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Povertà e barzellette

di Toni Iero

 

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Inflazione Mon Amour

In questi mesi, senza dare troppo nell’occhio, è avvenuta una piccola rivoluzione copernicana: l’inflazione, la bestia nera dei banchieri centrali, è diventata la manna attesa con trepidazione dai sistemi economici mondiali. Gli economisti fanno il tifo affinché i prezzi comincino ad aumentare.

Il ragionamento è questo: le fasi di recessione, o di stagnazione economica, sono caratterizzate dalla caduta delle attività produttive e dei consumi. In queste condizioni, quando la domanda scende, i prezzi tendono anch’essi a scendere o a stabilizzarsi. Se si comincia a vedere qualche prezzo aumentare vuol dire che, da qualche parte, sta aumentando la domanda. Quindi l’attività economica sta crescendo. Ergo, siamo all’inizio della ripresa.

In effetti, i prezzi delle materie prime sono aumentati, a cominciare da quello del petrolio. Anche le quotazioni borsistiche sono significativamente salite negli ultimi dodici mesi. E questo rende felici numerosi analisti finanziari. Che già prevedono ripresa economica, crescita degli investimenti, aumento dei consumi e, in definitiva, occupazione e benessere per tutti. Insomma, la solita litania che i cantori del potere intonano quando sembra che le cose si stiano mettendo per il meglio.

Beh, non che a noi dispiacerebbe se si manifestasse una fase congiunturale positiva. Anche assumendo inalterata l’attuale iniqua distribuzione dei redditi e delle ricchezze, quando l’economia tira è meglio per tutti. Però …

C’è una ripresa? Dove e perché?

Le economie occidentali hanno arrancato sotto il peso di quasi quattro anni di stagnazione. Adesso ci dicono che le cose vanno meglio. Andiamo a vedere quali sono i motori di questa presunta accelerazione congiunturale, senza dimenticarci una regola elementare: non perdiamo d’occhio i tassi di interesse! Quando l’economia cresce le banche centrali (che vivono perennemente nel terrore dell’inflazione) rialzano i tassi di interesse. Bene, a tutt’oggi, nessuna banca centrale ha provveduto ad alzare i tassi di riferimento, anzi, ci si aspetta che la Banca Centrale Europea intervenga al ribasso (in tal senso ha fatto pressioni, per adesso senza successo, anche il potente governo federale tedesco). Basterebbe questo per indurre qualche dubbio sulla reale portata della ripresa in corso.

Comunque, proviamo ad elencare i fattori che stanno generando attività economica, non sono poi tanti:

- Deficit pubblico americano. Si tratta della ragguardevole cifra di circa 500 miliardi di dollari all’anno. Bush ha buttato sul piatto della bilancia tutto quello che poteva, per rilanciare l’economia: tagli alle tasse (per i più ricchi), aumento delle spese militari (un imponente programma di riarmo e due guerre importanti in corso, Afghanistan e Irak), tassi di interesse ai minimi storici. Più di così è difficile fare.

- Passivo della bilancia commerciale USA. Anch’essa intorno ai 500 miliardi di dollari annui, circa il 5% del Prodotto Industriale Lordo degli Stati Uniti. Si può affermare, senza paura di essere smentiti, che oggi gli USA sono i più grandi debitori della storia economica mondiale e che vivono ben al di sopra delle loro possibilità.

- Crescita delle nazioni asiatiche. L’Asia è senza dubbio la zona planetaria di maggior sviluppo economico, anche grazie al suo rilevante peso demografico. Cina, India, Corea del Sud, Taiwan, Indocina e paesi limitrofi sono i centri emergenti dello sviluppo economico mondiale.

In sostanza abbiamo la maggiore economia mondiale (gli Stati Uniti) drogata da un massiccio intervento pubblico (che dovrebbe fare la felicità dei socialdemocratici, che agognano l’intervento dello Stato nell’economia) e un’importante area continentale (l’Asia orientale) che sta uscendo dal sottosviluppo grazie alle esportazioni, per lo più dirette proprio verso gli USA. È evidente che si tratta di fenomeni in buona parte correlati. Semplificando un po’: gli Stati Uniti sostengono la loro economia indebitandosi e gli Asiatici fanno correre la loro prestando agli USA il denaro che gli Americani usano per comprare le merci asiatiche! Il resto del mondo, in buona sostanza, sta a guardare.

La domanda che sgorga spontanea è: per quanto tempo sarà sostenibile questa situazione? Vi sono già alcuni segnali di rallentamento della crescita cinese, sulla base dei quali gli indici della borsa di Wall Street hanno lasciato sul terreno ben l’1,3% in un solo giorno. La Cina sta rischiando di incorrere in una vera e propria bolla produttiva. Ma questo è un argomento che da solo necessita di una trattazione a parte.

Gli spettatori

Il più importante spettatore delle vicende economiche mondiali è, senza dubbio, l’Unione Europea. Figlia di un progetto realizzato solo a metà, che vede una larvata integrazione economica scontrarsi con la persistente parcellizzazione a livello politico, militare, culturale.

Il segno più evidente dell’attuale marginalità dell’Europa è dato dalle fluttuazioni della sua moneta, l’euro. Nato in pompa magna e celebrato come uno dei muscoli della ritrovata potenza europea, in realtà si è rivelato una moneta succube del dollaro: quando gli Americani vogliono il dollaro forte l’euro si svaluta, quando gli fa comodo un dollaro debole l’euro si rivaluta. La sconsolante e inconfessata realtà è che il valore della moneta unica europea è deciso a Washington!

In questo quadro l’Italia è tornata a recitare il ruolo di Pulcinella, divertente giullare al servizio di padron Cespuglio.

L’introduzione dell’euro si è tradotta in un’occasione in cui commercianti ed esercenti hanno potuto allegramente dare un sugosa tosata ai portafogli dei loro clienti. La tradizionale diffidenza nei confronti della scienza, bagaglio di parte del mondo cattolico, ha avuto buon gioco nell’impedire che si sviluppassero imprese nei settori ad alta tecnologia. Il Bel Paese è così rimasto ancorato a produzioni tradizionali, perdendo quasi tutti i treni dell’innovazione tecnologica. In questo modo, non appena l’euro si è rivalutato rispetto al dollaro, le esportazioni italiane sono state annullate dalle merci prodotte, a costi più competitivi, dai paesi asiatici.

Come se tutto questo non bastasse, la crisi economica e i comportamenti ‘disinvolti’ dei dirigenti di alcune aziende hanno determinato alcuni clamorosi dissesti (Cirio, Parmalat, Giacomelli, Finmatica). Questi, oltre ad azzerare i risparmi di molti piccoli risparmiatori, stanno mettendo in difficoltà diversi grandi gruppi bancari. Queste difficoltà stanno facendo sì che gli istituti di credito abbiano ristretto i cordoni della borsa, riducendo i finanziamenti alle imprese. La minor liquidità che le banche concedono al sistema produttivo determinerà minori investimenti, quindi minor occupazione, quindi minor spesa per consumi e … beh, a questo punto, ricominciate la frase dall’inizio.

Inoltre le richieste degli "alleati" americani (e il delirio di onnipotenza dei politici italiani) hanno fatto sì che l’esercito italiano sia intervenuto in quasi tutto il mondo (Libano, Somalia, prima guerra del Golfo, Timor Est, Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Irak, più altri interventi minori) gravando non poco sul magro bilancio pubblico. In queste condizioni il più ricco degli Italiani, che si prende anche il grasso stipendio di presidente del consiglio, promette di abbassarci le tasse e, allo stesso tempo, di risanare il bilancio dello Stato! Perché stupirsi? Suo fratello, 2004 anni fa, è riuscito a moltiplicare pani e pesci …

E l’opposizione parlamentare cosa fa? Inventa barzellette su Berlusconi. Stiamo diventando più poveri? Sì, però rideremo moltissimo.

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