ho fatto. Non posso che ringraziarvi!"

FILM VINCITORE DEL PREMIO COME "MIGLIOR FILM"

LOS MUERTOS

Argentina, 2004

Regia, sceneggiatura e montaggio: Lisandro Alonso

Fotografia: Cobi Migliora

Musica: Flor Maleva

Interpreti: Argentino Vargas

Produzione : 4 L

Durata: 78’

TRAMA

Vargas, scarcerato dopo una lunga detenzione, vuole ritrovare la figlia ormai adulta che vive lungo il fiume. Per raggiungerla intraprende un viaggio lungo la foresta. Il suo cammino è permeato dal mistero che emana dalla natura circostante e dai volti impenetrabili di chi abita lungo il fiume.

RECENSIONE

Un uomo esce di galera dopo avere scontato la sua pena. Vuole raggiungere la figlia e inizia un viaggio in completa solitudine. Prima però gode della libertà attraverso la riscoperta di gesti semplici ma vitali, come mangiare un gelato, acquistare un regalo e soddisfare i propri istinti sessuali con una prostituta. Raccontare la storia del film dell’argentino Lisandro Alonso ha però poco senso, perché la sua forza è tutta nella commistione tra le immagini, essenziali nel procedere lineare della vicenda, e i suoni della natura in cui è immerso il protagonista. A dare spessore al tutto, la collocazione geografica e temporale. Siamo in Argentina, ma sembra di essere lontani dalla civiltà, in una terra in cui l’istruzione, la sanità, diciamo il progresso per come l’occidente è abituato a considerarlo, non trovano spazio. E siamo nel novembre 2003, quindi nella piena contemporaneità, mentre le dinamiche dei personaggi, i gesti quotidiani, le poche battute di dialogo, paiono provenire da un passato inevitabilmente remoto. Esemplare, al riguardo, la truce, ma in fondo naturale, scena dell’uccisione della capra o il ruvido approccio del protagonista all’alveare pieno di miele. L'occidente fa capolino solo nel finale, in cui una bambina, sola nella giungla insieme al fratello maggiore, gioca con un piccolo robot proveniente da quello che nel contesto descritto sembra un impossibile futuro. Ma Alonso non forza la mano, non sembra volere suscitare indignazione o facili e semplicistici atti d’accusa in cui ragione e torto sono chiari e riconoscibili (e se lo vuole non ci riesce). Il suo sguardo si limita quindi a mostrare senza giudicare, lasciando che le ambiguità restino tutte nel titolo. La sensazione finale è di essere stati testimoni dell'inconciliabile distanza tra mondi diversi in precaria convivenza. Ma si resta con la voglia di saperne di più.

FILM VINCITORE DEL PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA

L’ESQUIVE

Francia, 2003

Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Abdellatif Bechiche

Fotografia: Lubomir Bakchev

Interpreti: Osman Elkharraz, Sara Forestier, Sabrina Ouazani, Nanou Benahmou, Hafet Ben-Ahmed

Produzione Lola Films, Noé Productions

Durata: 107’

TRAMA

Un gruppo di ragazzi della periferia di Parigi prepara lo spettacolo di fine anno scolastico. Il quindicenne Krimo ha comperato il ruolo di Arlecchino da un compagno di classe pur di recitare accanto alla ragazza di cui si è innamorato, Lydia, interessata a lui ma poco sicura dei suoi sentimenti.

RECENSIONE

È tipico del cinema estremizzare lo sguardo sulla realtà. Succede anche nella vita quotidiana (il palcoscenico della politica ne è un esempio lampante), quando per esprimere un parere si antepone l'effetto al contenuto. Così, se pensiamo al contraddittorio universo adolescenziale ci vengono in mente spaccio, pasticche, abusi sessuali, violenza, guerriglie urbane, mentre, salendo i gradini della scala sociale, si passa ad abiti firmati, sms, feste esclusive, shopping, arrivismo e apparenza. Abdellatif Kechiche riesce ad evitare tutto questo e a raccontare i giovani uscendo dalla gabbia dello stereotipo. L'ambiente è quello della periferia di Parigi, con una scenografia di enormi palazzoni tutti uguali e una commistione di etnie diverse non per forza inconciliabili (spesso i ragazzi, non solo musulmani, per sostenere la verità di quanto affermano, giurano sul Corano e non sulla Bibbia). La sceneggiatura si sofferma su un gruppo di compagni di classe che stanno preparando la rappresentazione teatrale de "Il gioco dell'amore e del caso" di Marivaux per lo spettacolo di fine anno scolastico. Anche il perno narrativo del teatro, come specchio della realtà e via di fuga dal grigiore del presente, viene utilizzato in modo originale. Non c'è spazio nella visione di Kechiche per pistolotti edificanti o personaggi cui basta una recita per trovare il proprio posto nel mondo, oppure, forse sì (la terapia del teatro come ghiotta opportunità di uscire da se stessi è innegabile) ma non è solo questo il punto. Il punto è il tentativo di rappresentare i giovani così come sono, con i dubbi, le angosce, le indifferenze, le spavalderie, l'arroganza, l'egocentrismo, la rabbia, ma anche i sentimenti, la dolcezza, l'ingenuità. Le difficoltà di crescere in un ambiente familiare problematico e privo di stimoli, al di là della sopravvivenza, non volano alto trovando soluzioni esistenziali fuori dalla portata dei personaggi, ma cercano la verità nel linguaggio e negli atteggiamenti. La macchina da presa sta addosso ai giovani attori e la regia alterna in modo nervoso primi piani sempre più ravvicinati, che trasmettono l'irrequietezza degli stati d'animo e consentono di entrare in contatto con il disagio di un'età terribile, in cui scoperte e consapevolezze si fondono con complessità. Strepitosi gli interpreti e intensi i dialoghi, spesso ripetitivi (come la maggior parte delle conversazioni del resto) ma con la chiara funzione di amalgamare la spontaneità della vita con la finzione cinematografica.

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