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La nuova economia del terrorismo

recensione di Toni Iero

Copertina del libro "La nuova economia del terrorismo" di Loretta Napoleoni

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A partire dagli attentati dell’11 settembre 2001 la guerra contro il terrorismo sembra essere diventata l’emergenza planetaria dominante. Ma che cos’è il terrorismo? "Quest’ultimo non è infatti un nemico, bensì una tattica. Non ha senso parlare di guerra a una tattica." (1) Se questa considerazione stende una patina di dubbi sul reale obiettivo perseguito dagli Stati Uniti nella loro lotta contro il terrorismo, lascia però aperta la questione sulla natura e le caratteristiche dei gruppi armati. La nuova economia del terrorismo (Marco Tropea Editore) offre una chiave di lettura che fa emergere un profilo di molte organizzazioni combattenti ben diverso dai luoghi comuni più diffusi.

Suggestiva, anche se non nuova, la tesi di fondo che l’autrice enuncia: "dimostrare che il terrorismo è stato funzionale all’Occidente, alle classi dirigenti dei paesi dell’Est ed islamiche".

Fondamentale è poi il passaggio in cui la Napoleoni descrive un cambiamento della conduzione e della stessa ragion d’essere dei gruppi terroristici. Se durante la guerra fredda erano i due blocchi, con modalità differenti, ad alimentare i gruppi eversivi, dopo il crollo dell’Unione Sovietica si è assistito ad una fase nuova. Ha preso corpo una sorta di "privatizzazione" del terrorismo, ossia un processo che ha permesso a molte organizzazioni armate di non dipendere più, economicamente e quindi anche operativamente, da Stati sponsor. Qui si apre un capitolo tra i più interessanti: la maggior parte delle organizzazioni che praticano la violenza a scopi politici ha subito un processo di adattamento, che ha portato a modalità di reperimento di fondi non troppo dissimili da quelle della criminalità organizzata. Per citare alcuni esempi trattati dalla Napoleoni: Sendero Luminoso gestisce la produzione di coca in Perù, l’Ira organizza truffe all’Unione Europea, l’Eta pratica estorsioni ai danni degli imprenditori baschi e l’Olp si dedica al taglieggiamento ed al narcotraffico.

Nel libro sono riportati dati, informazioni ed eventi che descrivono le fonti (lecite e illecite) di autofinanziamento di molte organizzazioni terroristiche. Ne emerge un quadro fosco, fatto di contiguità, alleanze ed accordi "commerciali" che vedono coinvolti servizi segreti, grandi aziende, gruppi terroristici e criminalità organizzata. Che compagnia rassicurante!

Particolarmente significativa è la descrizione di come il terrorismo islamico si sostenga economicamente. Come ormai noto, inizialmente le strutture di queste organizzazioni erano state create dagli USA in funzione anti sovietica (Indonesia, Afghanistan). Poi sono arrivati i soldi dei paesi islamici (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Pakistan) che, in sostanza, altro non sono che i petrodollari versati dall’Occidente nelle casse delle oligarchie arabe. Così, in definitiva, sono proprio le risorse finanziarie dei paesi industrializzati che vengono usate per finanziare i combattenti della jihad! Bel paradosso, no? Forse meno di quanto sembra, se si fa mente locale alle collusioni tra gruppi di potere, occidentali e arabi, che traggono vantaggio da questa situazione.

Vi sono nella trattazione, tuttavia, alcuni passaggi che lasciano un po’ perplessi. Uno è quello in cui si assimila il terrorismo islamico a quello delle Brigate Rosse. In realtà sono due gruppi che hanno mostrato modalità operative molto diverse: le Brigate Rosse agivano in maniera mirata su specifiche persone scelte come bersaglio, mentre i terroristi islamici spesso attuano attentati che colpiscono indiscriminatamente nel mucchio (New York, Bali, Madrid). Un altro aspetto che può fuorviare un po’ il lettore è che, nello sforzo di delineare i meccanismi di autofinanziamento dei diversi gruppi terroristici, l’autrice non cita o tende a sminuire eccessivamente altre attività a carattere politico-sociale che hanno il loro peso in queste organizzazioni. La citazione di improbabili "anarchici di destra", operanti nel XIX secolo, risulta poi piuttosto bizzarra, poiché, semplicemente, tali personaggi non esistevano in quell’epoca.

In questa fase di grande instabilità mondiale è necessario che ognuno cerchi di formarsi la propria opinione per orientarsi tra menzogne e omertà che spesso ci vengono propinate da molti mezzi di informazione. Anche se con un certo beneficio di inventario, questo libro può aiutare il lettore a farsi un’idea delle correnti economiche che alimentano determinati gruppi e delle singolari alleanze che si intrecciano anche tra organizzazioni apparentemente molto diverse.

Il senso di asfissia generato dai loschi traffici descritti da La nuova economia del terrorismo porta a cercare una boccata di ossigeno ribadendo l’importanza di un principio tipicamente libertario: il fine non giustifica i mezzi! È credibile affermare di voler migliorare la distribuzione del reddito tra la popolazione nel momento in cui si fanno organicamente affari con la mafia o con i cartelli della droga? Si può creare una società più giusta con esplosioni e sparatorie? Posta la questione in questi termini, anche a voler astrarre da considerazioni su strani intrecci ed alleanze, emerge un lato del rivoluzionarismo autoritario che lo fa apparire come uno strumento finalizzato all’accumulo di denaro e potere da parte di un’oligarchia. Spesso senza cambiare di molto la situazione economica e sociale degli sfruttati che si dice voler emancipare.

Toni Iero

(1) William Odom – Perché abbiamo sbagliato guerra – Limes n. 2/2004

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