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Cina: crescita in affanno? di Toni Iero
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Uno degli argomenti di cui questa rivista si è occupata in anticipo rispetto ad altre è stato proprio lemergere della Cina come protagonista mondiale. Oggi la Cina, anche in virtù del suo possente sviluppo economico, trova ampio spazio su stampa e televisioni. Il messaggio che si sta propagando è quello del "pericolo cinese". Questo perché i manufatti prodotti nellex Celeste Impero stanno spiazzando molte aziende occidentali, specialmente quelle italiane. La forza di un gigante demografico di oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti viene usata per spaventare lettori e telespettatori. Chissà che, tra non molto, qualcuno non cominci a chiedere altri sacrifici ai lavoratori italiani per "difenderci dal pericolo cinese". Un gigante senza energia Le previsioni per il 2004 parlano di un incremento del prodotto interno lordo cinese vicino al 9%. Si tratta di una crescita impressionante. Sembrerebbe che nulla possa ormai fermare lespansione economica della Cina. Invece, un po controtendenza, voglio provare ad evidenziare alcuni punti di debolezza che potrebbero influire sul futuro prossimo di questa grande nazione asiatica. Da questa primavera, nonostante numerosi provvedimenti per limitare i consumi, hanno cominciato a verificarsi frequenti black out elettrici. "Nel primo semestre 2004, la Cina ha generato il 16% di energia elettrica in più rispetto allo stesso periodo dellanno precedente. Ma il più grande incremento produttivo degli ultimi trentanni non è stato e non sarà sufficiente a scongiurare il rischio di restare senza luce".(1) Nonostante alcuni drastici provvedimenti (fabbriche in funzione di notte, aria condizionata non inferiore ai 26°, insegne luminose spente ad una certa ora), le autorità hanno dovuto procedere al razionamento dellenergia. Naturalmente questi fenomeni hanno colpito proprio le province più ricche e industrializzate, quelle che consumano più energia elettrica. Buona parte delle centrali elettriche cinesi funziona a carbone ed è tecnologicamente obsoleta. Sono impianti che, a parità di produzione, consumano più minerale rispetto agli omologhi impianti occidentali (e inquinano molto di più). Questanno la produzione cinese di carbone sta scontando diversi problemi e non è sufficiente a stare dietro allincremento richiesto per generare energia. Il risultato è che, secondo lazienda statale della rete elettrica (State Grid Corporation of China), il deficit di fornitura rispetto alla domanda sarà, nel 2004, di 30 milioni di kW. In queste condizioni appare logico ricorrere alla risorsa energetica per eccellenza: il petrolio. In effetti la Cina sta aumentando (del 40%) le importazioni di greggio. Però i Cinesi sono sfortunati: questanno il petrolio costa molto. Laumento del prezzo del petrolio, ci hanno detto, è proprio dovuto allaumento dei consumi cinesi. Sembrerebbe una spiegazione abbastanza ragionevole: nel mondo capitalista (e in quello "comunista" cinese) vige la legge della domanda e dellofferta: quando aumenta la domanda (o diminuisce lofferta) di un prodotto il suo prezzo tende a salire. Abbiamo bruciato il petrolio? Alcuni autori sostengono che quasi tutte le stime sulle consistenze delle riserve, fatte dai tecnici delle multinazionali petrolifere, siano false e che il petrolio è destinato ad esaurirsi in poco tempo, molto prima di quello che si credeva. (2) Il fatto che le aziende mentano per tutelare i propri interessi è cosa ormai usuale, come si è sperimentato, per citare solo tre nomi noti, con Enron, Cirio e Parmalat. Tuttavia ritengo che il recente incremento del prezzo del petrolio non sia da imputarsi a un suo imminente esaurimento. Le maggiori riserve di oro nero del globo si trovano in due aree geografiche: il Medio Oriente e lAsia Centrale. In entrambe queste regioni gli Stati Uniti hanno inviato le loro truppe (e quelle dei loro alleati) a combattere improbabili guerre contro il terrorismo. È frutto di una casualità storica che gli USA controllino (politicamente o militarmente) i paesi con le maggiori riserve petrolifere? Arabia Saudita, Iraq e gli "Stan Countries" (i paesi dellex Unione Sovietica a Nord dellAfghanistan) sono tutti, in un modo o nellaltro, collegati alla potenza americana. Lasciateci dire, per una volta, lavevamo detto: uno degli obiettivi della guerra infinita di Bush è proprio quello di mantenere il controllo dei principali rubinetti petroliferi mondiali. Per condizionare, in questo modo, il comportamento di quei paesi, Cina in testa, la cui crescita economica rappresenta un pericolo per legemonia USA. Non crediate però che le cose finiscano qui. Gli Stati Uniti sono già allopera per scovare altri fornitori di greggio e, probabilmente, hanno già trovato unaltra area interessante: lAfrica, dove "Washington intanto sta accarezzando da qualche tempo il progetto di insediare una base militare nellarcipelago di Sao Tomé e Principe che consentirebbe agli Stati Uniti di diventare lunico guardiano del Golfo di Guinea". (3) Un altro golfo, dopo quello Persico, potrebbe diventare la fonte della materia prima più importante del mondo moderno. Riusciranno a frenare? Il governo di Pechino ha recentemente preso numerosi provvedimenti per cercare di frenare lo sviluppo della propria economia: è esattamente lopposto di quello che stanno facendo i governi di tutto il resto del mondo. Alcuni economisti giustificano questa politica economica con la preoccupazione per possibili fiammate inflazionistiche. Potrebbe essere. Però potrebbe anche essere che il governo cinese si stia rendendo conto che non ha abbastanza energia per sostenere lincremento produttivo che le "libere forze di mercato" potrebbero realizzare, se lasciate a sé stesse. Leconomia cinese è come unautomobile che, lanciata a piena velocità, sta esaurendo il carburante (letteralmente). La Cina rischia lo scoppio di una delle più grosse bolle produttive di tutti i tempi. Gli investimenti in infrastrutture, in impianti di generazione di elettricità, in stabilimenti produttivi, negli immobili rischiano di dissolversi in niente, se il governo non riuscirà a dosare con accortezza lo sviluppo economico in funzione delle possibilità di approvvigionamento energetico. Una ciotola di riso Vi è un altro motivo che suggerisce ai leader cinesi di mettere un limite alla crescita economica del loro paese. Il mondo intero, impressionato dallo sviluppo industriale della Cina, sta trascurando un problema che sta sorgendo allinterno del paese asiatico: "lagricoltura, in particolare, non cresce allo stesso ritmo del settore manifatturiero, anzi è andata letteralmente "perdendo terreno", nel senso che la rapida urbanizzazione della Cina sta divorando la terra di milioni di contadini. "(4) In meno di due anni la Cina ha perso 20 mila chilometri quadrati di superficie coltivabile! Il governo di Pechino ha preso misure di emergenza per limitare la perdita di terra ed aumentare la produzione di grano. Tuttavia i risultati sono stati modesti e oggi la nazione asiatica è costretta a ricorrere alle importazioni per coprire il suo fabbisogno interno. Molti economisti sorridono di questa fissazione cinese sullautosufficienza alimentare. È normale che lo sviluppo economico penalizzi lattività agricola. È successo in tutte le economie industrializzate. Vi sono però due motivi che giustificano lattaccamento dei dirigenti cinesi al concetto di autarchia alimentare. Il primo è il bruciante ricordo del recente passato: la carestia conseguente al progetto maoista del "Grande Balzo in Avanti" provocò la morte di 30 milioni di Cinesi. Il secondo motivo ha a che fare con le ambizioni della Cina di diventare una potenza che conta nella politica mondiale. I dirigenti di Pechino temono "luso della cosiddetta arma alimentare da parte delle grandi potenze produttrici di cereali. Negli ultimi anni la Cina è diventata il principale acquirente della soia prodotta negli Stati Uniti, ed un fondamentale sbocco per la produzione cerealicola del Brasile. In pratica, la Cina si sente dipendente e ricattabile ".(5) Il fatto è che le esportazioni cinesi, riguardando prodotti voluttuari, sono suscettibili agli alti e bassi della congiuntura internazionale, mentre le importazioni alimentari sono ben più rigide. Questa faccenda delle importazioni di cereali dallAmerica non ricorda il cronico problema dellUnione Sovietica, che sfidava gli Stati Uniti in tutti i campi e poi era costretta ad importare il "grano capitalista" per sfamare la sua popolazione? Beh, in queste condizioni sappiamo anche chi ha vinto la guerra fredda! Una boccata di ossigeno Vi è però un ulteriore tema che sta emergendo a causa del dinamismo delleconomia cinese: il problema ambientale. La pressione sulle risorse naturali sta diventando ogni giorno più preoccupante. Anche se il governo cinese mostra una crescente consapevolezza a questo proposito, le possibilità di intervenire efficacemente sono limitate. Si sta cercando di impedire che i contadini occupino abusivamente terreni forestali, poi però accade che gli agricoltori si inferociscano quando scoprono di essere espropriati dei loro terreni per far posto ad un campo da golf, come è accaduto nella provincia di Shandong. Lo scarso patrimonio boschivo cinese subisce gli effetti di una crescente domanda di legname da parte del settore industriale. La Cina è ormai il secondo consumatore di legno nel mondo, subito dopo gli Stati Uniti. Sono stati posti alcuni vincoli per salvaguardare le residue foreste. Allora, per procurarsi il legname, le imprese cinesi hanno aperto cantieri nel Borneo, in Nuova Zelanda, in Brasile. Il commercio illegale di legno verso la Cina coinvolge la Russia, la Birmania e molti altri paesi dellAsia Orientale. Insomma, si profila allorizzonte un disastro ambientale, determinato da un processo di deforestazione accelerato ed esteso. Non abbiamo volutamente parlato dei costi sociali di uno sviluppo che vede i lavoratori totalmente asserviti alle esigenze produttive dei nuovi "capitalisti comunisti". Forse proprio la nascita e lo sviluppo di forze socialmente antagoniste alla rigida gerarchia "comunista" potrebbe infondere una nuova qualità egualitaria e equilibratrice allo sviluppo economico dellex Celeste Impero: vi saranno di nuovo libertari in Cina? (1) Cina, il boom è a corto di energia Il Sole 24 Ore del 20 luglio 2004. (2) G. Chiesa Il Manifesto del 12 agosto 2004 (3) Africa, nuova frontiera delloro nero Il Sole 24 Ore dell 11 agosto 2004. (4) (5) Giuseppe Sacco I costi ambientali del miracolo capitalistico - Emporion |
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