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Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale

Da quando, due anni fa, Cenerentola ha iniziato le sue pubblicazioni, i nostri occhi sono stati costantemente puntati su quanto sta accadendo in Asia. E’ infatti convinzione comune dei redattori che la guerra scatenata in Afghanistan prima, e in Irak poi, non sia una guerra "contro il terrorismo", bensì una guerra il cui scopo è assicurare al governo USA il controllo delle risorse energetiche dell’area e, soprattutto, evitare che ad esse abbia facile accesso la potenza economica che più lo spaventa: la Cina.

Il vertiginoso aumento del prezzo del petrolio, gli imponenti blackout recentemente verificatisi in Estremo Oriente, l’aggravarsi della situazione in Irak, non fanno che confermare i nostri sospetti e aumentare la nostra preoccupazione.

Tutto ciò non deve però farci sottovalutare ciò che sta avvenendo, per così dire, sul fronte occidentale. Se gli anni ’80 sono stati quelli della vittoria del capitalismo, e gli anni ’90, per la maggior parte della popolazione, quelli del crollo di ogni speranza di costruire un’alter-nativa al suo dominio, l’alba del 2000 ha visto nuovamente milioni di persone e, soprattutto, di giovani, scendere nelle piazze per gridare che "un altro mondo è possibile".

E se da un lato è vero che, a quale mondo esse si riferiscano, non è affatto chiaro, dall’altro è evidente che ben pochi continuano a vedere nelle dittature stataliste, che per molti decenni hanno affascinato gran parte dei militanti della sinistra, un’alterna-tiva proponibile.

In Italia, il paese che meglio conosciamo, non solo piccoli gruppi di militanti di estrazione marxista, come i compagni di "Utopia Socialista", si stanno sempre più orientando verso il socialismo libertario; anche il segretario del Partito della Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, e persino Pietro Ingrao, che fu a lungo stalinista, hanno cominciato a definirsi "comunisti libertari", quando non, addirittura, nonviolenti. Almeno a parole, il movimento libertario viene oggi spesso criticato per non essere sufficientemente radicale su quello che è sempre stato il suo cavallo di battaglia: la coerenza tra i fini che si propone e i mezzi impiegati per raggiungerli.

Tranquilli! Non sono così sprovveduto da prender per buone tutte queste dichiarazioni; ma neppure così prevenuto da non dar loro alcuna importanza ...

Anche perchè, al di là delle dichiarazioni dei politici, è la stessa società a spingere in questa direzione: l’individuo, non le masse, e il suo desiderio di autorealizzazione, sono posti al centro dell’attenzione. E se è vero che una pubblicità sempre più martellante tende a collegare tale autorealizzazione al possesso (poi quotidianamente negato) di beni di consumo, è altrettanto vero che, nel mondo occidentale (e nelle aree da esso influenzate culturalmente), hanno sempre meno possibilità di successo le teorie politiche che mettono al centro dell’attenzione la fede, la patria o la famiglia.

Tutto ciò potrebbe portare, e sembra portare, all’affermarsi di una società di egoisti, mossi solo da banali considerazioni opportunistiche. Ma l’"egoismo" non si esprime solo in modo gretto e meschino. E, infatti, sempre più persone, tra coloro che se lo possono permettere (ma non solo tra queste), si impegnano quotidianamente, a prescindere dalle chiese e dai partiti, in iniziative di pace e solidarietà sociale.

La storia non è finita e, in tale contesto, il socialismo libertario ha nuovamente in mano buone carte da giocare.

Luciano Nicolini

 

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Negli Stati Uniti dilaga l’anarchia

Stavamo preparando la pagina 2 di questo numero di Cenerentola, quando abbiamo letto sul "Manifesto"(del 31 agosto) un’intervista che sembra confermare quanto vi è scritto.
Raffaele Laudani, chiede a David Graeber, esponente del Direct action network:

"Hai spesso sottolineato la dimensione anarchica che guida le pratiche dei movimenti statunitensi degli ultimi anni, specie di quelli più radicali. Che rapporto c'è allora tra gli attivisti "anarchici" che partecipano oggi alla giornata di azioni dirette nonviolente e quelli liberal che hanno sfilato domenica al Madison Square Garden?

D. G. : Ovviamente non mancano difficoltà di relazione specie nella scelta degli obiettivi comuni da portare avanti. A me però interessa di più sottolineare gli elementi che li accomunano: democrazia diretta, ricerca del consenso, organizzazione in forma reticolare, decentralizzazione, antiautoritarismo. Questi temi, tipici della tradizione politica anarchica, sono ormai patrimonio comune a tutti i movimenti statunitensi. Potremo dire che oggi il movimento statunitense nel suo complesso può definirsi anarchico.

R. L. : Si tratta però di una definizione di anarchismo dai confini molto ampi ...

D. G. : Sono gli stessi attivisti americani a definirsi anarchici, sebbene dietro questa formula si nascondano prospettive ed obiettivi politici molto diversi tra loro. Tutti sono convinti che la nuova società non possa compiersi con la presa del Palazzo d'Inverno ma solo con lo smantellamento e la delegittimazione dei meccanismi di potere. Questo è il cuore del "movimento dei movimenti", che negli Stati uniti viene definito anarchismo ma che altrove prende anche altri nomi: zapatismo, orizzontalità, autonomismo. Credo si tratti di una vera discontinuità con la tradizione marxista e con la precedente generazione di movimenti. (...)"

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