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Il declino dell'Italia di Toni Iero |
Le forze politiche nazionali, a conferma del momento di scarsa lucidità che attraversa tutto il Paese, invece di aprire una discussione sugli aspetti centrali di questa crisi, cercano semplicemente di scaricarsi tra loro le responsabilità. Il centro sinistra crede di aver buon gioco dicendo "Ecco, adesso che governa il centro destra, lItalia retrocede nella competizione internazionale". Puntuale e prevedibile la risposta del Polo delle Libertà: "Stiamo pagando lo scotto del malgoverno degli anni passati". Se questo è tutto quello che hanno da dire, il miglior contributo alla riscossa nazionale che potrebbero dare sarebbe quello di tacere! La realtà economica italiana è, invece, piuttosto seria. In passato eravamo un paese con pochi grandi gruppi industriali che però, grazie al decentramento produttivo sulle piccole e medie aziende (e grazie agli aiuti statali), riuscivano a competere sui mercati internazionali. Vi erano anche imprese pubbliche che occupavano posizioni di rilievo mondiale (chi non ricorda lEni di Mattei?). Su questa delicata struttura industriale si è abbattuta la ventata globalizzatrice. E, per onestà intellettuale, bisogna riconoscere che, in Italia, gli anni ruggenti dellespansione economica sono stati governati dalla sinistra. Una sinistra che si proclamava moderna perché privatizzava. Che ambiva ad accreditarsi come forza politica affidabile peggiorando le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori. Citiamo solo alcuni dei brillanti provvedimenti: la riforma delle pensioni del governo Dini (scritta direttamente dai sindacati concertativi), la precarizzazione del lavoro con il via libera alle agenzie di lavoro interinale, la privatizzazione di Enel, Eni, Autostrade, Telecom. Non paga di questo, la sinistra di governo si è sempre più comportata come un comitato daffari: ricordate lappoggio dei Ds di DAlema allacquisizione di Telecom Italia da parte della cordata del ragionier Colanninno? Poi è subentrato il governo Berlusconi, dove convivono sostenitori del decentramento fiscale (Lega Nord) e forze stataliste (An, Udc), tenute insieme da quel nulla propositivo che è Forza Italia. Questi signori, non riuscendo a mettersi daccordo su niente, hanno evitato di prendere qualsiasi serio provvedimento economico. Daltra parte lunica preoccupazione dellattuale governo è la salvaguardia degli interessi del primo ministro, la cui pochezza politica è pari solo allampiezza dei suoi conflitti di interesse (perché la sinistra di governo, quando aveva tutte le opportunità per farlo, non ha approvato una seria legge sul conflitto di interesse?). Il panorama produttivo che si presenta oggi è desolante. Sono praticamente scomparse quasi tutte le grandi realtà produttive ante globalizzazione: Fiat in crisi, Olivetti defunta, Montedison sparita, Alitalia in coma, Pirelli che langue, le acciaierie di Stato ridimensionate e cedute a gruppi esteri, le grandi imprese alimentari italiane in stato fallimentare (Cirio e Parmalat) o controllate da stranieri (Buitoni, Locatelli). Tra i grandi gruppi sono rimasti in piedi, a conferma di quanto dicevamo prima, solo alcune aziende ex statali: Eni, Enel, Telecom. Se il giudizio sulloperato dei governi si deve desumere dai risultati Perché? Quali sono i motivi che rischiano di ridurre lItalia ad un nano economico? I fattori sono tanti, vediamone alcuni. Il credito e la finanza. Le imprese per nascere e svilupparsi hanno bisogno di denaro. Vi sono due modelli di finanziamento dellattività produttiva: quello USA, dove le aziende si procurano i fondi vendendo azioni e obbligazioni in borsa, e quello europeo, dove le imprese prendono il denaro a prestito dalle banche. Naturalmente vi sono molte aziende europee che si quotano in borsa e molte aziende americane che ricevono credito dalle banche. Le implicazioni sono diverse: chi compra azioni spesso vuole risultati immediati, un istituto di credito ragiona invece su tempi più lunghi. Ma, per il momento, tralasciamo questo aspetto, anche se è tuttaltro che secondario. In Italia si è cercato di passare da un sistema basato sul credito bancario ad uno a più alta componente borsistica. Ma questo passaggio è sostanzialmente fallito: la borsa di Milano ha dimensioni insufficienti per fornire fondi necessari al finanziamento delle imprese e, inoltre, nel momento in cui si puntava alla crescita del mercato azionario, è arrivata la grande crisi borsistica internazionale. Daltra parte le banche italiane non hanno nel loro patrimonio culturale il finanziamento di progetti innovativi, dato che chiedono esclusivamente garanzie patrimoniali. Ne deriva che gli istituti di credito erogano prestiti a chi, in definitiva, non ne ha bisogno. Il risultato è che il mondo dellimprenditoria italiana non riceve finanziamenti per sviluppare nuove attività produttive. La stessa classe italiana degli imprenditori e dei dirigenti di azienda non può nascondere le proprie responsabilità. Spesso sono persone con poca fantasia, incapaci di programmare uno sviluppo internazionale delle aziende e più propense a cogliere opportunità speculative ed assistenziali che non a rischiare i propri capitali e il proprio futuro nelle imprese che possiedono o dirigono. Chi credeva che bastasse abbassare il costo del lavoro per rendere competitive le imprese italiane non solo non ha capito che su questo terreno è impossibile competere con la manodopera cinese o indiana, ma ha anche reso meno interessante linvestimento in automazione e in innovazione dei cicli produttivi, lunica via per tenere in piedi un sistema industriale moderno. È singolare notare che, tra questi lungimiranti pensatori, vi siano proprio i sindacati concertativi, che avrebbero dovuto agire in direzione diametralmente opposta! Che il costo del lavoro sia un falso problema è testimoniato dalla Germania che, con un costo del lavoro maggiore di quello italiano, continua ad esportare prodotti di ogni genere in tutto il mondo.Vi è poi la strutturale carenza di investimento in ricerca. Dal dirottamento delle risorse alla scuola privata (scelta "di sinistra"), passando per il tipico precariato dei docenti della scuola pubblica (quelli che non insegnano religione), fino ai concorsi "pilotati" per ricercatori e docenti universitari. Una nazione che non investe sulla formazione è sicura candidata alla retrocessione economica. Del resto, in Italia, il pensiero scientifico è debole, minato alla base dalla mentalità religiosa cattolica e dallideologismo di certa sinistra, che considerava scientifico solo quello che si accordava con il pensiero marxista. Qualcuno potrebbe pensare che il declino economico del nostro paese sia un problema dei padroni. Purtroppo non è così. Un più basso livello produttivo determina un impoverimento complessivo della nazione. Su questo punto non facciamoci illusioni: la decadenza di una nazione viene pagata dalle classi sociali più deboli. I ricchi rimarranno tali. Ci sarebbe bisogno più che mai di un modello sociale e produttivo diverso, in grado di raccogliere e far fruttare le energie e la creatività della popolazione a beneficio di tutti. Purtroppo, oggi, tale sistema non è presente neanche nella testa della maggior parte degli Italiani, che sembra continui a vivere in uno spettacolo televisivo perenne, dove quello che conta è essere famoso (non importa se per la propria idiozia) e dove il denaro arriva senza sforzo rispondendo ai quiz di individui ancora più stupidi delle domande che pongono. |
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