![]() |
|
Ma i Gang sono un fenomeno che va oltre la dimensione musicale: nel naturale percorso di un gruppo rock verso la notorietà, hanno impattato fragorosamente contro ogni tipo di ostacolo (mass media, case discografiche, esponenti politici ) a causa della loro sana mancanza di rispetto nei confronti delle regole della "società dello spettacolo". Ciò li ha tendenzialmente condotti verso i cosiddetti circuiti alternativi, diventando protagonisti di una realtà di cui i mass - media non parlano, ma che è una dimensione molto più vitale. Quella che segue è unintervista improvvisata, tra una canzone e laltra, da Marino Severini (cantante e portavoce del gruppo) e dal pubblico durante il concerto acustico che i Gang hanno tenuto al Circolo "Peace Maker" di Imola il 3 maggio scorso. "Sono molto contento di questi incontri ravvicinati che non mediano con le radio e la stampa. Anche perché chi vuole passare da lì (ad eccezione di alcune riviste musicali specializzate o underground) deve pagare e per noi, per i nostri lavori non paga più nessuno da tempo. Per non parlare poi della TV che per fortuna ci ha cancellati da tanti anni. Meglio sentire direttamente se dallaltra parte ci sono domande, curiosità ". Recentemente è uscito un vostro libro, "Banditi senza tempo" (Selene Edizioni), in cui ogni capitolo è dedicato ad un personaggio narrato nelle vostre canzoni (Chico Mendes, i fratelli Cervi, Nicola Sacco, Ilaria Alpi, Pio La Torre, Padre Pino Puglisi, il subcomandante Marcos ecc...). Come mai questo titolo e perché il libro ha questa struttura? "Ad estrapolare le frasi dai percorsi personali si rischia di fare degli slogan, per questo raccontiamo delle storie di persone. Prendiamo il bandito Pietro Trovarelli: era un renitente alla leva, un disertore. Rappresenta le nostre radici. Nessuno si ricordava più che nella zona di Filottrano erano esistiti dei banditi. Invece abbiamo scoperto che la nostra fu lultima provincia dove lo stato pontificio tolse la ghigliottina, perché cera un fenomeno abbastanza ampio di banditismo rurale. Ai primi dell800 ci fu una grave crisi agraria, molti braccianti e mezzadri vennero espulsi dalle campagne senza essere assorbiti dalle città come mano dopera. Questi restarono agli ingressi del paese e formarono delle frazioni come la nostra, lImbrecciata. Erano gli ultimi della casta sociale. Fecero i lavori peggiori come la raccolta del letame che causava il tifo e la mortalità infantile. Da quei luoghi nacquero i fenomeni di banditismo. Non racconto queste cose con nostalgia, ma per riaffermare le nostre radici. Perché in questo modo riaffermo un percorso, un cammino che si chiama emancipazione. La conquista è stata quella della dignità, ma proprio perché è stata così faticosa noi non possiamo permetterci oggi neanche un passo indietro. La politica ci invita sempre a mediare, ma noi sappiamo che un passo indietro significherebbe automaticamente 100 passi indietro verso le caverne. Una volta rientrati nelle caverne saremmo governati dalla paura e dove regna la paura la prima relazione tra gli uomini è la guerra. Invece qualsiasi strada di emancipazione porta sempre più lontano dalle caverne e dalla guerra. Ecco perché va riaffermata lidentità dei banditi, banditi di una volta e banditi di oggi. La dignità è una conquista e si può perdere, occorre riaffermarla perché perdendo la dignità abbiamo tutto da perdere". Chi sono i banditi oggi, nel 2004? "Io ne incontro ogni sera: sono ventanni che giro per lItalia e ne conosco tanti, altro che la Digos! Tutte le sere trovo delle gran belle persone, dei bei sorrisi e penso che dietro quei sorrisi ci sia un atteggiamento da banditi, di chi non vuole sottostare alla regole, non accetta un passato scritto da altri e nemmeno un futuro già programmato che assomiglia sempre più a Guantanamo. Noi siamo sempre stati accusati di antiamericanismo, ma io dico tutte le sere - e non cè quasi mai un applauso che la mia prima solidarietà va al popolo americano, che mi sembra quello messo peggio di tutti: perché ha rinunciato ad essere quel popolo della frontiera che ci aveva insegnato tante cose (applausi dal pubblico e qualche fischio). Non credo a quel tipo di democrazia, ancora meno a quel piazzista del nostro presidente del consiglio che parla di esportarla come se si trattasse di un nuovo tipo di barbabietola. Questa forma di democrazia è una cosa che si sono inventati personaggi come Tocqueville nei loro salottini... Per noi la democrazia è un'altra cosa, viene dalla Comune di Parigi, dai consigli di fabbrica, dalleconomia del villaggio di Gandhi. Spero allora che tutti, volenti o nolenti, saremo costretti a essere banditi rispetto a quel tipo di futuro che vi vogliono imporre. Il nostro è un libro di storie. Io non ho mai creduto a quello che dice una canzone: la storia siamo noi. A volte siamo riusciti ad entrare fra le crepe di un muro, ad intravedere una luce dallaltra parte, ma sono stati rari momenti. Noi siamo le storie che è il nostro rapporto con la storia. Ecco perché Banditi senza tempo è un libro di storie. Noi cerchiamo di riproporre la figura del cantastorie che è una figura decimata, relegata sempre più ai margini dalla società dello spettacolo. Ma in quello che fate cè solo un impegno civile e politico, un vero desiderio di cambiamento, oppure vi piace giocare? "Io considero quello di fare delle canzoni un mestiere come limbianchino, il muratore: è una cosa utile e se è utile trova un posto, unappartenenza. Incontro le canzoni girando per lItalia, rubandole dalle storie che incontro, dalle emozioni che mi vengono regalate. Tutte le sere trovo una forte esigenza di cambiamento e di conquista di un futuro. Noi abbiamo perso quella che una volta si chiamava egemonia politica e culturale di questo paese, ma non dobbiamo pensare di essere una minoranza, siamo in tantissimi, anzi noi siamo primi in classifica. Non mi riferisco ai Gang, ma a tutti noi: è un po come un mercato clandestino, se le cassette vendute a Napoli entrassero in classifica altro che Eros Ramazzotti! Il problema sta nel trovare qualcosa che ci tenga insieme: manca un sogno comunque, qualcosa che ci restituisca una speranza. Cè un grosso lavoro da fare, ma anche una canzone può servire. Come diceva Patti Smith: la grande spiaggia la puoi fare con dei granelli di sabbia e ognuno porta il suo, poi tanti granelli formano una spiaggia. E in questo lunedì sera che piove e cè la televisione, noi invece ci ritroviamo con il pretesto di incontrare delle canzoni e dei signori come noi a cui piace anche giocare. Io non nego che questo per me sia anche gioco, nel senso che io cerco in giro anche un buon sorriso, perché se cè il sorriso è più facile che ci sia anche il resto". Parlaci dei vostri problemi con le case discografiche. "Quando abbiamo chiuso con la Wea (una delle multinazionali della musica chiamate major) ce ne siamo andati sbattendo la porta, rinunciando alla possibilità di fare almeno un altro disco e a tutti i privilegi che le major assicurano, sapendo già che nessunaltra ci avrebbe più fatto unofferta. Ma anche le cosiddette etichette indipendenti dipendono invece dal grande feudo, che è sempre americano e ti impone scelte, gusti, idee, suoni, concezioni artistiche. E il mercato. Ma la musica dovrebbe essere cultura, non una merce. Noi non gestiamo più i nostri concerti tramite le agenzie, ma abbiamo un rapporto diretto con chi ci vuole contattare. I nostri progetti sono fuori dalle logiche del mercato e da tutte le mediazioni che questo comportava, le direzioni artistiche ecc Cerchiamo volta per volta qualcuno a cui possa andare bene un nostro progetto, come è stato nel caso del CD "Nel tempo e oltre cantando" che abbiamo recentemente fatto insieme a La Macina, un canzoniere marchigiano. Con loro abbiamo ripercorso 200 anni di storia con le canzoni e continuiamo a farlo insieme nei concerti. E bello trovare tante canzoni che resistono così bene nel tempo anche a livello melodico". Marino, raccontaci come andò il 1° maggio del 1991. "Anche noi non siamo senza colpe, perché abbiamo partecipato a quella grande ammucchiata a Roma, credo che fosse la seconda edizione. Il presidente del consiglio Craxi aveva annunciato proprio in quei giorni di voler fare la repubblica presidenziale. Visto che cera loccasione di fare arrivare un messaggio a più persone possibili, leggemmo velocemente un comunicato in diretta su Rete Due, cioè sulla rete privata di Craxi, chiedendo lo sciopero generale per bloccare questo colpo di stato e gli dedicammo una nostra canzone, "Socialdemocrazia". Era presente tutta la banda, Martelli, De Michelis e cera anche un uomo di Craxi alla Rai il quale ci promise che finché lui fosse rimasto in Rai, noi non ci avremmo messo più piede. Adesso lui non cè più e comunque in Rai non ci vogliono lo stesso, ma a noi non ce ne importa niente. Oggi il controllo è molto maggiore rispetto a quei tempi, cè addirittura la differita che io trovo una cosa scandalosa e ridicola". Parlaci di "Materiale Resistente". Era un progetto del 95 dei CSI, che ringrazio perché nacque questo album con tanti gruppi che vi parteciparono: era da parecchio tempo che il mondo musicale non si ricordava della Resistenza, forse perché negli anni 70 cerano tensioni più contingenti. La Resistenza oggi sapete anche voi che cosè: il rituale del 25 aprile con la fanfara e tutte le cariche istituzionali, tutti questi presidenti che ci dicono che il nostro paese ha una memoria condivisa Bugia tremenda! Questo è un paese spaccato e ogni volta che si ritorna alla memoria torna a spaccarsi, perché cè un precedente. Il terreno di scontro più importante, dove il conflitto si apre in maniera drammatica, è proprio quello della memoria. La memoria significa verità e nella verità cè anche la bellezza. Ma perché ci sia bellezza bisogna che ci sia veramente verità. Pochi mesi fa ci hanno detto di nuovo che la strage di Piazza Fontana non è stata colpa di nessuno, ma questo nessun paese che si considera civile può permetterselo. Però a questo punto un sorriso ci vuole, perché dallodio bisogna stare lontanissimi. Io ho parlato con tanti partigiani, anche buttati fuori dallAnpi: nessuno di loro augurerebbe ad un figlio unesperienza come quella che furono costretti ad intraprendere i partigiani a causa delle circostanze storiche. Nella canzone "Duecento giorni a Palermo" sulla vicenda di Pio La Torre (dirigente del PCI ucciso dalla mafia) avete nominato due grossi esponenti del PCI siciliano fra i responsabili dellisolamento in cui si trovò la vittima. E loro vi hanno querelato. Ci avevano chiesto 500 milioni di lire, ma dovremmo cavarcela con molto meno. La cosa è ancora oggetto di trattativa tra i legali, è appena uscita la sentenza di primo grado. Il problema è che dovremo in ogni modo sostenere le spese del processo, circa 17 milioni di lire. E un precedente importante: è la prima volta che vengono condannati due autori di una canzone perché un senatore li ha denunciati, e su cose poi che erano già uscite nei giornali. Ne riparleremo quando questa storia sarà finita e allora faremo anche i nomi di tutti quelli della cosiddetta sinistra che ci hanno lasciato in mezzo a questo letame. Se saremo costretti a pagare vi chiederemo una solidarietà. Perché se qualcuno non lavesse ancora capito, il vero significato del nostro libro è che non bisogna mai lasciare da solo nessuno: da Pio La Torre ad Ilaria Alpi, fino allultimo sfigato". I Gang hanno nel loro futuro molti progetti che ripercorrono ancora la storia italiana: fra i tanti, un album di cover degli anni 70 dal titolo "Calibro 77". Se li volete incontrare guardatevi intorno: sono sempre in giro per lItalia ed è assai probabile che ci sia un loro concerto nei paraggi.
|
|