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   Guerra e pace: il punto della situazione

 

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E ’ da un bel pezzo che, nel riferire sulla guerra che si sta combattendo in Asia, abbiamo rinunciato a fare, come si usa dire, il punto della situazione. Negli ultimi numeri di Cenerentola ci siamo limitati a commentare quelle informazioni che la grande stampa non censura ma, oculatamente, evita di sottolineare. La situazione, del resto, è talmente intricata da scoraggiare i più cauti tentativi di sintesi.

Ogni tanto, però, bisogna pure provare a raccapezzarsi...

Una cosa sembra ormai certa: le invasioni dell’Afghanistan e dell’Irak da parte delle truppe della "coalizione", lungi dal costituire una risposta agli attentati dell’11 settembre 2001, erano state preparate da tempo. Lo hanno affermato in molti; e lo stanno confermando, praticamente, anche coloro che, giorno dopo giorno, vengono ascoltati dalla commissione d’inchiesta creata negli USA per indagare sull’operato del governo repubblicano.

E’ lecito domandarsi se tali invasioni servano soltanto a ribadire il controllo statunitense sulle fonti energetiche dell’area, o se invece rappresentino la prima mossa di una strategia finalizzata al contenimento della crescente potenza cinese. Difficile rispondere ma, alla luce del documento intitolato Rebuilding America’s Defenses, scritto nel 2000 (e commentato su Cenerentola n.18), la risposta giusta sembra essere la seconda.

"Il duce vuol dichiarare guerra agli Stati Uniti d’America!" - pare abbia esclamato, incredulo, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Galeazzo Ciano – "Ma, ha mai visto l’elenco telefonico di New York?"

Mi torna in mente questo aneddoto perchè, in effetti, anche l’idea di muover guerra alla Cina, a prima vista, sembra pazzesca. Ma i pazzi, tra i potenti, sono più numerosi di quanto non si pensi. Speriamo che la tragedia che si sta svolgendo in Afghanistan e in Irak serva almeno a far riflettere chi coltiva, senza nemmeno nasconderla troppo, quest’intenzione; a far capire cioè che la supremazia tecnologica non basta per vincere le guerre.

Sì, perchè in Afghanistan e, soprattutto, in Irak, gli Statunitensi e i loro alleati si sono già impantanati. Non solo i seguaci di Saddam Hussein continuano a dar loro del filo da torcere; non solo i sunniti, ma anche gli sciiti e, entro certi limiti, i ribelli curdi.

Insieme all’esercito statunitense, si è impantanato anche l’esercito italiano che, dopo aver avuto i primi caduti a Nassiriya, si è reso responsabile, in un contesto ancora non del tutto chiaro, della morte di quindici persone (tra le quali donne e bambini). La situazione peggiora di giorno in giorno; e non è da escludere che possano verificarsi in Italia attentati come quelli che, un mese fa, si sono verificati a Madrid.

Il movimento contro la guerra, dopo le grandi manifestazioni del 20 marzo, risultate particolarmente imponenti in Italia e in Spagna, sembra tirare il fiato. E la cosiddetta "sinistra" istituzionale ne approfitta per riprendere a balbettare senza costrutto. In Italia comunque, il 25 Aprile, anniversario della Liberazione, molti scenderanno nuovamente in piazza per la pace. A maggior ragione occorrerebbe farlo il Primo Maggio.

Nel frattempo, chi si oppone con decisione alla guerra viene criminalizzato. Ogni tanto qualche bomba, per ora fortunatamente poco potente, viene attribuita agli anarchici.

Niente di nuovo sotto il sole. Chi si oppone all’impero, da sempre, viene criminalizzato.

I primi cristiani erano accusati di mangiare i bambini e incendiare interi quartieri; gli anarchici, più modestamente, sono accusati di intossicare l’acqua minerale e incendiare i cassonetti della spazzatura.

Nessuno può escludere tra gli anarchici, come tra i primi cristiani, la presenza di piromani. Ma, ovviamente, non è questo il vero motivo della criminalizzazione.

Gli antimilitaristi non sono i soli ad essere disturbati: nei giorni scorsi il ministero degli interni ha fatto effettuare una grande retata di musulmani. Sono stati controllati tutti coloro che erano stati assolti in precedenti processi: una curiosa (e pericolosa) interpretazione dello "stato di diritto".

Luciano Nicolini

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