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  Intervista a Liad Kantorowicz di "Anarchists against the Wall"

di Roberto Zani

Foto da www.zapatapn.org

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Tra il 21 settembre e il 13 ottobre Liad Kantorowicz di Anarchists against the Wall (Anarchici contro il muro) ha compiuto un vero e proprio tour de force: 20 conferenze negli angoli più disparati d’Italia. Con il suo aiuto abbiamo cercato di affrontare alcuni aspetti sociali e politici della questione israelo – palestinese da un punto di vista libertario.

"Ho 26 anni – si presenta Liad - Ho vissuto per molti anni negli Stati Uniti perché mio padre si trasferì là per evitare il servizio militare durante la I Intifada, ma io non sapevo neanche il perché. Ho studiato e lavorato su questioni come la violenza contro le donne, i problemi dei gay e dei transessuali, ma solo quando sono tornata in Israele nel 2000 ho iniziato ad informarmi sul conflitto arabo – israeliano".

Il vostro gruppo dov’è radicato geograficamente?

"Anarchists against the Wall è particolarmente forte a Tel Aviv; è formato da cittadini israeliani ed agisce nella Palestina occupata. La maggior parte del gruppo è attorno ai vent’anni, i più giovani hanno 15 – 16 anni ed i più vecchi sono sui 40. Anche se siamo quasi tutti anarchici, il nostro non è un gruppo dogmatico o ideologico, cerchiamo di far capire alla gente le cose attraverso le nostre azioni ".

Quali sono le vostre strategie, i vostri obiettivi?

"L’azione diretta e la resistenza civile contro l’edificazione del muro di 650 km che, ufficialmente per scopi antiterroristici, Sharon sta edificando intorno ai villaggi palestinesi della Cisgiordania. Il vero obiettivo del muro è rafforzare l’attuale regime di apartheid perché espropria in pratica i Palestinesi delle loro terre, privandoli delle risorse agricole e dell’acqua e lasciandoli come dei prigionieri nei loro villaggi: lo scopo ultimo è quello di mandarli via dalla regione. Abbiamo deciso così di concentrarci in azioni di resistenza non violenta, coinvolgendo la popolazione palestinese in iniziative comuni. Il nostro scopo non è quello di essere solidali con i Palestinesi, ma di lottare insieme: cerchiamo cioè di ricostruire una rete di fiducia e di collaborazione dal basso tra Israeliani e Palestinesi. Siamo riusciti a fare in media due manifestazioni a settimana, in certi periodi anche quattro al giorno".

Avete dei rapporti solo con la popolazione o anche con organizzazioni politiche palestinesi?

"La maggior parte delle azioni si svolge nei pressi dei villaggi: noi prendiamo contatti con i comitati popolari di questi villaggi che si costituiscono contro il muro. I comitati agiscono in modo diretto, organizzano dimostrazioni quasi ogni giorno e noi partecipiamo all’organizzazione di queste azioni. Questi comitati includono però anche partiti e fazioni politiche, organizzazioni religiose ecc… La comunità palestinese è molto collegata, ognuno in qualche modo è legato ad un’organizzazione e se lavoriamo con qualcuno di un’organizzazione poi veniamo boicottati dalle altre. Noi cerchiamo un contatto dal basso, ma data la situazione dobbiamo rapportarci anche alle varie organizzazioni politiche per non farci escludere ".

E con le organizzazioni religiose?

"C’è sempre un braccio politico e un braccio religioso: Hamas e Jihad islamica ad esempio sono organizzazioni politiche, purtroppo ogni gruppo religioso in qualche modo ha un proprio supporto politico".

Quindi vi relazionate anche con i gruppi fondamentalisti?

"Ci rapportiamo con chiunque voglia relazionarsi con noi, anche se Hamas e Jiadh non hanno certo una grande apertura nei nostri confronti. Fatah o FPLP sono senz’altro più disponibili".

La necessità di trovare uno sbocco all’interno delle comunità palestinesi vi porta a stringere relazioni anche con i capi delle varie fazioni?

"Nei villaggi in cui lavoriamo per molto tempo si finisce per entrare in contatto con molta gente…Il problema è che la struttura sociale palestinese è molto gerarchica ed è quindi difficile lavorare con gente che in qualche modo non abbia rapporti diretti con dei leaders: tutti quelli che fanno attività politica hanno lo scopo di scalare qualche gradino della gerarchia, è difficile trovare persone che lavorano solo per il bene della comunità fuori dai giochi politici. Il nostro obiettivo è quello di rispettare l’autonomia dei Palestinesi ma anche di contestare quelle azioni che non vanno verso il bene comune. In alcuni villaggi ci sono pressioni nei confronti delle donne per impedire loro ogni forma di partecipazione, noi proviamo a coinvolgerle".

Parliamo un po’ della situazione in Israele. Con la sinistra israeliana avete dei rapporti di collaborazione?

"Non con i partiti, perché i partiti della sinistra non sopportano le organizzazioni della sinistra radicale. I membri di Anarchists against the Wall partecipano anche ad altri gruppi che si pongono obiettivi diversi: ci sono gruppi che si concentrano sulla questione dei diritti umani, oppure dell’obiezione di coscienza, altri ancora sono specializzati nei media…".

La sinistra radicale israeliana è una realtà in crescita?

"Quando si è costituito il gruppo Anarchists against the Wall, verso la fine del 2002, avevamo poca esperienza rispetto agli altri e ci trattavano un po’ come dei ragazzetti. Col tempo ci siamo guadagnati la fiducia di altri gruppi come Gush Shalom e Taiush con cui lavoriamo molto, ad esempio nei comitati contro la demolizione delle case. In generale, la realtà della sinistra radicale sta crescendo anche se molto lentamente. Va ricordato che durante la I Intifada la sinistra aveva un grosso consenso, ma con l’inizio della II Intifada quest’area politica si è spaccata in una sinistra moderata maggioritaria ma sostanzialmente inattiva ed in una radicale attivista. C’è un grande divario fra gli attivisti ed i non attivisti. Parliamo due lingue diverse, i non attivisti faticano a comprendere gli effetti della politica israeliana in generale e sulle loro vite e questo è un problema perché impedisce la crescita effettiva del movimento. Ad esempio, gli Israeliani non comprendono che la grave crisi economica è causata dalle spese militari e dal crollo del turismo, cioè dallo stato di guerra. In ogni caso, questo non è affatto un buon periodo per appartenere a un gruppo radicale in Israele! Solo nel nostro gruppo siamo in venti ad essere sotto processo, tra cui io stessa".

Forse c’è un problema anche con i mass - media, non parleranno molto di voi e delle vostre azioni.

"I media sono la cassa di risonanza del governo e non hanno interesse a mostrare le azioni non violente dei Palestinesi o della sinistra radicale. Però nel dicembre 2003 ci fu il ferimento di un nostro compagno, Gil Naamati: era la prima volta che l’esercito israeliano causava il ferimento di un cittadino israeliano nei territori occupati e questo fatto ha avuto una grande risonanza. Così i media si sono molto interessati a noi, un gruppo anarchico poi per loro era un argomento di costume... L’effetto però è durato poco perché c’è una forte manipolazione dell’informazione ed i media hanno cominciato a dipingerci come dei violenti che appoggiano i terroristi. Il ferimento di un altro nostro compagno, Itay Levinsky nel marzo 2004 ha già avuto meno risonanza; questi ferimenti hanno almeno aumentato la fiducia dei Palestinesi nei nostri confronti. Ovviamente, l’uccisione di un Palestinese non fa notizia. Parliamo di apartheid perché c’è una separazione assoluta tra queste due società: gli Israeliani non entrano mai in contatto con i Palestinesi, li vedono solo alla TV nelle loro azioni terroristiche. L’unico modo per far comprendere ad un Israeliano il significato dell’occupazione è proprio quello di mostrargliela dal vivo, costituirebbe un autentico shock emotivo e politico. Per questo motivo lo stato israeliano cerca di proibire ai suoi cittadini di recarsi nei territori occupati".

Puoi parlarci della militarizzazione della società israeliana, della questione dei refusnik e dell’obiezione di coscienza?

"E’ difficile far comprendere ad un europeo il livello di militarizzazione della società israeliana. L’ideologia militarista va dalle canzoni che si cantano all’asilo fino alle relazioni sessuali, perché c’è un rapporto stretto tra militarismo e maschilismo. Parlare della militarizzazione della società israeliana aiuta a capire il fenomeno dell’obiezione di coscienza. Rifiutare il servizio militare non è un atto che comporta conseguenze brevi, riguarderà l’intera vita della persona perché il servizio militare è considerato il momento più importante della vita di un adulto: dal livello che si raggiunge nei militari dipenderà poi il futuro nella società civile. Tutti i politici e gli uomini d’affari escono da unità d’élite e da corpi speciali dell’esercito ed è lì che si sono conosciuti. Chi non fa il servizio militare è privato di molte possibilità e diritti nello studio e nel lavoro, si aliena le relazioni personali, viene rinnegato dalla propria famiglia, è considerato un perdente ed un traditore. Io credo che non servire nell’esercito sia la cosa più importante che può fare un cittadino israeliano per mettere in discussione lo stato sionista e l’occupazione. Negli ultimi tempi questo fenomeno è in crescita nonostante l’aumento della repressione e delle pene detentive, ha un forte impatto sulla società. Molti cercano di farsi passare per pazzi o si inventano altre malattie… L’obiezione di coscienza è comunque un privilegio ed ha bisogno di mezzi per essere sostenuta, perché se sei di una famiglia povera o di pelle nera perdi l’unica occasione per migliorare la tua condizione. In genere gli obiettori sono bianchi, di classe media e di famiglia progressista. Nell’autunno dell’anno scorso c’è stato un rifiuto selettivo (di prestare cioè servizio nei territori occupati) da parte dei piloti dell’aeronautica, l’avvenimento ha avuto un grosso impatto sull’opinione pubblica perché i piloti sono l’aristocrazia dell’esercito. Ci sono degli alti ufficiali che hanno compiuto un rifiuto selettivo, ma da questo si può capire che è necessario godere di qualche privilegio per poter rifiutare. Per questo motivo esistono organizzazioni della sinistra radicale che sostengono chi fa questo tipo di scelta, a cui ovviamente gli anarchici collaborano".

Come consideri il ruolo degli internazionali e delle Organizzazioni Non Governative in Palestina?

"Dopo l’uccisione di due internazionali il senso di privilegio di cui godevano si è ridotto, ma comunque l’esercito israeliano odia gli internazionali ed i soldati se potessero li ucciderebbero su due piedi. La loro funzione di interporsi tra esercito e Palestinesi è però secondo me di importanza secondaria, perché la cosa più importante è quella di tornare a casa e di informare il resto del mondo, perché i media non danno certe informazioni: questo è ciò che i Palestinesi desiderano. Comunque gli internazionali che restano soltanto tra i Palestinesi faticano a capire la situazione: hanno una visione parziale e dovrebbero cercare di conoscere anche la società israeliana. Gli internazionali normalmente restano un tempo molto ridotto in un paese di cui non parlano la lingua. E’ una presenza importante, ma in definitiva sono le due parti in conflitto che devono trovare un accordo ed è per questo che gli internazionali non possono permettersi di sostenere soltanto i Palestinesi, ma dovrebbero cercare di collaborare anche con gli Israeliani che si oppongono al conflitto. Le Ong invece hanno progetti come creare infrastrutture, lavorare con le donne, promuovere la democrazia ecc… Ma questo è un lavoro senza speranza, nessuno di questi fattori si può sviluppare finché c’è la guerra, perché la guerra distrugge tutto e le persone avvertono solo un bisogno di sopravvivenza immediata".

La maggior parte degli Italiani di orientamento progressista pensa che la soluzione del conflitto in Palestina sia sintetizzabile nella formula "due popoli due stati", data anche l’attuale situazione di odio che non permetterebbe la convivenza in uno stato solo. Un’altra opinione diffusa è che Arafat avrebbe fatto meglio ad accontentarsi del piano che Barak gli aveva presentato a Camp David, prima che ritornasse alla ribalta Sharon e scoppiasse la II Intifada...

"Intanto l’offerta di Barak non portava alla creazione di un vero stato autonomo, perché ci sarebbe stato un controllo israeliano su tutta la frontiera palestinese; non c’era una continuità territoriale ed uno stato del genere sarebbe collassato nel giro di poco tempo. Nessun Palestinese avrebbe accettato quella offerta e se Arafat l’avesse fatto sarebbe stato assassinato il giorno dopo. Come anarchici non crediamo che la creazione di un altro stato sia una soluzione, ma non mi sembra neanche un atteggiamento molto libertario dire ai Palestinesi che tipo di comunità debbano porsi come obiettivo. Del resto lo stato israeliano è uno stato sionista fondato su violenza, razzismo ed imperialismo. Uno stato non garantisce mai gli stessi diritti ai suoi cittadini e questo vale in particolare per quello israeliano. Ma Anarchists against the Wall non si occupa di problemi teorici o di ingegneria politica. Sharon agisce con dei fatti concreti sul territorio: nonostante le condanne dell’Onu e della Corte dell’Aja, il muro è un fatto e la priorità è quella di rispondere sullo stesso piano. E’ molto facile parlare di accordi politici guardando le cose dall’Europa, ma la cosa più importante secondo noi non è quella di teorizzare soluzioni istituzionali: occorre creare un clima di collaborazione e di fiducia tra Israeliani e Palestinesi. In generale, io credo che una situazione del genere possa essere risolta agendo soprattutto dal lato degli oppressori, gli oppressi possono soltanto cercare il modo più efficace per resistere. Occorre creare delle crepe nell’attuale società israeliana ed allo stesso tempo lottare insieme con i Palestinesi".

Per sostenere la lotta degli anarchici israeliani è acquistabile, presso i gruppi anarchici che hanno collaborato al giro di conferenze di Liad, il cd Anarchists against the Wall contenente un video ed altri documenti. Informazioni, foto ed ulteriori materiali sono reperibili presso l’indirizzo internet www.zapatapn.org/anarchicicontroilmuro/

 

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