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Democrazia, sindacalismo,
separazione dei poteri

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Nei mesi scorsi diverse pagine di Cenerentola sono state occupate da un dibattito, tutt’ora in corso su "Lettera di Utopia Socialista", sul tema della democrazia.

Ma non siamo noi e i compagni di "Utopia Socialista", in ambito libertario, gli unici a discutere...

Su "A Rivista Anarchica", ad esempio, è in corso un’interessante dibattito sul sindacalismo. Lo ha aperto, sul numero d’aprile, Andrea Papi, noto ai libertari per la lunga militanza (e ai non libertari per essere stato il primo maestro d’asilo nido in Europa), partendo dalla considerazione che "sembra decaduto in modo definitivo il luogo comune diffuso in ambito sinistrese che la classe operaia, in quanto tale, sia una classe rivoluzionaria, portatrice in sé, per le condizioni sociali ed economiche che è costretta a subire, di una tensione e di un messaggio forieri di emancipazione e di liberazione".

Contrariamente a quanto sarebbe lecito aspettarsi dopo tale premessa, al termine di una lunga analisi, Papi afferma che "ciò che dovrebbero volere e riuscire a fare" i sindacati di base "è innanzitutto un’unificazione ecologica, un’unità cioè rispettosa e fiera delle diversità che la comprendono, avulsa da qualsiasi forma di uniformità ideologica". (...)

"L’azione sindacale – conclude - dovrebbe essere concepita come un’azione volta a rafforzare la solidarietà, la difesa e l’imposizione dei diritti operai, gestita direttamente in prima persona dagli operai stessi. Attraverso un metodo organizzativo libertario, cioè orizzontale e rispettoso delle differenze di qualsiasi tipo, che mira ad instaurare pratiche di uguaglianza e di reciproco riconoscimento delle diversità, dovrebbe servire al contempo ad esercitarsi, secondo una logica della molteplicità delle sperimentazioni, per rendere operante in vari modi possibili l’alternativa di vivere ed organizzare una concreta società liberata e liberante, che finalmente riesca ad emanciparci da tutte le forme di sfruttamento e di sottomissione".

E’ ritornato poi sull’argomento, sul numero di maggio, Cosimo Scarinzi, militante libertario da lunga data nonché coordinatore nazionale della CUB Scuola, "ragionando sull’impegno degli attuali militanti sindacali libertari impegnati in un lavoro quotidiano sovente non facile e in un tentativo problematico di far vivere una dimensione libertaria all’interno di strutture sindacali concentrate in un’attività di difesa immediata dei diritti dei lavoratori". (...)

"La tendenza alla burocratizzazione del sindacalismo, anche di quello che si vuole ‘di base’, ‘alternativo’, ‘indipendente’ – afferma Scarinzi - è decisamente forte. La vera domanda che è bene porsi è se sia vero che, al di fuori di una fase storica rivoluzionaria, ogni organizzazione stabile delle classi subalterne non possa che oscillare fra l’integrazione e l’irrilevanza.

Non ho usato a caso il termine stabile – prosegue - è infatti perfettamente evidente che degli organismi di lotta che si sviluppano su questioni specifiche possono mantenere per qualche tempo una forma organizzativa non burocratica ma il vero problema è la tenuta nel tempo di organizzazioni costituite non da militanti rivoluzionari ma da lavoratori, magari combattivi, ma non disponibili a dedicare il loro tempo all’impegno sindacale e politico e più che disponibili a delegare le funzioni organizzative ad una minoranza di funzionari e militanti". (...)

Dopo aver fatto un’attenta disamina di quello che accade nel mondo del "sindacalismo alternativo", Scarinzi conclude: "Sulla base delle precedenti affermazioni, che potrebbero essere ampiamente documentate, sembrerebbe evidente che i militanti sindacali libertari sono condannati ad un ruolo di coscienza critica all’interno di organizzazioni sostanzialmente burocratiche ed autoritarie.

Se, però, partiamo dalla considerazione che la rete dei militanti sindacali combattivi che anima il sindacalismo alternativo è un interlocutore importante del movimento anarchico e che la burocratizzazione non si combatte con denunce di tono moralistico ma individuando soluzioni diverse ed efficaci qui ed oggi alle esigenze che legittimano la burocrazia, è evidente che si deve iniziare un percorso di riflessione sui punti accennati e quindi sulla capacità nostra di produrre una proposta politica generale capace di interessare e coinvolgere i militanti sindacali, sui modi che si possono trovare per garantire tutela, informazione, formazione senza costruire apparati autoperpetuantesi, sui meccanismi organizzativi che realisticamente possono garantire circolazione dei ruoli e delle responsabilità e decentramento delle decisioni".

Ma, forse per disciplina d’organizzazione, non fa alcun riferimento alle soluzioni fatte proprie dall’Unione Sindacale Italiana, l’organizzazione che più di ogni altra mette in pratica al suo interno i princìpi dell’autogestione.

Non hanno invece generato molta discussione, ed è un peccato, le affermazioni (largamente discutibili) fatte da Massimo La Torre, docente libertario di filosofia del diritto, in una recente intervista rilasciata alla rivista "Una città" (numero di febbraio) circa la "separazione dei poteri" (e delle carriere) e il ruolo dell’avvocato. Affermazioni che hanno, in ogni caso, il merito di affrontare argomenti che non possono rimanere ai margini del dibattito libertario, sia con riferimento all’attualità, sia con riferimento alla progettualità.

La condanna della figura dell’avvocato, dedito alla difesa del cliente, a cui già Platone contrapponeva il filosofo a cui sta a cuore la verità, secondo La Torre, viene superata nel ‘600 quando viene riconosciuta la funzione pubblica dell’avvocato, vero atto di nascita della società civile. Esiste pertanto, a suo parere, la necessità che tutti tre i ruoli, pubblici ministeri, avvocati e giudici, siano distinti e indipendenti.

Sapendo che, tra i nostri lettori, ci sono diversi giuristi, li invitiamo a leggere l’intervista e ad esprimersi su Cenerentola (brevemente, s’intende, e adoperando un linguaggio che anche gli altri possano comprendere).

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