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La classe operaia va all'inferno

La classe operaia va in paradiso

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Qualche settimana fa, in Umbria, un lavoratore immigrato, assunto in nero, è rimasto vittima di un incidente sul lavoro. E’ stato prelevato con un’automobile e scaricato, gravemente ferito, ai margini di una strada.

Usa e getta: non credevamo che, nel nostro paese, nel 2004, si potesse arrivare a tanto.

Il 4 ottobre, vicino a Napoli, alcuni automobilisti si sono presentati in ospedale dicendo di aver trovato, ai margini della strada, un altro operaio agonizzante. Di lì a poco è deceduto. Si chiamava Francesco Iacomino, aveva 33 anni ed era padre di un bambino di pochi mesi. Era italiano, operaio, figlio di operai. Si scoprirà poi che era caduto da un’impalcatura mentre lavorava, ovviamente, in nero. Gli "automobilisti" altro non erano che suoi compagni di lavoro impegnati a nascondere l’identità del proprietario dell’azienda.

La classe operaia va all’inferno. Ma non è detto che le cose debbano andare avanti sempre così.

Il nuovo proletariato, quello formato in buona parte da immigrati (e da quegl’Italiani che non hanno né proprietà, né amici potenti) si sta organizzando, e non è detto sia disposto a farsi prendere in giro. Lo abbiamo visto, in piccolo, a Bologna, nel corso della manifestazione per la libertà dei migranti svoltasi il 25 settembre.

Chiari erano gli obiettivi:

1) chiusura definitiva dei Centri di Permanenza Temporanea;

2) abrogazione della legge Bossi-Fini, senza che si torni alla precedente Turco-Napolitano e alla cultura che l'ha ispirata;

3) rottura netta del legame tra diritto a risiedere e circolare in Italia e contratto di lavoro; lotta contro la legge 30 sul mercato del lavoro in quanto funzionale all'estensione della precarietà e della clandestinità dei migranti;

4) una legge in materia d'asilo che tuteli realmente i richiedenti e i rifugiati;

5) una cittadinanza basata sulla residenza per tutti i migranti.

E, malgrado i tentativi, attuati dai soliti noti, di farne sparire alcuni in nome degli usuali compromessi politici, tutti gli obiettivi sono stati ribaditi con forza nel corso della manifestazione.

Se qualcuno voleva mettere "il cappello in testa" ai manifestanti, questa volta, gli è andata male. In effetti molti buffi cappellini, ricoperti di sigle, sono stati donati ai migranti, che li hanno presi (a chi lavora nei cantieri, possono servire) e se li sono messi in testa; ma solo dopo avergli appiccicato sopra adesivi inneggianti alla chiusura dei CPT.

Alcuni, anche tra gli esponenti della sinistra più radicale, dopo aver aderito all’appello dei migranti per una manifestazione che fosse, fermi restando gli obiettivi, il più possibile unitaria, si sono esibiti in discutibili protagonismi. I manifestanti hanno visto e giudicato: ora sanno chi è con loro e chi no; chi cerca di usarli ai propri fini e chi ne rispetta l’autonomia. E sanno anche, dopo aver letto sui quotidiani i resoconti della giornata, a chi si può credere e chi, non a caso, è del tutto inattendibile.

L’inizio non è stato male: è in preparazione una nuova, grande, manifestazione nazionale.

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