![]() |
La preparazione del '68 in Italia Non è che l'inizio: la lotta continua!
|
Il movimento, all'epoca
definito "contestazione", che ebbe il suo culmine nel 1968, continua a porre
domande rimaste senza risposta. Non c'è pubblicazione, seria o superficiale, che non
metta l'accento sul suo carattere antiautoritario. Eppure, spesso, si ha l'impressione che
l'area politica che ne è uscita meno rafforzata, almeno in un primo tempo, sia stata
proprio quella libertaria. Se ne conclude, in genere, che il movimento anarchico
organizzato sia giunto, a tale appuntamento, piuttosto impreparato. Unidea fatta propria, pochi anni dopo verrebbe da dire dal governo degli Stati Uniti. Per quanto riguarda, in particolare, lItalia: "A Milano i rapporti tra giovani anarchici, movimento di contestazione e Provos, comunque, sono precedenti alla Conferenza europea: il primo numero, ciclostilato, di "Mondo beat" (curato da Vittorio di Russo e Paolo Gerbino) viene composto e stampato da Giuseppe Pinelli nel circolo anarchico Sacco e Vanzetti; nel corso del 1967, sempre presso il Sacco e Vanzetti di Milano vengono ciclostilati diversi numeri di Provo e la sede anarchica diventa anche quella dei Provos milanesi" (...). "Anche in altre città si realizza una certa convergenza tra giovani contestatori e giovani anarchici: è il caso di Livorno, dove la FAGI (Federazione Anarchica Giovanile Italiana), i Provos e i beatnik organizzano insieme proteste contro la Spagna franchista; a Bologna, dove vengono diffusi volantini contro il consumismo; invece a Lentini, in Sicilia, la protesta comune assume toni e contenuti strettamente legati alla mancanza di lavoro e allemigrazione. A Roma è molto attivo il gruppo Provos Roma 1, che nel 1967 diventa Gruppo NON Roma 1, dotandosi anche di un giornale, Provo Capellone (...)" "Il 2 giugno del 1967 a Carrara viene convocato il primo convegno italiano della gioventù protestataria, ospitato presso la sede dei 'Gruppi Anarchici Riuniti: tema centrale del dibattito è la proposta di fare delle diverse diramazioni protestatarie un unico movimento. Su questa ipotesi si trovano daccordo, in linea di principio, i diversi rappresentanti Provos, mentre i beatniks propendono più per mantenere le caratteristiche specifiche di ciascun soggetto, pur condividendo la necessità di uno scambio reciproco e costante di esperienze". (...) In conclusione, afferma Schirone, negli anni che precedono il 68, "i giovani anarchici italiani vogliono chiarire problemi e temi di fondo che attanagliano tutto il movimento, allacciano collegamenti con altri gruppi libertari europei, si impegnano in lavori di traduzione da giornali e riviste (...). E sarà in questo contesto, nellambito studentesco e della nuova contestazione del Sessantotto, che il movimento libertario giovanile e, di riflesso, il movimento anarchico nel suo complesso saprà inserirsi e portare avanti nuovi contenuti di lotta e di partecipazione". Saprà inserirsi? Forse a Milano. Non certo in tutto il paese. E, anche a Milano, non risulta che larea libertaria sia mai stata maggioritaria allinterno del movimento!
Per una strana coincidenza, negli stessi giorni nei quali è giunta in redazione la "Rivista storica dellanarchismo", è arrivato anche il numero 14 della rivista "n+1" (sì, si chiama proprio così), curata da marxisti di scuola bordighista. Essa contiene, tra gli altri, un ponderoso articolo intitolato "Loperaismo italiano e il suo Sessantotto lungo ventanni". Sorvolo sulle tesi sostenute dai suoi autori, che mi sembrano, per la verità, assai poco interessanti. Curioso, invece, mi è parso il loro punto di vista sul "sessantotto", al quale guardano col distacco di chi non ama farsi coinvolgere in movimenti che non credono, fin dalla loro nascita, nella "necessità del partito rivoluzionario". Quella stagione di lotte, scrivono, "iniziò nel 1958-59 con un tentativo di riscossa contro il lungo periodo controrivoluzionario staliniano al culmine della ricostruzione postbellica. Fu soprattutto il prodotto di una forte spinta degli operai dellindustria, che mise in fermento anche gruppi di giovani militanti dei partiti tradizionali e dei sindacati, ai quali si affiancarono elementi dellintellettualità universitaria piccolo-borghese. Durò ventanni, diffondendosi grazie a una situazione internazionale e interna favorevole". (...) La ricetta con cui fu cucinato? "Un po di Marx, un po di aziendalismo rivoluzionario, molta sociologia e, dopo qualche anno, un mare di democrazia antifascista. Questa fu lorigine di quel Sessantotto italiano che si protrasse per un ventennio, nel quale quello studentesco alla Berkeley-Sorbona irruppe come unesterofila ondata che durò una sola estate". (...) "In Italia, a cavallo del 1960, emersero correnti eterogenee di critica allo stalinismo. Venivano da ceppi del Partito Socialista in disfacimento e da elementi che, rifiutando lindirizzo togliattiano del Partito Comunista, tentarono di superare levidente mistificazione marxista del fronte bipartitico al servizio della ragion di stato dellUnione Sovietica. A indirizzare questo processo di ripensamento aveva influito in modo decisivo lo shock derivato dallinvasione dellUngheria nel 1956 e dalla bestiale repressione che colpì soprattutto la classe operaia. Ma non fu possibile, in piena controrivoluzione, evitare che si disegnasse il nuovo su una passiva fotografia del vecchio". (...) Per questo: "Più tardi, gruppi come Il Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, quelli di derivazione cinese, ecc. riproposero uno stalinismo senza varianti". (...) "Non è dunque vero concludono che nel biennio 1968-69 dominassero idee antiautoritarie, contestatarie, antagoniste, come dicono i tardi biografi di se stessi. Dominò uno strano miscuglio fra pseudobolscevismo operaista degenerato e terzomondismo contadino, lo stesso così ben rappresentato nel libretto rosso di Mao, più adatto alle risaie che al moderno automa industriale tratteggiato da Marx e riscoperto da Panzieri. Le istanze libertarie che passano per tipiche del Sessantotto furono in realtà seguite da un autoritarismo sfacciato, per cui tronfi leaderini caporaleschi si permisero, senza essere presi a calci dai loro seguaci mandati allo sbaraglio, svolazzi teoretici e organizzativi che neppure la immaginosa creatività ideologica e tattica dello stalinismo era riuscita a immaginare in mezzo secolo".
Che dire? Pur riconoscendo loriginalità del "sessantotto" italiano, assai diverso da quello francese o da quello statunitense, sembra difficile immaginarlo senza farlo precedere dal movimento beat e accompagnare dalla contestazione giovanile. Nondimeno, la singolare descrizione che ne fanno i bordighisti può forse aiutarci a capire come mai, nonostante la non completa impreparazione del movimento libertario, furono, almeno inizialmente, i gruppi di tradizione marxista, quando non addirittura stalinista, a rafforzarsi maggiormente nel corso di quellindimenticabile stagione di speranze. Luciano Nicolini |
|