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La "natura umana" della questione

di Giovanni Pacini

A Luciano Nicolini

di Claudio Guidi

sei in Cenerentola>archivio>numero35>per il dibattito

Prosegue il dibattito sulla "democrazia". Gli interventi precedenti sono stati pubblicati sui numeri 28, 30, 32, 33 e 34 di Cenerentola.

La "natura umana" della questione

Un libro come Democrazia. Un orizzonte insuperabile? ha una sua storia non solo per quanto riguarda la sua genesi. La ha anche verso il futuro, per il suo carattere e per quello della ricerca di cui è protagonista il suo autore. Ciò è vero in relazione ai temi che tratta, a come li tratta, all’impatto che ha avuto e ha e alle reazioni che ha suscitato. Ho avuto la possibilità di partecipare ad alcune presentazioni così come di discutere dei contenuti del libro in ambiti anche molto diversi con persone di orientamenti e formazione differenti e mi ha colpito il tipo di riflessioni, di sorprese positive o di spaesamento, di interrogativi o di confluenze espressisi. Le reazioni non mi sembrano affatto causali e, come più di un intervento del dibattito ha già sottolineato, sono parte degli stessi contenuti trattati. A cominciare dalla questione della natura umana per come viene recepita nelle "sinistre" o, se si vuole, dalla "questione umana" delle sinistre.

Già Sara Morace, in Utopia socialista n°7, aveva parlato dello scandalo costituito dal "prendere le mosse dalla specie umana". Lo scandalo, che non è necessariamente in con-traddizione con l’interesse, la curiosità e l’attrazione, anzi li attraversa, in qualche modo si moltiplica con Democrazia. La natura umana è assunta come chiave di comprensione, interpretazione e di critica della democrazia, della politica e del dominio sistemico e al tempo stesso come punto di partenza del progetto e dell’invenzione dell’alternativa.

Un tratto consolidato e unificante di tante visioni della modernità e delle loro propaggini decadenti nella contemporaneità, e che sicuramente accomuna le culture dominanti e quelle delle opposizioni sistemiche, è una sostanziale immutabilità della natura umana. Anche quando la si vede cangiante, come nel caso del marxismo, si addebita tale mutevolezza a ragioni storico-so-ciali. "Non esiste natura umana al di là della società e della storia", recita una nota filastrocca materialista, sorvolando sul fatto elementare che non esistono storia e società umane se non grazie alle specialissime caratteristiche degli esseri umani. La fissità della natura umana è un luogo comune delle scienze umane (se fosse diversamente perderebbero la loro patente di scien-tificità e dovrebbero ripensarsi integralmente), è un luogo co-mune degli apparati politici e dei loro codazzi (attrezzati appunto alla manipolazione di "oggetti sociali") ma purtroppo è una presenza ingombrante anche nella coscienza delle grandi maggioranze e di chi anela la liberazione. La chiusura del cerchio è che la riflessione sulle proprie caratteristiche come specie è inutile o peggio demoralizzante. Anche questo ha a che fare col "to-talitarismo di pensiero" tipico della democrazia su cui torna Vincenzo Sommella. La "via di fuga" nelle "condizioni oggettive", che prospetterebbero prossimi "assalti al cielo", si rivela sempre più una chimera perché non esistono condizioni oggettive scevre dal caos di coscienza, identità, cultura e prospettive che vivono le persone in questo incrocio della vicenda umana. Anche per questo, a sinistra, si cade nel minimalismo più trito, nell’ab-bandono dell’impegno o addirittura nel sostegno a ipotesi reazionarie in nome della resistenza all’Impero (vedi Iraq).

Al fondo, c’è una mancanza di immaginazione antropologica proprio quando essa e perché essa è più che mai drammaticamente necessaria per il pun-to a cui è giunta la specie umana, per le sue condizioni e speranze di vita sul pianeta, per la sua situazione coscienziale, ma anche per le esigenze che confusamente esprimono parti di essa.

In questo contesto riflettere sulla natura umana significa inseparabilmente riflettere sulle scelte e le prospettive di ciascuno di noi. Una delle chiavi di lettura delle vorticose trasformazioni in atto e dell’in-certezza globale del nostro tempo è proprio che la specie umana non è, per sua essenza, schiava dei contesti sociali, culturali e istituzionali. Siamo una specie aperta, capace di autodefinirsi, perché caratterizzata dalla coscienza, e capace di scegliere la propria storia e dimensione sociale. Lo abbiamo fatto sempre nel bene e nel male; e lo abbiamo fatto e lo facciamo male quando pensiamo che sia qualcosa di determinato inevitabilmente dal di fuori di noi, indipendente dalla nostra volontà e dalla nostra scelta.

Anche questo è un fatto dipendente dalla coscienza. Ci tornava Claudio Guidi: la politica non è, come vuole anche il senso comune, soprattutto occidentale, una dimensione ineliminabile delle società umane, il luogo, separato ed alienato, inevitabilmente necessario alla gestione del bene comune. Quindi di un bene comune obbligatoriamente statalizzato ("pubblico") e, come male minore, in veste "democratica". La crisi del sistema, della politica e della democrazia che in esso hanno trovato un loro coronamento, così come la tensione al conformarsi di una società mondiale, non costituiscono di per sé una risposta positiva, però hanno un significato umano profondo al riguardo proprio perché sono impregnate e sospinte dai sogni e dalle speranze non meno che dalle paure ed angosce di tantissimi esseri umani. Speranze ed angosce che in modo diverso testimoniano l’insof-ferenza verso modi di vivere, appunto dominati dallo Stato, dalla politica, quindi dall’or-ganizzazione sociale, economica e culturale coatta, che, a un certo punto della vicenda della specie, si sono affermati schiacciandola.

Un ulteriore elemento in questo senso è costituito, come si tratta nello stesso libro, dai percorsi storici e dalle modalità con cui le diverse aree del Pianeta hanno vissuto que-st’affermazione del potere sta-tale e capitalista e della sua forma democratica e soprattutto questo libro ci sollecita sulle nostre scelte, su chi e come vogliamo essere, sulla definizione della nostra vita e del nostro impegno soprattutto dal vissuto che tale affermazione ha suscitato. Leggendo e discutendo Democrazia insieme a fratelli e compagni immigrati era lampante il senso di estraneità, e, anche qualora ci siano delle illusioni, esse non si riferiscono generalmente alla democrazia realmente esistente quanto a radicate e scottanti aspettative di giustizia sociale e di libertà. La coscienza, l’essere la specie umana una specie costantemente in definizione e autodefinizione, capace di scegliere e scegliersi su tutti i piani, quindi una specie intrinsecamente attraversata da tensioni e alternative etiche, di valori e fini, è una delle grandi chance e delle ragioni (positivamente) problematiche di questo libro. Perché ci sollecita sulle nostre scelte, su chi e come vogliamo essere, sulla definizione della nostra vita e del nostro impegno senza le tristi giustificazioni fornite da oggettivismi e determinismi di vario tipo e con la libertà propria del nostro essere umani. La scelta (e la responsabilità) è alla radice del nostro essere e della nostra possibilità di essere migliori. Quindi anche della nostra possibilità di superare le meschinità, che costituiscono il ricostituente quotidiano e diffuso della politica in crisi e la mortificazione della socialità umana, e di sviluppare coscientemente l’aspirazione comunitaria che la politica usurpa. A tal fine c’è bisogno pure di regole, non come garanzia esterna o limite oggettivo, ma come misura interna, consapevole e scelta, dello sviluppo pacifico, benevolo, creativo, espansivo, solidale e cooperativo, quindi rivoluzionario, libertario e socialista dell’associazione delle persone. A tal fine, e radicalmente sottomesse alla dimensione coscienziale e sociale (perciò mutevoli), ci sarà bisogno anche di un minimo di istituzioni "leggere" senza dimenticare che, sin da ora, c’è bisogno di organizzare complessivamente questo impegno, di incrementarlo e diffonderlo, di proporlo e costruirlo dal punto di vista teorico e culturale, dell’opera e attività quotidiana, dell’esem-pio collettivo e individuale.

Penso quindi all’importanza cruciale della costruzione delle organizzazioni socialiste come inizio quotidiano di una nuova società positivamente e coscientemente rivoluzionata e come sperimentazione comune di un nuovo modo di vivere ed essere.

Giovanni Pacini

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A Luciano Nicolini

Caro Luciano, dialogare può anche essere complicato, pesano certamente abitudini e scontatezze che rischiano di sostituirsi o mettere in secondo piano un confronto di merito più autentico. Al contrario cercare di conquistarci la riflessione, il tempo e le forme del dialogo, possono essere un modo per superare positivamente queste abitudini. È ciò che abbiamo cercato di operare aprendo il dibattito su Democrazia. Un orizzonte insuperabile? recependo lo stimolo che ci è venuto indirettamente dalla tua recensione su Cenerentola. Intervento con cui, a partire da Dario Renzi, chi è intervenuto ha cercato di misurarsi, come con gli altri contributi, nel merito delle idee e riflessioni proposte. In questo senso e per valorizzare questo inizio di dibattito penso sia utile accompagnare la pubblicazione di questo tuo terzo intervento (ndr: quello pubblicato su Cenerentola n.33) precisando in primo luogo che non siamo stati noi – mi arrogo il privilegio di poter esprimere un plurale e di aggiungervi le riflessioni proposte da Sara Dal Fiume e Juan Bolívar – destinatari del tuo ultimo intervento, a porre la questione della "democrazia radicale", le rispettive riflessioni nel merito si possono rileggere ed eventualmente precisare. Ma la cosa che più mi preme sottolineare riguarda l’esigenza di affermare un metodo di confronto che affronti il merito ovviamente complesso della questione in discussione sfuggendo ad abitudini irrispettose o patronimiche imperanti. Ritengo che tu non faccia i conti a sufficienza nel merito soprattutto con la riflessione di Vincenzo, che propone un punto di vista non metastorico sulla democrazia moderna e contemporanea, collocandola come una forma politica totalitaria inaugurata dalla borghesia diversa da altre. Mi parrebbe interessante discutere ad esempio, come fa Vincenzo, come si colloca questa forma dal punto di vista della società rispetto ad altre forme politiche, come quella dispotica, dove il rapporto di dominio sulla società – sempre naturalmente di dominio si tratta e sempre ad opera di minoranze privilegiate, violente e oppressive – si dava in una forma diversa, più esplicita, semplice e trasparente, diretta e perciò riconoscibile e meno "interiorizzata", totalizzante e totalitaria. Che questo sia un affermazione da "lasciare a dei militanti della destra" mi pare non solo irrispettoso ma ci priva della possibilità di discutere nel merito e rischia come minimo anche di rilanciare un valore "progressivo" del dominio democratico su cui si sono fatte forza in particolare le classi dominanti. Nessuno di noi è parte di queste ultime, ma questo non elimina il fatto che l’ideologia democratica e progressista abbia avuto e abbia un peso molto forte non solo nella società ma anche tra le correnti rivoluzionarie e che discuterne sia utile in primo luogo per noi. Perciò ritengo sbagliato nel metodo e nel merito affrontare la discussione semplificando e banalizzando, mettendo "libertà individuale" e l’"essere schiavi" nello stesso sacco. D’altra parte che sia necessario continuare a discutere per capirsi mi pare ancora più utile e necessario, perché una maggiore attenzione ai contenuti propri che la corrente Utopia socialista sta elaborando non ti avrebbe certo portato a sostenere che abbiamo "fatto nostra" una visione della politica e del suo superamento del tipo di quella che proponi come anarchica. La realtà è che stiamo cercando, Dario Renzi in primo luogo, di affrontare irrisolti più di fondo dal punto di vista della ricerca dell’autoemancipazione che né il pensiero marxista e neppure quello anarchico finora hanno affrontato.

 

Claudio Guidi

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