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Venezuela: opinioni a confronto

 

Italia: c'è chi partecipa alle elezioni e chi le vince

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Venezuela: opinioni a confronto

Editorial de "El Libertario", junio-julio 2004

"Contra viento y marea, el vocero de la Comisión de Relaciones Anarquistas de Venezuela nuevamente sale a la calle, para enfrentar al maniqueismo tramposo que hoy abruma la escena político-social de este país y proponiendo alternativas consecuentes de libertad e igualdad en solidaridad.

Con la convocatoria a referenda revocatorios de los mandatos del Presidente de la República y de diversos diputados de la Asamblea Nacional, se abre un lapso electoral - tomando en cuenta sus diferentes momentos - de por lo menos 3 años de duración. Arranca de esta manera un período oscuro para los movimientos sociales de diverso signo del país, nefasto en tanto la electoralización de la crisis sólo legitima las dirigencias de los dos bandos neoliberales (chavismo cupular y oposición mediática) que actualmente se disputan el país. De las tantas consecuencias que esta realidad implica, sólo resaltaremos dos: La agudización del chantaje acrítico y la supeditación de las reivindicaciones concretas a la lógica suprema de la acumulación político-partidista.

Uno de los aciertos de los conserjes del poder de ambas toldas es haber consensuado mediáticamente una polarización política de l@s venezolan@s, maniqueísmo falso en tanto el accionar económico de ambos favorece al capital internacional y se exhibe ante ellos como garantía de gobernabilidad y apego a los cánones de la formalidad democrática. En un discurso vacío de propuestas y contenido, cada sector demoniza al adversario y se presenta a sí mismo como la garantía de valores abstractos - la "revolución" o "la libertad"- promocionados discursiva y emocionalmente a través de sus medios de comunicación. Si entendemos cada conglomerado como un partido, podemos fácilmente constatar cómo cada uno le exige a sus afiliados una incondicionalidad ciega, en la que todos los errores o componendas son siempre achacables a la eterna conspiración de los otros. Los cuestionamientos autocríticos, cuando los hay, se hacen en voz baja; si se ventilan demasiado los propios pares lo silencian con la sentencia "no hay que darle armas al enemigo". Respondiendo con "espíritu de cuerpo", militantes honestos de base se han pervertido al justificar lo injustificable, o en los peores casos, tolerar en su seno los actos que dicen combatir de los otros en aras de la "victoria definitiva". Si cualquier mínima disidencia interna era rápidamente adjetivada de "traición", en los días que se avisoran serán prácticamente autocensuradas desde el inicio.

Las élites políticas de lado y lado necesitan una participación de los suyos a conveniencia. Las agendas de cada movimiento social y su propia autonomía se hipotecan en pos de coyunturas decididas desde arriba. Las movilizaciones y los esfuerzos de cada cual se enfocan en legitimar a su bando como "la mayoría", postergando sus propias reivindicaciones para un momento que nunca llegará: la supuesta "profundización del Proceso" o la pretendida "restauración de la libertad". El movimiento popular ha cedido al chantaje y se ha convertido en un mero apéndice de una estrategia que legitima al Estado y sus mecanismos institucionalizados de participación, repetimos, una participación de piernas muy cortas. Después del aprendizaje experimentado a partir de 1992 - post Caracazo, con un accionar beligerante en ascenso -, desde 1998 los venezolanos somos únicamente convocados para hacer bulto de la comparsa electoral, pegar afiches e inscribir votantes. La autonomía de acción de los colectivos oprimidos - y su propia agenda política - queda relegada a un segundo plano, cuando no explícitamente recuperada o inmovilizada. En este sentido las experiencias castradas de la toma de la Universidad Central de marzo de 2001, de las 9 fábricas "tomadas" por los trabajadores, la llamada "Constituyente petrolera", las ocupaciones de edificaciones urbanas y las asambleas de vecinos deberían aleccionarnos sobre cual camino evitar.

El trabajo inaplazable en el momento actual es profundizar las redes sociales de los de abajo, de los oprimidos y las minorías, prefigurando aquí y ahora las relaciones sociales liberadoras de todas las miserias que nos agobian. Señalar a quienes pretenden convencernos de elegir por lo "menos malo" y postergar nuestros deseos para un hipotético mañana como lo que son: burócratas - o aspirantes a serlo - ávidos de un pedazo del pastel. Revocar un cargo dejando la estructura de dominación intacta es permitir al poder que se reconfigure bajo nuevas formas y perpetuar la miseria, el desempleo, la inseguridad social y la entrega de nuestros salarios y riquezas al capitalismo globalizado, ese que bien representan las dos cúpulas en pugna.

Autogobierno, autonomía y autogestión ¡Ahora!"

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Editoriale di El Libertario (traduzione)

  "Contro vento e marea, il portavoce della Commissione di Relazioni Anarchiche del Venezuela nuovamente scende in strada, per affrontare il manicheismo truffatore che oggi opprime la scena politico-sociale di questo paese e proponendo alternative conseguenti di libertà e uguaglianza in solidarietà.

Con la convocazione dei referendum revocatori dei mandati del Presidente della Repubblica e di diversi deputati dell’Assemblea Nazionale, si apre una tornata elettorale - tenendo in conto i suoi differenti momenti - di per lo meno tre anni di durata. Comincia in questo modo un periodo oscuro per i movimenti sociali di diverso segno del paese, poichè la elettoralizzazione della crisi legittima solo le dirigenze delle due fazioni neoliberiste (chavismo verticista e opposizione mediatica) che attualmente si contendono il paese. Tra le tante conseguenze che questa realtà implica, ne metteremo in risalto solo due: l’accentuazione del ricatto acritico e la subordinazione delle rivendicazioni concrete alla logica suprema dell’accumulazione politico-partitica. Uno dei risultati dei custodi del potere di entrambe le parti è aver ottenuto mediaticamente una polarizzazione politica dei Venezuelani, manicheismo falso poichè l’azione economica di entrambi favorisce il capitale internazionale e si mostra ad esso come garanzia di governabilità e attaccamento ai canoni del formalismo democratico. In un discorso vuoto di proposte e contenuto, ciascuna fazione demonizza l’avversario e si presenta a se stessa come la garanzia di valori astratti - la "rivoluzione" o "la libertà"- promossi discorsivamente ed emozionalmente attraverso i propri mezzi di comunicazione. Se intendiamo ciascun conglomerato come un partito, possiamo facilmente constatare come ciascuno esiga dai suoi affiliati un appoggio incondizionato, nel quale tutti gli errori o compromessi sono sempre attribuibili all’eterna cospirazione degli avversari. Le domande autocritiche, quando si fanno, si fanno a bassa voce; se si ventilano troppo, i propri compari le zittiscono con la frase "non devi dare armi al nemico". Rispondendo con "spirito di corpo", militanti onesti di base si sono ridotti a giustificare l’ingiustificabile, o nei casi peggiori, a tollerare nel proprio seno, in vista della "vittoria definitiva", atti che dicono di combattere negli avversari. Se qualunque minima dissidenza interna era rapidamente tacciata di "tradimento", ora sarà praticamente autocensurata fin dall’inizio.

Le dirigenze politiche delle due parti hanno bisogno di partecipazione. Le agende di ciascun movimento sociale e la loro autonomia vengono ipotecate inseguendo le congiunture decise dall’alto. Le mobilitazioni e gli sforzi di ciascuno sono diretti a legittimare la sua fazione come "la maggioranza", rimandando le proprie rivendicazioni a un momento che mai arriverà: il supposto "approfondimento del processo" o la pretesa "restaurazione della libertà". Il movimento popolare ha ceduto al ricatto e si è convertito in una mera appendice di una strategia che legittima lo Stato e i suoi meccanismi istituzionalizzati di partecipazione; lo ripetiamo, una partecipazione dalle gambe molto corte. Nonostante l’apprendistato sperimentato a partire dal 1992 - dopo Caracazo, con un crescente agire combattivo -, dal 1998 i Venezuelani sono unicamente convocati per far numero alla farsa elettorale, attaccare manifesti e iscrivere votanti. L’autonomia d’azione delle collettività oppresse - e le loro agende politiche - restano relegate in secondo piano, quando non sono esplicitamente recuperate o immobilizzate. In questo senso le esperienze castrate della presa dell’Università Centrale del marzo 2001, delle nove fabbriche "occupate" dai lavoratori, la "Costituente petroliera", le occupazioni di edifici urbani e le assemblee di quartiere dovrebbero istruirci su quale cammino evitare.

Il lavoro improrogabile, nel momento attuale, è approfondire le reti sociali degli oppressi e delle minoranze, prefigurando qui ed ora le relazioni sociali liberatrici da tutte le miserie che ci opprimono. Segnalare coloro che pretendono di convincerci di scegliere il "meno peggio" e rimandare i nostri desideri a un ipotetico domani per quello che sono: burocrati - o aspiranti burocrati – in cerca di una fetta di torta. Lasciare la struttura di dominazione intatta è permettere al potere di riconfigurarsi sotto nuove forme e perpetuare la miseria, la disoccupazione, l’insicurezza sociale e la consegna dei nostri salari e delle nostre ricchezze al capitalismo globalizzato, quello che ben rappresentano i due vertici in lotta.

Autogoverno, autonomia e autogestione. Sùbito!"

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Venezuela: gioco duro o gioco truccato?

In occasione della convocazione del referendum revocatorio del mandato presidenziale, l’edizione di giugno-luglio del periodico venezuelano "El Libertario" pubblica un editoriale in cui gli anarchici esprimono l’avversione al sistema politico del proprio paese.

La disapprovazione anarchica si rivolge ad entrambe le fazioni politiche in lotta: la maggioranza chavista e l’opposizione filo-americana, che detiene il quasi totale monopolio dei mezzi di comunicazione di massa. La posizione anarchica venezuelana contesta l’assetto politico dello Stato, che comporterebbe il non rispetto delle corrette rivendicazioni del popolo, favorendo invece il capitale internazionale, tramite l’installazione di un "manicheismo falso". Il comunicato afferma: "In un discorso vuoto di proposte e contenuti, ogni settore demonizza l’avversario e si presenta come la garanzia di valori astratti – la "rivoluzione" o la "libertà" - promossi discorsivamente ed emozionalmente attraverso i propri mezzi di comunicazione". Questo porterebbe a zittire le autocritiche e a limitare anche le voci di dissenso interne ad entrambe le parti. Gli anarchici venezuelani sostengono che il movimento popolare abbia "ceduto al ricatto", convertendosi in una "mera appendice di una strategia che legittima lo Stato e i suoi meccanismi istituzionali di partecipazione". Il comunicato fa riferimento in questo senso al restringimento dell’ "autonomia d’azione di collettivi oppressi", ricordando l’esperienza della presa della Universidad Central del marzo 2001, di nove fabbriche occupate dai lavoratori, della cosiddetta "Constituyente petrolera", e dell’occupazione di edifici urbani.

Gli anarchici individuano come primo obiettivo l’approfondimento delle reti sociali, degli oppressi e delle minoranze, diffidando di chi sostiene di scegliere il "meno peggio".

Dall’apparizione politica di Hugo Chávez, il 4 febbraio 1992, con un tentativo fallito di golpe, gli anarchici venezuelani, concentrati attorno alla Comisión de Relaciones Anarquistas (CRA), così come il periodico "El Libertario", hanno dissentito dal progetto sociale dell’attuale presidente venezuelano. Hanno preso con forza le distanze anche dall’opposizione democristiana e filoamericana, erede dell’ex presidente Carlos Andrès Pérez, che propone un disegno sociale ulteriormente elitario ed emarginante.

Oggi il Venezuela si trova davanti ad una situazione molto particolare. Il presidente Hugo Chávez salì al potere nel dicembre 1998, con la maggioranza dei voti, sconfiggendo i due principali partiti, Azione Democratica (tradizionale partito di destra) e COPEI (socialdemocrazia cattolica). Appena eletto Chávez convocò un referendum, che ottenne risultato positivo, per la modifica della Costituzione. Fu eletta un’Assemblea Costituente per dar vita alla nuova Costituzione della "Repubblica Bolivariana del Venezuela", approvata da un secondo referendum popolare.

Negli anni che si sono succeduti il governo chavista ha visto più volte insidiare il suo potere da parte dell’opposizione che ha potuto godere dell’aiuto, anche economico, degli Stati Uniti. L’apice delle azioni contro Chávez fu toccato tra l’11 e il 12 aprile 2002, quando l’opposizione, guidata da provocatori addestrati dalla CIA, dalla classe imprenditoriale e dalla forze armate, depose il presidente, insediando al suo posto il capo degli industriali, Pedro Carmona Estanga. In quell’occasione, oltre a quello statunitense, ci fu anche il compiacimento dell’Unione Europea per il nuovo presidente, soprattutto da parte dei rappresentanti del PPE (Partito Popolare Europeo) e del PSE (Partito Socialista Europeo). Ma la carica di Carmona durò solo due giorni, dopodiché Chávez fu riportato al suo posto con l’appoggio del consenso popolare. Ma l’opposizione, che detiene quasi tutte le televisioni e i mezzi di comunicazione venezuelani, ha continuato nella sua opera di disturbo. Nel dicembre dello stesso anno fu scatenato uno sciopero generale, che durò 64 giorni, e che rischiò di mettere in ginocchio il paese. In quell’occasione più volte fu utilizzata la violenza da parte delle autorità e questo scatenò le ire dell’opposizione interna e dei governi esteri. In realtà, a quanto pare, l’adesione di quei giorni non fu poi così capillare, essendo lo sciopero sostenuto principalmente da imprenditori e ceto medio, ma non dalla stragrande maggioranza della componente popolare venezuelana.

Dopo questi tentativi, per tutto il 2003 l’opposizione ha provato a contestare fortemente l’operato del governo che, da parte sua, ha dato vita ad una serie di riforme e leggi, più o meno valide, di notevole cambiamento per un paese come il Venezuela. Ma l’appoggio dei cittadini alle manifestazioni organizzate dai partiti di opposizione è andata via via diminuendo. Il successo della minoranza oggi deriva, invece, dal raggiungimento del necessario numero di firme per indire il referendum revocatorio del mandato presidenziale. Questa misura è una novità prevista dalla nuova Costituzione, che permette la convocazione di un referendum revocatorio di ogni carica parlamentare, a condizione di aver raccolto una quantità di firme corrispondente al 20% della popolazione. Così è avvenuto, dopo lunghe traversie per riconoscere l’autenticità delle firme in questione, e il 15 agosto si terrà il voto. Se il verdetto prevederà la destituzione di Chávez nuove elezioni presidenziali dovrebbero essere convocate entro trenta giorni.

Certamente la figura di Hugo Chávez e le sue riforme politico-economiche possono essere oggetto di diverse critiche, a partire dalla provenienza militare del presidente. La condotta del governo ha visto spesso dominare l’improvvisazione, l’opportunismo partitico e personale, il trionfalismo, rischiando di lasciarsi alle spalle i veri problemi di un paese colmo di differenze sociali. Troppo spesso si è risposto alla violenza con la violenza, che ha portato alla repressione e alla morte di diversi cittadini nelle manifestazioni. La società che si presenta oggi agli occhi dalla popolazione venezuelana, per gran parte analfabeta e vivente in condizioni di indigenza, non è delle migliori. Il sistema politico proprio delle democrazie borghesi permette alle classi dominanti di esercitare pressioni sulla popolazione, che rimane vittima di un sistema di deleghe non in grado, e spesso non interessato, a far fronte alle vere esigenze popolari.

Ma nella realtà latino-americana, storicamente fatta di soprusi e ineguaglianze sociali, che il più delle volte si è dimostrata essere un’appendice sottomessa dell’imperialismo statunitense, la voce che emerge dal Venezuela sembra avere qualcosa di diverso. In un continente come quello europeo, così come in quello dei padroni americani, si avverte la preoccupazione per la costruzione di un’alternativa. E se l’alternativa ottimale non è certo Chávez, comunque le riforme che il nuovo presidente sta portando avanti hanno un’anima coraggiosa e per certi versi rivoluzionaria. Basta pensare alla "ley de tierra", una riforma agraria di grande importanza, così come la legge sulla protezione dell’infanzia, la legge organica dei diritti della donna, la legge per la protezione ambientale, e la riforma dell’istruzione pubblica, provvedimenti che per molti versi rappresentano assolute novità per quella zona del mondo, se si fa l’eccezione di Cuba.

Il messaggio lanciato dagli anarchici venezuelani è chiaro e puntuale. La priorità è combattere lo scontro politico negli schemi della democrazia borghese, per dedicarsi completamente alle esigenze della popolazione, spesso accecata dai meccanismi burocratici che governano le sue mosse. Ma l’attacco imperialistico proveniente dagli Stati Uniti e dai loro seguaci è violentissimo: in quest’ottica la sconfitta di Chávez al referendum del 15 agosto porterebbe probabilmente a una dominazione ancora più forte e schiacciante del capitalismo mondiale.

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Italia: c’è chi partecipa alle elezioni e chi le vince

Mentre i politici continuano a discutere sui risultati delle elezioni, come se vivessero in un paese pienamente sovrano, c’è chi continua a disporre, tranquillamente, del territorio italiano.

Apprendiamo da Alessandro Marescotti (Peacelink, 5/6/ 2004) che, stando a quanto scritto sul New York Times "il comando europeo della Us Navy potrebbe trasferirsi da Londra a Napoli. (...)

L'intero comando europeo della Us Navy è composto da almeno 1500 uomini e - dalla seconda guerra mondiale ad oggi - ha avuto il suo perno operativo nella palazzina vittoriana in North Audley Street a Londra. (...)

Ora il baricentro operativo si sposta a sud. (...)

Al centro ora c'è - in simbiosi con il ridislocamento strategico da Londra a Napoli del comando di tutte le forze navali USA nei mari che bagnano l'Europa - il ruolo della più grande base navale della Nato nel Mediterraneo, cioè Taranto.

Quando a febbraio abbiamo - documenti alla mano - parlato di trasferimento del comando della VI Flotta USA da Gaeta a Taranto, pensavamo ad un ‘alleggerimento di Napoli’, come se Napoli e Gaeta ‘andassero in pensione’. E invece sembra che le cose si dirigano verso esiti che non avevamo previsto: da una prospettiva di ridislocamento a sud delle forze esistenti in Italia si passa ad uno spostamento complessivo verso l'Italia del baricentro militare navale americano. (...)

E veniamo alle ripercussioni sulla base di Taranto, da poco diventata Nato. (...)

La nuova base USA a Taranto dovrebbe sorgere nella zona del porto commerciale, a cinque chilometri di distanza dalla nuovissima base Nato di Chiapparo. (...) Gli USA vorrebbero gestire un'ampia banchina di attracco acquisendone - tramite una banca americana - la disponibilità. La zona è quella del molo polisettoriale, e lì la maggiore profondità non comporta problemi per le portaerei. (...)

Questo rafforza l'idea che tutte le componenti operative (le navi della VI Flotta) presenti a Napoli e Gaeta vadano a Taranto. A Napoli verrebbe traslocato il comando navale Nato di Londra che si unificherebbe con l'HQ Allied Naval Forces Southern Europe già esistente nella città del Vesuvio. (...)

Oltre a Napoli e a Taranto, altro punto nodale è Livorno dove un accordo tra governo italiano e governo USA sancisce il raddoppio del canale di Camp Darby, per dimezzare i tempi di carico delle navi. Altro punto nevralgico è La Maddalena dove è previsto un ampliamento della base dei sommergibili nucleari di Santo Stefano, impiegati anche per l'intelligence. Accordo di potenziamento anche per le strutture di Catania-Sigonella. L'obiettivo è quello di consentire la maggiore mobilità possibile alle truppe e ai mezzi, organizzando in qualsiasi momento ponti aerei verso il Medio Oriente. In questo quadro il nuovo comando Nato di Solbiate Olona, a pochi chilometri da Milano e dall'aeroporto di Malpensa, sarà un punto nevralgico per le future mobilitazioni di rapido intervento delle truppe di terra USA". (...)

L'articolo originale di Alessandro Marescotti è reperibile nel sito www.zmag.org/Italy/index.htm

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