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Il pensiero anarchico

Giampietro Berti

recensione di Luciano Nicolini

 

 

 

 

La copertina del libro "Il pensiero anarchico"

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Mi sono state necessarie le vacanze estive per affrontare il libro "Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento" di Giampietro (Nico) Berti, edito da Piero Lacaita nel 1998. Si tratta infatti di un testo di oltre mille pagine, dense di informazioni e considerazioni.

Dello stesso autore avevo già letto "Un’idea esagerata di libertà. Introduzione al pensiero anarchico" (Eleuthera, 1994), che non mi aveva convinto molto. Ma, se l’antipasto non era stato del tutto soddisfacente, la cena è senz’altro degna di un grande cuoco...

"Questo libro – spiega l’autore – nasce dall’esigenza di colmare una lacuna della storiografia sull’anarchismo: la mancanza di una storia complessiva del pensiero anarchico. Non che difettino, ovviamente, molte opere di valore sul tema, ma esse sono quasi tutte settoriali perchè esaminano singoli autori o specifici momenti. Anche i lavori che tentano una sintesi d’insieme non sono dedicati totalmente all’aspetto teorico, in quanto comprendono, oltre alla teoria, la vita e l’azione dei pensatori anarchici, costituendo, così, più che una storia del pensiero anarchico, i lineamenti di una storia dell’anarchismo o, in modo più specifico, una storia del movimento anarchico. Questo libro, invece, vuole essere soprattutto una storia dell’idea anarchica".

L’opera è divisa in quattro sezioni. La prima riguarda i pensatori "classici", la seconda i rapporti tra marxismo e anarchismo, la terza prende in esame gli autori, gli aspetti e i problemi che danno l’idea del pluralismo che caratterizza il pensiero libertario, la quarta le relazioni tra anarchismo, socialismo libertario e socialismo liberale.

Che posso dire? Stiamo parlando di un capolavoro, di un’opera destinata a rimanere una pietra miliare nella storia degli studi sull’anarchismo. Ciò nonostante, almeno due cose mi hanno lasciato perplesso: la scelta dei "classici" fatta da Berti e il ruolo di secondo piano attribuito dall’autore all’anarcosindacalismo.

Per ciò che riguarda il primo punto, Berti definisce "classici" del pensiero anarchico William Godwin, Max Stirner, Pierre-Joseph Proudhon, Michail Bakunin, Pietro Kropotkin ed Errico Malatesta. Sugli ultimi tre non si può non essere d’accordo; di Proudhon si può dire, con buone ragioni, che sia stato un precursore; ma, che cosa c’entrano Godwin e Stirner? Il primo mi è sempre sembrato, piuttosto, un simpatico illuminista; il secondo un filosofo di dubbia collocazione. Se di precursori si voleva parlare, forse sarebbe stato meglio prendere in esame Carlo Pisacane, il cui pensiero è strettamente (e storicamente) collegato a quello di Bakunin e di Malatesta!

Per ciò che riguarda invece l’anarcosindacalismo, Berti lo considera, in buona sostanza, un sottoprodotto dell’anarchismo e, dal punto di vista della storia delle idee, non ha forse tutti i torti. Non si può però negare che solo grazie a esso il pensiero anarchico ha rischiato, all’inizio del Novecento, di concretizzarsi nella storia. E’ possibile che, a parte Armando Borghi (e penso soprattutto, ma non solo, all’anarcosindacalismo spagnolo), non ci sia stato, tra i suoi protagonisti, alcun pensatore degno d’essere preso in considerazione?

Luciano Nicolini

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