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  Intervista a Sohaila
(di RAWA - Revolutionary Association of the Women of Afghanistan)

di Roberto Zani

Donna Afghana con bambino - Foto Arcobaleno

sei in Cenerentola>archivio>numero46>intervista

RAWA (Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell'Afghanistan) è una delle poche realtà di quel paese con una concezione laica della società e della politica. Fondata a Kabul nel 1977 da un gruppo di intellettuali afghane per promuovere i diritti delle donne e la democrazia, ben presto RAWA indirizzò la sua attività nella resistenza contro l’invasione sovietica. Questa presa di posizione non riscosse comunque alcuna simpatia presso i fondamentalisti islamici impegnati nella lotta contro l’URSS: Meena Kamal, leader fondatrice dell’associazione, fu assassinata nel 1987 in Pakistan dagli agenti afghani del KGB con la collaborazione degli stessi fondamentalisti. I vari governi dei mujaheddin e dei talebani che si sono succeduti negli anni ’90 hanno costantemente cercato di eliminare RAWA, uccidendo le sue militanti e torturando chiunque si trovasse in possesso di un qualsiasi documento dell’associazione. Tuttora fuorilegge in patria, RAWA opera prevalentemente presso i numerosi rifugiati afghani in Pakistan con programmi scolastici e di alfabetizzazione, assistenza sanitaria e microcredito per piccole attività economiche (allevamenti, manufatti ecc.). In queste settimane è stata in Italia la ventiquattrenne Sohaila (pseudonimo) per un giro di conferenze sulle attività di RAWA. Nata a Kabul, dopo il grave ferimento del padre a causa di un razzo si è trasferita con la famiglia in Pakistan dove, insieme alla madre, è entrata in contatto ed ha aderito all’associazione. Le abbiamo fatto qualche domanda.

Qual è la vostra opinione sulla guerra che gli USA hanno scatenato nel vostro paese per rovesciare il regime dei talebani?

"L’Afghanistan è sempre stato un paese allettante per la sua posizione strategica, prima per gli Inglesi e poi per i Russi. Dopo i primi bombardamenti sulla nostra popolazione, è apparso subito chiaro che gli USA hanno fatto questa guerra solo per i loro interessi e non per portare libertà e democrazia".

Com’è la situazione oggi in Afghanistan?

"L’80% delle città sono distrutte, il 50% della popolazione è costituita da profughi, il 25% non ha accesso alle cure mediche. Già nelle guerre precedenti tra mujaheddin e talebani erano state prese di mira specialmente scuole, musei e biblioteche: l’analfabetismo raggiunge punte del 95%.

Questa situazione è stata ignorata dal mondo prima dell’11 settembre 2001, ma purtroppo le cose oggi non sono cambiate. Bisogna ricordare che sia i talebani sia l’alleanza del nord (i mujaheddin che hanno vinto l’ultima guerra n.d.r.) sono creature degli USA, foraggiate con soldi ed armi per combattere il nemico di turno. I media occidentali dicono che ora il nostro popolo è libero e felice, invece Amnesty International ha ampiamente documentato che non c’è libertà in Afghanistan, anche perché il regime di Karzai e le forze della coalizione controllano solo Kabul e pochi altri centri. Il resto del paese è sotto il dominio dei signori della guerra, fondamentalisti che perseguitano con torture ed omicidi gli oppositori, le donne e i pochi studenti universitari. I profughi non rientrano in patria perché manca la sicurezza e non c’è lavoro. L’attività principale è la coltivazione dell’oppio, ma gli USA ora si disinteressano anche di questo problema".

Quindi la guerra non ha liberato le donne dal famoso burka…

"Le donne continuano a portare il burka perché non si sentono sicure; i padri continuano a tenere le figlie in casa impedendo loro di andare a scuola o a lavorare perché temono per la loro vita. I suicidi fra le donne non sono diminuiti, anzi sono aumentati perché non si vede una soluzione".

Quale giudizio date alle recenti elezioni?

"Le elezioni hanno acceso delle speranze, che però si sono subito spente quando abbiamo visto che i maggiori candidati (a parte Karzai che è l’uomo degli USA) erano sempre i signori della guerra. Non crediamo che Karzai voglia o possa disfarsi di loro; finché i fondamentalisti restano collegati al governo o controllano una parte così grande del territorio non si può parlare di libertà in Afghanistan. A mio parere nelle ultime elezioni c’era una sola forza democratica, ‘Collegamenti’, nata da un’alleanza tra varie organizzazioni e associazioni civili ed umanitarie: non ha ottenuto un buon risultato anche perché il suo giornale, l’unico mezzo con cui poteva farsi propaganda, è stato censurato durante la campagna elettorale".

Cosa possiamo fare dall’estero per migliorare questa situazione? Chiedere al governo afghano di riconoscere RAWA?

"Finché i fondamentalisti restano così forti non servirebbe. Spero che i vostri governi e l’ONU appoggino le forze politiche democratiche del nostro paese. Noi cerchiamo, per esempio nelle nostre attività di alfabetizzazione, di spiegare alle persone che il governo deve essere democratico, che assicuri cioè i diritti umani e civili a tutti ed anche alle donne, che soddisfi i bisogni dei suoi cittadini; occorre però separare la religione dalla politica, secolarizzare la società. Anche noi siamo musulmane, ma questo a nostro parere appartiene alla sfera privata della persona. I governi dei fondamentalisti sono stati talmente disastrosi per il nostro popolo che le persone accettano volentieri queste idee".

E’ triste che un’associazione con finalità quasi ovvie agli occhi di un europeo si definisca rivoluzionaria e sia costretta a restare sempre in clandestinità nonostante i numerosi sconvolgimenti politici avvenuti in Afghanistan negli ultimi decenni. Attualmente RAWA può contare su circa duemila attiviste, ma per problemi finanziari è stato chiuso di recente l’unico ospedale gestito dall’associazione. Esiste però un coordinamento italiano a sostegno di RAWA attraverso il quale è possibile acquisire ulteriori informazioni e fornire aiuti. Il sito internet è: www.ecn.org/reds/donne/coordinamento RAWA.html

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