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 Irak: l’esercito spagnolo se ne va

La guerra infuria in Irak. Il 30 giugno non ci sarà alcun trasferimento di potere reale al popolo iracheno, com’era ovvio fin dall’inizio.

L’idea di un Bush che, come Garibaldi, dopo aver combattuto la tirannia, si ritira a Caprera, è semplicemente ridicola.

Pare che si ritiri invece l’esercito spagnolo, insieme alle truppe dell’Honduras e di Santo Domingo. Speriamo non lo faccia soltanto per trasferirsi in Afghanistan.

Berlusconi esulta: finalmente è chiaro che è l’Italia il più fedele alleato degli USA. E siccome, a differenza di molti altri, ha la buona abitudine di parlare chiaro, lascia capire che, per tutto questo, potrà essere lautamente ricompensata.

Il guaio è che ciò che dice, probabilmente, è vero. Fare la parte dei fedeli alleati, nel breve termine, può anche pagare. Certo, c’è il forte rischio che la popolazione italiana debba subire disastrosi attentati come quelli recentemente verificatisi a Madrid; ma le ricadute sulla sua economia, nel breve termine, potrebbero anche essere positive. E, in questo caso, opporsi alla prosecuzione della guerra potrebbe diventare sempre più difficile. Meglio muoversi prima che sia troppo tardi.

Il governo statunitense, intanto, per non perdere l’abitudine, minaccia la Persia e la Siria. Con quale pretesto? Nascondono "armi di distruzione di massa". Ovviamente.

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Dividi e comanda

Pochi giorni fa, nel corso di un dibattito televisivo, esponenti del governo italiano, per giustificare la permanenza delle truppe d’occupazione, sostenevano che "esportare la democrazia", in un paese in cui la popolazione si identifica su base etnica e religiosa, e non su base politica, è un processo lungo e difficile.

Apprendiamo da un articolo di Fabio Alberti di "Un ponte per...", pubblicato su "Guerra e pace" di aprile, che in Irak, dopo l’occupazione delle truppe della cosiddetta coalizione, "tutte le strutture rappresentative nominate dall’alto, dagli USA, sono state decise sulla base di rappresentanze religiose ed etniche. Il Governing Council è composto da sciiti,

sunniti, cristiani e kurdi, differenze che in quel paese già esistevano; ma si è introdotto e forzato un sistema che sta inducendo l’insieme della società irachena ad autorappresentarsi attraverso questo tipo di divisione. Ad esempio, il rappresentante del Partito comunista iracheno che è nel Governing Council non vi è come comunista ma come sciita.

È evidente che se uno per essere rappresentato deve classificarsi dentro questo tipo di divisione si ha come effetto un rafforzamento dei poteri, in particolare dei poteri religiosi, e si ha una radicalizzazione del senso di appartenenza e una spinta alla frammentazione della società.

Noi che lavoriamo da molti anni in Irak, fino allo scorso anno non sapevamo se il personale con cui lavoravamo era sciita o sunnita, nel senso che nessuno lo diceva, né lo si chiedeva. Oggi io conosco l’appartenenza religiosa di tutto il personale che lavora per ‘Un ponte per…’ a Bassora, nel senso che oggi te lo dicono, se glielo chiedi, mentre fino a un anno fa nessuno ti rispondeva su questo".

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 USA, Cina e Arabia Saudita unite nella lotta

Nei giorni scorsi il governo degli Stati Uniti d’America, quello cinese e quello dell’Arabia Saudita si sono trovati uniti nel tentare di contrastare, all’interno della Commissione ONU per i diritti umani, una risoluzione contro la pena di morte proposta dai paesi dell’Unione Europea.

Il "paese della libertà", quello "comunista" e "la culla del fondamentalismo religioso" hanno mostrato, ancora una volta, la loro vera faccia.

La risoluzione è stata comunque approvata, con ventinove voti favorevoli, diciannove contrari e cinque astenuti.

Ci auguriamo che possano beneficiarne, quando cadranno in disgrazia, anche i governanti dei suddetti paesi.

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