Barra di navigazione

 

Archeologia della violenza

Archeology of Violence

Pierre Clastres

recensione di Luciano Nicolini

 

Governo Lula

Dall'illusione alla realtà

Osvaldo Coggiola

recensione di Toni Iero

 

Copertina del libro Archeologia della violenza

sei in Cenerentola>archivio>numero41>in libreria

 

Archeologia della violenza

Pierre Clastres

Sul penultimo numero di "Cenerentola", ho recensito la raccolta di saggi di Pierre Clastres intitolata "La società contro lo stato", recentemente ripubblicata da Ombre Corte. E poichè non mi piace far le cose a metà, recensisco questa volta l’altra opera fondamentale di quest’interessante autore: "Archeologia della violenza", uscita in Italia nel 1980 (edita da La Salamandra) e, più recentemente, nel 1998 (da Meltemi).

Si tratta, anche in questo caso, di un libro di piacevole lettura, scritto in modo chiaro, elegante e sintetico. In esso Clastres contesta le opinioni di Leroi-Gourhan e di Lévi-Strauss sull’origine della guerra.

Al primo attribuisce la pretesa di far derivare la guerra dalla caccia. "Per Leroi-Gourhan" – scrive – "la guerra non è nient’altro che la caccia all’uomo" e tale affermazione, almeno posta in questi termini, risulta certamente poco credibile. Infatti "persino presso le tribù cannibali lo scopo della guerra non è mai uccidere i nemici per mangiarli".

Circa Lévi-Strauss, invece, ne riassume il pensiero nella seguente formula: "Gli scambi commerciali rappresentano guerre potenziali pacificamente risolte, e le guerre sono il risultato di transazioni sfortunate". Una formula la cui validità è piuttosto dubbia, almeno sulla base di ciò che si conosce delle "società senza stato", e che sarebbe stata sostenuta dal famoso antropologo solo perchè tener conto della "funzione sociologica della guerra" risultava incompatibile con la sua analisi della società.

"La guerra" – sostiene invece Clastres –"è una struttura della società primitiva e non l’esito accidentale di uno scambio mancato. Ed è simile statuto strutturale della violenza che ritroviamo nel carattere universale della guerra nel mondo dei Selvaggi". Di più: "La società primitiva è il luogo dello stato di guerra permanente". Un’affermazione per molti versi condivisibile che però, fatta da Clastres, secondo il quale le "società senza stato" erano prive di potere coercitivo "tranne che in guerra", finisce col limitare notevolmente il valore delle teorie da lui precedentemente sostenute.

La causa della guerra nelle "società primitive", e del suo non essere mai risolutiva, sarebbe, secondo Clastres, la necessità di mantenere la coesione e la relativa omogeneità del gruppo. La sua assenza, al contrario, porterebbe alla stratificazione sociale e, conseguentemente, alla necessità di uno strumento adatto a mantenerla: lo stato. La persistenza della guerra, in conclusione, dovrebbe essere interpretata come un mezzo per prevenire la formazione delle classi e dello stato.

Esistono, aggiunge, presso alcune di queste società, "gruppi sociali" costituiti da guerrieri: ma il destino di coloro che vi appartengono è morire in combattimento, e questo evita il loro trasformarsi in classe dominante.

Tutto ciò suona molto strano. Se così stessero le cose, si farebbe fatica a spiegarsi per quale motivo, in molte parti del mondo, le "società senza stato" si siano spesso trasformate in società in cui lo stato e le classi sono presenti.

Forse perchè era venuto meno lo "stato di guerra permanente"? Sulla base delle (frammentarie) conoscenze fornite dalla protostoria, la cosa non risulta.

Verrebbe piuttosto da pensare che proprio lo "stato di guerra permanente", sia pure in concomitanza con altri fattori, abbia portato all’istituzionalizzazione di una casta di guerrieri, e che tale istituzionalizzazione le abbia consentito di servirsi della propria posizione per consolidare il potere sulla restante parte della popolazione e sui vinti.

 

Luciano Nicolini

Inizio pagina

Archeology of Violence

 

On the penultimate issue of “Cenerentola”, I have reviewed the collected essays of Pierre Clastres entitled “Society Against the State”, that was recently republished by “Ombre Corte”. As I don’t like to leave things half done, I review this time the other fundamental work of this interesting author: “Archeology of Violence”, gone out in Italy in 1980 (edited by “La Salamandra”) and, more recently, in 1998 (edited by “Meltemi”).

This is also the case of a book pleasant to read, written in a clear, elegant and synthetic way. In this work Clastres contests the opinions of Leroi-Gourhan and of Lévi-Strauss on the origin of war.

To the first one he attributes the idea that war derives from hunting. “For Leroi-Gourhan - he writes - war is nothing but the hunt for the man” and this affirmation, express in these terms, results certainly few believable. In fact “even near cannibal tribes the purpose of the war is never the killing of enemies for feeding”.

Concerning the second one, Clastres reassumes Lévi-Strauss thought in the following formula: “Commercial exchanges represent the pacific solution to potential wars, and wars are the result of unlucky transactions”. The validity of this formula is quite doubtful, if we consider the information we have on “societies without State”. The famous anthropologist would have sustained this idea only because the “sociological function of war” resulted incompatible with his analysis of society.

On the contrary Clastres sustains that “War is a primitive society structure, not the accidental result of a missed exchange. And we find this similar structural statute of violence in the universal character of the savages wars”. But he says something more: “In primitive societies the state of war is permanent”. This affirmation would be agreeable, but it also reduces the value of Clastres theories previously sustained, based on the idea that the “society without state” was deprived of coercive power “except that in war”.

According to Clastres, the cause of war and of its never being decisive in “primitive society” would be the necessity to maintain group cohesion and relative homogeneity. On the contrary, the absence of war would bring to social stratification, and, consequently, to a proper tool for preserving it: the State. In conclusion, war persistence should be interpreted as a way to prevent the formation of classes and state.

There are, he adds, in some of these societies “social groups” composed by warriors, but their destiny is to die in fight, so that they cannot became the dominant class.

Something sounds strange in this theory. In fact, looking from Clastres point of view, it would be very difficult to find the reason why, in a lot of parts of the world, “societies without state” have often become society with state and classes.

Perhaps because “the state of permanent war” come less? No, according to the incomplete protohistory information.

It would come rather to think that a caste of warriors were institutionalized during the “state of permanent war”, even though in presence of other factors, and that the position they consequently obtained allowed them to consolidate their power on population and on defeated people.

 

Luciano Nicolini

(traduzione di Valeria Bellagamba)

 

Inizio pagina

 

Governo Lula.

Dall'illusione alla realtà

Osvaldo Coggiola

Sarebbe opportuno che chi traduce un testo, oltre a conoscere bene le due lingue (quella da cui traduce e quella in cui traduce), avesse qualche competenza sull’argomento oggetto dello scritto. Di traduttori di tale livello, spesso, non è facile disporre (ed è per questo motivo che, detto per inciso, su Cenerentola presentiamo quasi sempre, accanto alle traduzioni, i testi in lingua originale). Di certo non ne disponeva chi ha curato l’edizione italiana di questo libro, la cui lettura è resa ostica (in diversi passaggi, riguardanti tematiche economiche, quasi impossibile) dalla traduzione. Per citare solo alcune esempi: si parte con i bilioni che, in italiano, si dovrebbero chiamare miliardi e, passando per le rimanenze primarie, che ritengo sia l’avanzo primario del bilancio dello Stato, si finisce con gli imprenditori che, nella fantasiosa traduzione, diventano impresari!

Vi sono poi altri aspetti singolari che non saprei a chi imputare: a pagina 56 si sommano, disinvoltamente, 22,8 miliardi di real (la valuta brasiliana) con 43,7 miliardi di dollari USA. Che cosa sia il risultato di questa addizione lo sa solo l’artefice di questa creativa aritmetica! Si arriva anche, a pagina 75, a citare un’improbabile Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Europeo. Ci si riferiva all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (in inglese Oecd: Organization for Economic Co-operation and Development), o all’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (in inglese Osce: Organization for Security and Co-operation in Europe)?

Insomma, il lettore deve mettere in conto di perdere qualche passaggio incomprensibile (quanto a questo, per la verità, non sono del tutto sicuro che la colpa sia solo dei traduttori). Gli arditi che, nonostante tutto, ritengono opportuno inoltrarsi nel libro che cosa troveranno?

Beh, innanzi tutto l’autore. In quarta di copertina vi è un breve elenco delle cariche che ricopre. Però, per avere l’illuminazione definitiva, basta arrivare a pagina 11, dove una lapidaria frase di Trotskj è utilizzata come interpretazione autentica della situazione del Brasile all’inizio del XXI secolo! Una volta trovato il profeta è più facile capire come va il mondo …

Comunque, la tesi sostenuta da Coggiola in questo volume è che il governo Lula si sia allontanato dal programma di difesa delle classi lavoratrici che gli viene invece accreditato dalle sinistre istituzionali (e non solo) di tutto il mondo. A tal fine presenta una notevole serie di dati economici, per la verità non molto ben organizzati e, almeno in parte, vanificati dalla bizzarra traduzione cui accennavo in precedenza. Da questo resoconto emerge la realtà di un governo impegnato a rispettare i dettami del Fondo Monetario Internazionale e, in buona sostanza, succube degli interessi economici degli Stati Uniti e delle classi agiate brasiliane. L’autore accusa il governo Lula di portare avanti una politica economica di stampo liberista, paragonandolo alle esperienze di Soares in Portogallo, Gonzales in Spagna, Blair nel Regno Unito e D’Alema in Italia. Vengono citati a tal proposito il processo di privatizzazione, la riforma previdenziale e, più in generale, la politica nei confronti dei lavoratori che questo governo, in cui diversi esponenti provengono dal mondo imprenditoriale, sta portando avanti.

Una delle proposte centrali avanzate da Coggiola è che, per migliorare le condizioni di vita della maggioranza dei Brasiliani, occorre ristrutturare il debito estero del Brasile (in sostanza interrompere o ridurre il pagamento degli interessi ai possessori di obbligazioni brasiliane) ed utilizzare in campo sociale le risorse oggi impegnate per pagare gli interessi sul debito.

Che dire? Il libro fornisce un quadro complessivo piuttosto esauriente (e sconsolante) sull’attività e sui risultati conseguiti ad oggi dal governo delle sinistre in Brasile. Che la via puramente elettorale e affaristica della sinistra istituzionale generi governi che, paradossalmente, non perseguono gli interessi dei propri elettori è un fenomeno purtroppo ormai ben consolidato. Ma la maggior parte della sinistra, e sembra che l’autore rientri in questo insieme, non sembra in grado di trarne un qualche insegnamento. Non si va oltre la solita accusa di tradimento rivolta, in questo caso, a Lula e ai dirigenti del suo partito.

Sul giornale degli industriali italiani (Il Sole 24 Ore del 24 giugno u.s.) in un articolo, peraltro molto più comprensibile, si legge "… la politica rigorista del vertice economico del Governo, [che] sembra più intento a seguire le direttive del Fondo monetario internazionale che ad affrontare le grandi questioni interne del Paese". Per arrivare poi a concludere: "Tutti elementi che hanno reso impopolare il Governo a tutti i livelli sociali, sia presso gli imprenditori (che puntavano su una miglior redistribuzione del reddito per un rilancio del mercato interno) che nella piccola borghesia, nei contadini e negli emarginati". Forse, come spesso purtroppo accade, i padroni hanno le idee più chiare dei politici di sinistra.

 

Toni Iero

Inizio pagina