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La vita in prestito

di Fabio Viti

 

Foto Fabio Viti 2003

 

sei in Cenerentola>archivio>numero43>antropologia

"La vita in prestito" è quella che milioni di uomini, donne e bambini nel Sud del mondo danno ogni giorno in cambio di condizioni di lavoro insostenibili, di salari inesistenti, di diritti confiscati. In Asia e in Africa, i rapporti di dipendenza personale e i debiti forzosamente contratti legano soggetti deboli a datori di lavoro senza scrupoli, talvolta semplici intermediari di grandi e noti marchi internazionali. È così che in India, grazie anche a una cultura della sottomissione di antiche radici, si assiste al riaffiorare di forme di lavoro gratuito sul modello dell’antico begar (lavoro coatto per debiti) che conducono a situazioni di vero e proprio asservimento. Il meccanismo di reclutamento per questa mano d’opera gratuita e coatta si basa su intermediari che operano tuttavia all’interno di un sistema industriale piuttosto sofisticato, articolato con il mercato mondiale e nel quale operai qualificati lavorano accanto a semi-schiavi, mano d’opera servile sempre più richiesta.

In Africa, in un quadro generale di crisi acuta, le solidarietà familiari e comunitarie vengono meno proprio quando sarebbero più necessarie; i processi di individuazione, già contraddittori e incompiuti, regrediscono o al contrario subiscono accelerazioni di crisi che producono fenomeni di disgregazione quali quello dei "bambini di strada"; le tensioni etniche, regionali o religiose si sovrappongono, occultandola, a una generale regressione dei diritti, in primo luogo dei diritti di cittadinanza, già affievoliti da regimi autoritari e anti-democratici. In questo contesto, le strutture sociali "tradizionali", con la loro impronta paternalista e autoritaria, permettono e legittimano forme di assoggettamento del lavoratore all’impresa e di sfruttamento apparentemente pre-moderne che però sopravvivono e ben si adattano anche ai moderni rapporti sociali neo-liberisti, gli stessi che schiacciano l’Africa sotto il peso del debito e che attribuiscono all’intero continente il compito di produrre materie prime per l’esportazione, in una situazione sempre più orientata alla riduzione dei già scarsi diritti e delle protezioni sociali e in cui aumentano il lavoro coatto e le forme più o meno occulte di pegno umano e di asservimento, o i traffici di esseri umani.

I più esposti a questa riduzione drastica non solo di diritti elementari ma più semplicemente di aspettative individuali, sono i soggetti già deboli, le donne, i giovani e i bambini, sempre più spesso impiegati al lavoro al posto degli uomini o degli adulti, perché maggiormente controllabili all’interno di un rapporto di totale sudditanza rispetto a un padrone-creditore. Il processo fondamentale che si compie nel lavoro dei giovani (spesso solo bambini) è la trasformazione del lavoratore in servitore. In tutta l’Africa occidentale, ad esempio, il lavoro gratuito degli apprendisti si ispira al modello del servizio familiare ma costituisce a sua volta un modello per tutte le forme di lavoro sotto-pagato o gratuito. È sui bambini, anello debole della catena della dipendenza, che si sperimentano le forme di lavoro gratuito, di servizio e di sottomissione che possono divenire la condizione comune degli adulti – prime tra tutti le donne – in un orizzonte di regressione del lavoro salariato e di personalizzazione generalizzata dei rapporti di lavoro.

Quello che mettono in luce situazioni come queste sono due fenomeni concomitanti: da una parte, le difficoltà di consolidamento del lavoro salariato "libero", che sfocia in lavoro gratuito secondo logiche parentali o clientelari; dall’altra, la coesistenza, all’interno della categoria generale di lavoro dipendente di forme libere (salariate), semi-libere e coatte. Nel sud del mondo, insomma, sempre più spesso la "fine del lavoro" prende la forma perversa del servizio gratuito e dell’asservimento, nell’ambito di rapporti personali e non contrattuali, che rendono invisibili milioni di lavoratori.

 È importante sottolineare tuttavia che non esistono solo fenomeni "estremi" di asservimento o riduzione in schiavitù, quelli che di solito monopolizzano l’attenzione mediatica, talvolta con semplificazioni eccessive che finiscono per occultare situazioni meno appariscenti ma di proporzioni infinitamente maggiori. Vi sono oggi nel mondo 250 milioni di bambini al lavoro (dati del Bureau International du Travail, 1998), "normalmente" sfruttati, il cui lavoro sotto-pagato o gratuito (sotto forma spesso di un apprendistato degradato a servitù) non basta in molti casi neanche ad assicurare la loro riproduzione semplice, demandata alle famiglie o alle comunità rurali dalle quali provengono, descolarizzati e senza avvenire.

Su questi e altri temi affini, si sono confrontati presso la Certosa di Pontignano (Siena), per tre giorni di convegno ("La vita in prestito. Debito, dipendenza e lavoro", 24, 25, 26 settembre) studiosi provenienti da orizzonti diversi, antropologi e storici, italiani e stranieri, riuniti da un gruppo di ricerca che su queste tematiche si è costituito già da qualche anno nelle Università di Siena, Urbino, Vercelli e Modena, coordinato da Pier Giorgio Solinas. Era presente, tra gli altri relatori, Claude Meillassoux, fondatore di una antropologia marxista e decano degli studi africanisti, noto per i suoi lavori sulla comunità domestica, l’economia della vita e la schiavitù. Sono stati presentati inoltre interventi e relazioni scritte sul lavoro e le donne in Asia (Ester Gallo, Djallal Heuzé, Silvia Stefanoni) e in Africa (Alice Bellagamba, Rosa De Jorio); sulla prostituzione nigeriana in Italia (Lidia Calderoli); sul lavoro dei bambini africani (Fabio Viti, Simona Morganti) e sulle relazioni di debito in India (Jean-Claude Galey) e in Africa (Thomas McCaskie, Pierluigi Valsecchi, Stefano Boni, Armando Cutolo).

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