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Lido di Venezia 1/11 settembre 2004

DAL TRAMONTO ALL'ALBA

di Luca Baroncini

Pubblico al 61° Festival del cinema di Venezia - Foto di Luca Baroncini 2004

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Sulla scia di "5 x 2", il film presentato in concorso dal francese Francois Ozon che ripercorre una storia d’amore a ritroso, dal momento in cui una coppia si separa al primo incontro, esploriamo il Festival al contrario e partiamo dall’ultima giornata, quella del verdetto. Il Lungomare Marconi è movimentato dal consueto passeggio, ma si respira un’atmosfera più rilassata rispetto alla frenesia delle giornate precedenti. Ormai i giochi sono fatti, i nomi dei vincitori sono già nell’aria e per la prima volta la cerimonia di premiazione, svoltasi tra più di una gaffe della pur professionale Claudia Gerini e i soliti problemi organizzativi, ha abbandonato la consueta sede del Palazzo del Cinema per trasferirsi al Teatro della Fenice di Venezia, si dice per mostrare al mondo intero lo sfavillio del restauro da poco terminato. La sentenza della giuria, presieduta dall’inglese John Boorman, ha lasciato l’Italia a bocca asciutta, deludendo le aspettative di RaiCinema (quest’anno, per fortuna, nessuna imbarazzante dichiarazione da parte dell’amministratore delegato) e di quanti hanno amato il film di Gianni Amelio "Le chiavi di casa", fin dall’inizio dato per favorito. A sorpresa, quindi, il Leone d’Oro se lo è aggiudicato "Vera Drake", diretto dal britannico Mike Leigh. Il film è ambientato nella Londra del 1950 e racconta la storia di una donna che vive una serena situazione famigliare, nonostante i problemi economici, ma che, oltre a fare le pulizie in signorili palazzi borghesi, aiuta giovani ragazze ad abortire. Il lungometraggio, dopo una prima parte molto ben calibrata in cui connota alla perfezione l’ambiente in cui si muovono i personaggi e la difficile condizione femminile dell’epoca, si perde un po’ nel melodramma ricattatorio, ma vanta una superba interpretazione di Imelda Staunton, attrice di teatro perlopiù sconosciuta in Italia, giustamente premiata con la Coppa Volpi per la sua espressività. Il maggiore rivale di Leigh viene dalla Spagna (anche se è nato a Santiago del Cile) e risponde al nome di Alejandro Amenabar. Ha debuttato con il folgorante "Tesis", ha conquistato i botteghini spagnoli ottenendo una visibilità internazionale con il successivo "Apri gli occhi" ed è poi sbarcato a Hollywood, dirigendo Nicole Kidman nell’horror gotico "The Others". Con "Mare dentro" vince il Gran Premio della Giuria cambiando genere solo in apparenza. Nel racconto della ricerca di una morte liberatoria da una vita che non sente come dignitosa, il regista ha infatti ancora modo di esplorare il sottile confine tra mondi diversi e paralleli, alla base di tutte le sue opere. Nel film, ispirato alla storia vera di Ramon Sampedro, il protagonista è costretto a letto da trent’anni dopo una terribile caduta da uno scoglio.

L’incontro con due donne si rivelerà risolutivo. Il film, forte, problematico e commovente, evita l’indottrinamento pernicioso, tipico dei film a tesi, e si limita a seguire le vicende del protagonista, del nucleo famigliare che si prende cura di lui e delle persone che gravitano intorno al suo letto. Gode, inoltre, dell’interpretazione intensa di Javier Bardem, alla sua seconda meritata Coppa Volpi dopo l’interessante "Prima che sia notte" (si consiglia, se possibile, la visione in lingua originale, per apprezzare i toni caldi e pastosi della voce dell’attore). Il premio per la Miglior Regia è andato invece ad Oriente, al coreano Kim Kiduk per "Binjip" (titolo internazionale "Empty House"), uno dei film più applauditi del festival, soprattutto dal pubblico giovane che ha apprezzato la ricchezza visiva e le tante idee che sorreggono un mondo privo di parole, sospeso tra realtà e sogno. Ma il film di Amelio doveva vincere? Al di là della più che giusta arbitrarietà di una giuria internazionale, appositamente prescelta, "Le chiavi di casa" delude le aspettative. Sia tecnicamente, perché non è possibile che si debba ricorrere ai sottotitoli in inglese per riuscire a capire i dialoghi dei personaggi, ma anche per il taglio impresso da Amelio al racconto. Possibile che al cinema il disabile sia sempre simpatico, gioioso, tenace, vitale e abbia tante cose da insegnare? Attenzione, perché non significa che sia vero il contrario, ma solo che una visione edificante e a senso unico rischia di togliere dignità all’handicap, mostrando una realtà edulcorata a puri fini cinematografici. Il film di Amelio gode per fortuna di interessanti sfumature, ma il rapporto tra il quindicenne Paolo e il padre che non ha mai conosciuto, pecca di qualche schematismo di troppo e non convince fino in fondo. Meglio la genuina vitalità di "Lavorare con lentezza" che, pur con qualche caduta nel didascalico, ripercorre il fermento delle strade porticate di Bologna negli anni Settanta di Radio Alice. Fa piacere che i due giovani protagonisti, Marco Luisi e Tommaso Ramenghi, abbiano vinto il premio Marcello Mastroianni, dedicato alle giovani promesse. Il terzo film italiano in concorso è invece "Ovunque sei", di Michele Placido, che osa tanto, affrancandosi in parte dai consueti conflitti famigliari e affettivi per virare nel metafisico, ma cade purtroppo nel ridicolo involontario. La proiezione per la stampa è un susseguirsi di fischi e risate, culminate nel nudo integrale di Accorsi che giova più al marketing che alla narrazione, mentre alla proiezione per il pubblico gli accrediti non vengono fatti entrare e Michele Placido si consola con tre minuti di applausi (del resto chi ha speso trenta euro per vedere il film doveva già essere, quanto meno, assai ben disposto…).

A questo punto entriamo nel vivo della manifestazione, annunciata come la migliore degli ultimi dieci anni, la più ricca di divi, la più selettiva dal punto di vista della qualità. È stato davvero così? Beh, di stelle del cinema ce ne sono state molte, ma ogni anno Hollywood sbarca al Lido per promuovere, difficilmente in concorso, i film di imminente uscita. Se pensiamo all’anno scorso, la mostra ha goduto di divi del calibro di Nicolas Cage, George Clooney, Catherine Zeta-Jones, Naomi Watts, Anthony Hopkins, Johnny Depp. I giornali ne hanno parlato, ma tutti paiono essersene dimenticati e ricordano il festival precedente come un mortorio, popolato solo da veline o aspiranti tali. C’erano i noiosi presenzialisti della televisione e i soliti politicanti con mogli tirate a lucido appresso, come ci sono stati in abbondanza anche quest’anno. E anche quest’anno ci sono stati molti divi. Ma perché la stampa tende a esaltare la pur buona conduzione di Marco Muller a scapito di quella altrettanto dignitosa dello svizzero De Hadeln? Che il festival abbia bisogno di rinnovare la propria credibilità dopo i giochetti politici degli ultimi anni, basati su poltrone vacanti fino all’ultimo e relativi giochi di potere?

Tornando ai divi che hanno acceso l’entusiasmo dei fans e riempito le pagine dei giornali, una delle più acclamate è stata Nicole Kidman, brava e bella, come al solito, nell’originale, anche se non completamente riuscito, "Birth", in cui un bambino di dodici anni le confessa, sconvolgendole la vita, di essere la reincarnazione del suo defunto marito. Grande il seguito anche per la coppia Johnny Depp e Kate Winslet, protagonisti dello stucchevole "Finding Neverland" che ripercorre con qualche licenza la biografia dello scrittore e drammaturgo scozzese James M. Barrie, autore del famoso "Peter Pan". Le ragazzine sono impazzite per Tom Cruise, che ha accompagnato "Collateral" in cui, sotto la guida del visionario Michael Mann, veste i panni sporchi di un pericoloso e cinico killer; nonostante il ruolo da cattivissimo, però, sarà per l’etica del personaggio o per la sua faccia da bravo americano, si continua a vedere Cruise come portatore di valori positivi; ma le ragazzine sono impazzite anche per la tosta Angelina Jolie, a Venezia insieme a Robert De Niro e Will Smith per la prima mondiale di "Shark Tale", ennesimo prodigio tecnico interamente realizzato in computer grafica ambientato, come "Alla ricerca di Nemo", in fondo al mare. Il lungometraggio animato, parodiando i film di mafia, racconta l’avventura di un pesce che si trova a essere spacciato per un eroico cacciatore di squali. Per fortuna ad aiutarlo c’è Lenny, uno squalo vegetariano figlio del pericoloso Don Lino. Tutti i pesci protagonisti hanno le sembianze di star hollywoodiane e la Jolie è la sensuale Lola. Il film è spassoso, ma l’ironia è tutta nei dialoghi brillanti, perché la sceneggiatura, problematica solo in apparenza, predilige strade convenzionali e rassicuranti. Del resto per recuperare gli ingenti investimenti deve piacere a un pubblico planetario. Basta pensare che per trasformare piazza San Marco in una sala cinematografica per la sera della prima, la Dreamworks (produttrice) e la U.I.P. (distributrice) hanno speso la bellezza di cinque milioni di euro. Il più ricercato dai fans è stato però Quentin Tarantino, promotore della retrospettiva "Storia segreta del cinema italiano – Italian Kings of the ‘BS", cioè il peggio del cinema italiano degli anni Settanta, che ha infiammato lo spirito citazionista del regista americano e l’amore per il trash di tanti cinefili italiani. La rassegna ha avuto un incredibile seguito, ma ha suscitato anche parecchie critiche. In un’intervista rilasciata a "Ciak Daily" il direttore della Cineteca di Bologna, Gianluca Farinelli, dichiara: "La Mostra lancia un grande progetto di restauro e poi ne sortisce una retrospettiva così raffazzonata … per gli anni sessanta addirittura c’è Cottafavi, che fu considerato già all’epoca autore a pieno titolo e non di serie B. Cosa lo unisce a "W la foca" di Nando Cicero? Il caso! Film non visti? Ma se sono su tutti i palinsesti tv! E noi proponiamo questo all’estero?". La rassegna culmina con la "Notte Tarantino" in cui il regista americano propone un film proveniente direttamente dalla sua collezione personale e lo presenta come la "pellicola più brutta", non si capisce se in senso materiale (la visione è davvero pessima) o qualitativo (il dizionario del cinema di Paolo Mereghetti ne parla discretamente). Il titolo è il promettente "Cosa avete fatto a Solange?" di Massimo Dallamano.

Le noti dolenti non riguardano però la programmazione o la vivacità provocata dall’andirivieni di personaggi famosi e in grado di solleticare la curiosità del pubblico. In fondo ad un festival ci sono film per ogni gusto e difficilmente si esce del tutto soddisfatti o completamente entusiasti. Ciò che ha reso faticoso il percorso cinematografico imbastito con acume da Muller è stata l’organizzazione, mai come quest’anno impreparata a contenere la fame di cinema di spettatori e accreditati. Il neo-Direttore ha ridotto il numero dei titoli in cartellone, però ha aggiunto due sezioni: le "Giornate degli Autori", che sul modello della "Quinzaine des Realisateurs" di Cannes si configurano come un luogo di scoperte, ricerca e innovazione, e il redivivo spazio "Mezzanotte", con le opere più spettacolari rivolte a un pubblico giovane e nottambulo. In pratica è impossibile per un accreditato restare al passo con il succedersi dei film, spesso proiettati con dannose coincidenze di orario e poche repliche. L’attesissimo "Il castello errante di Howl" di Hayao Miyazaki, ad esempio, ha avuto solo due proiezioni, una per la stampa e una per il pubblico, tra l’altro nella giornata di domenica, la più frequentata in assoluto da turisti e curiosi. Grandi i problemi anche con il rispetto degli orari: nelle prime giornate i ritardi hanno superato anche le due ore. Ormai storica la frase con cui Harvey Weinstein, il patron della potente Miramax, ha causticamente salutato gli spettatori della sala Grande alle 2 e 15 del mattino (anziché alla mezzanotte prevista) per la prima mondiale di "Finding Neverland": "Benvenuti alla proiezione breakfast!". Delusione anche per il pubblico pagante, al mattino escluso da tutte le sale e vessato da prezzi davvero proibitivi, da un minimo di otto a un massimo di trenta euro per singolo film. Lamentele anche per la passerella, mai come quest’anno lontana dai fans, con un doppio cordone di transenne e il muro dei fotografi ad impedire qualsiasi contatto, anche solo visivo. Che dire poi della nuova facciata creata per l’occasione dallo scenografo Dante Ferretti? I sessanta leoni dorati, eretti su colonne dedicate agli altrettanti Leoni d’Oro assegnati nelle edizioni passate, ricordano prepotentemente le mille statue della tentacolare dea Kannon nel tempio Sanjusangendo di Kyoto. Nel bene e nel male, comunque, si fanno notare e hanno fatto spendere (oltre a ottocentomila euro) fiumi di inchiostro.

Il viaggio a ritroso sta per terminare e siamo appena arrivati al Lido in attesa dell’evento di apertura. Il film è "The Terminal" e tra poco sfileranno in passerella Tom Hanks e Steven Spielberg. Sulla spiaggia davanti all’Hotel Excelsior, fulcro della mondanità, è già stata allestita l’enorme cupola trasparente che permetterà agli invitati di festeggiare il lancio del film e l’apertura della Mostra guardando direttamente le stelle. Intorno si respira una certa apprensione. La instabile situazione internazionale ha reso necessario un’intensificazione dei controlli antiterrorismo, il festival ha bisogno di un rilancio in grande stile, il taccuino è già pronto per gli appunti e la macchina fotografica pure. Non resta che incrociare le dita. Che lo spettacolo cominci!

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