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Telelavoro

Come un'araba fenice, ad intervalli regolari ritorna il tema del telelavoro, presentato per lo più come una sorta di rimedio universale per tutti i guai che accompagnano il lavoro, soprattutto nelle grandi metropoli contemporanee. Il telelavoro, a seconda dei casi, viene indicato come la soluzione finale di problemi quali il traffico, lo stress provocato dall'allungamento degli orari di spostamento, la crisi delle relazioni famigliari, provocata dalla ripetuta assenza dalla casa comune di coniugi sempre più impegnati in lavori e soprattutto luoghi diversi, la difficoltà ad avere cura di sé, nei tempi ristretti lasciati liberi dal lavoro e dal suo contorno, lo spazio crescente che i tempi di lavoro stanno prendendo rispetto ai tempi della vita. Certamente, il telelavoro risponde a diverse delle regole, che stanno alla base delle attuali linee di ristrutturazione post industriale del lavoro: innanzitutto la famosa flessibilità, sicuramente un lavoratore che operi dalla propria abitazione, offre il massimo della flessibilità di orario, potendo lavorare letteralmente in qualsiasi parte della giornata. In secondo luogo, l’ottimizzazione delle strutture, raggiunta decentrando l'ufficio nella casa degli impiegati, creando un ufficio distribuito sul territorio, gentilmente ospitato nelle abitazioni degli stessi lavoratori. Inoltre, e non ultimo punto, il collegamento con la struttura telematica, motore delle de-localizzazioni produttive tipiche della fase post industriale, ed inoltre grande mito di questo volger di secolo. Anche per il lavoratore, i vantaggi non sono comunque pochi: sicuramente i tempi necessari per raggiungere il lavoro, e soprattutto le condizioni di trasporto grazie alle quali lo si raggiunge, nuocciono moltissimo alla qualità della vita, soprattutto nelle grandi città. Poi si pensi alle relazioni sociali: se, come dicono molte statistiche, la seduzione alberga ormai soprattutto nei luoghi di lavoro, sia per le relazioni ufficiali, sia per quelle ufficiose, sia, ancora di più, per quelle sostitutive; sarà l'irresistibile fascino della scrivania, della cornice di schermi video, fax, timbri e carte che danno un irresistibile fascino afrodisiaco ai luoghi di lavoro, oppure sarà che ormai le persone con cui tutti noi passiamo la maggior parte del nostro tempo, sono proprio i colleghi di lavoro, quindi anche solo per un mero fatto di probabilità statistica, è qui più che altrove che possiamo trovare la nostra anima gemella? (statistiche francesi riferiscono che se il 12% dei matrimoni avviene tra colleghi, per quanto riguarda le seconde nozze, il dato sale al 30%).

Per cui, poter stare un po' di più a casa propria, con la propria famiglia, oppure poter avere più tempo da utilizzare fuori dai sentieri obbligati del lavoro, in attività sociali e socievoli, non sarebbe poi tanto male.

Sembra quindi proprio la soluzione di tutti mali, ma guardando questa soluzione un po' più da vicino, siamo costretti a vedere, come sempre, anche qualche lato non proprio desiderabile, almeno ai nostri occhi.

Diciamo subito, che il telelavoro aumenta e rende, in qualche modo, permanenti alcune delle principali modifiche, anche sul piano politico oltre che sociale, che segnano la differenza tra il modello di società fondato sull'industria e questo nuovo modello basato sui servizi e sulla comunicazione. Infatti, lo stesso concetto di telelavoro, sarebbe stato del tutto impensabile in una società di tipo industriale, in cui l’unità di spazio fra le varie componenti del ciclo produttivo, era essenziale ed indispensabile. Notiamo subito, che proprio questa necessaria unità, ha costruito quelli che sono i soggetti politici e sociali, tipici della società industriale, e ci riferiamo ai movimenti collettivi dei lavoratori, sindacati e partiti politici. È stata proprio la concentrazione spaziale dei lavoratori nella manifattura, a stimolare e rendere possibile la nascita e la crescita delle organizzazioni politiche e sindacali di massa, che ancora oggi conosciamo, e che ancora oggi svolgono un’essenziale funzione di difesa e mediazione sociale. Naturalmente, venendo meno la contiguità fisica, la condivisione di spazi, condizioni lavorative e ritmi temporali, anche la percezione di una sostanziale unitarietà, ed ancora di più, la possibilità materiale, per i tele lavoratori, di darsi forme organizzative autonome, viene eliminata alla radice.

Viene meno uno degli aspetti forse più importanti per l'autodifesa del lavoratore: la sua presenza effettiva, fisica, sul luogo di lavoro. Infatti, se sostituiamo all'accattivante termine "telelavoro", il più concreto termine "lavoro a domicilio", ecco che il quadro improvvisamente si chiarisce e si concreta. Siamo tutti concordi nell'individuare nel lavoro a domicilio una delle forme più deboli e meno garantite d’occupazione; nel lavoro a distanza cambia, in effetti, soltanto il vettore, che essendo elettronico permette il trasferimento immediato e diretto del prodotto lavorato, dalla casa del lavoratore alla sede produttiva. Volendo essere proprio pignoli, potremmo dire che questo indebolisce ancora di più il lavoratore, poiché il prodotto del suo lavoro è comunque sempre fisicamente distante da lui, e può essere facilmente reso inaccessibile, chiudendo la linea di comunicazione. Infatti, per liberarsi di un lavoratore a domicilio o di un tele lavoratore, può essere semplicemente necessario modificare o annullare la sua password di ingresso, a quel punto la distanza prima colmata dal medium comunicativo, può diventare un vallo insuperabile, che isola ed emargina definitivamente il lavoratore "sganciato" dalla rete produttiva aziendale. E per finire, due parole sugli orari di lavoro. É risaputo che nel lavoro a domicilio non esistono orari, ed i tempi di lavoro tendono ad espandersi, configurandosi spesso come una sorta di lavoro a cottimo. Inoltre, nel lavoro a domicilio, nessuno potrà garantirci che non vengano utilizzati, magari da genitori super impegnati, anche bambini o minorenni per "aiutare" il genitore in difficoltà. Una volta che il lavoro entra tra le mura domestiche, è molto naturale che assuma anche i ritmi, ed i ruoli tipici dei lavori domestici, in cui la collaborazione tra genitori e figli è regola costante e del tutto normale. Ancora una volta, si tratta di una soluzione che può essere ottima per chi ha una forza contrattuale autonoma, per chi si configura più come un consulente che come un dipendente. Altrimenti, molto probabilmente, si tratta di una soluzione che offre sicuramente molti vantaggi, ma vantaggi che posso essere pagati molto cari dal lavoratore.

Ben diverse invece, soluzioni come il part - time o il lavoro condiviso, in cui il collegamento fisico, ed il "posto" concreto del lavoratore nell'azienda non scompaiono.

Naturalmente, che la presenza fisica del lavoratore nel posto di lavoro, e nell'azienda per cui lavora, sia necessario fondamento della sua forza contrattuale, è un’opinione che si appoggia su ciò che è stato finora. Possiamo immaginare agevolmente uno scenario in cui i lavoratori stanno nelle loro case, e si collegano con una o più aziende, cui vendono in maniera molto flessibile il proprio lavoro; naturalmente la loro forza contrattuale sarà legata alla loro specializzazione, e comunque sarà molto difficile immaginarli come lavoratori dipendenti nel senso che attualmente diamo a questo termine. Si tratta di uno scenario molto più famigliare ai lavoratori autonomi, ed in questo senso già ben all'interno di quei problemi sin qui individuati per il telelavoro, problemi però che per il lavoratore autonomo sussistono comunque. Del resto se è vero che tutto il terziario, soprattutto quello legato alla comunicazione, si sta evolvendo in modo tale da trasformare sempre di più i rapporti di lavoro continuativi e dipendenti in rapporti di lavoro, almeno formalmente, autonomi ed occasionali, sicuramente il telelavoro è una delle logiche conseguenze di questo processo. Che poi sia una conseguenza senza ombre è tutto un altro affare. Ma la diffusione pare proceda in modo veloce, se nel 1997 i tele lavoratori erano 250.000, un paio di anni dopo erano già saliti a 726.000. Con potenziali di crescita ancora maggiori, se pensiamo che l’Italia con la Francia e la Spagna presentano il tasso minore di telelavoratori (dal 3 al 3,6%), mentre nazioni come Germania ed Inghilterra veleggiano verso il 7% e la ex lega anseatica ha già superato il 10% (dati aggiornati al 1999, raccolti da varie fonti internet).

Possiamo immaginare che una larga parte di questa massiccia disponibilità, potrà essere resa effettiva proprio all'interno di quei comparti produttivi, per cui il trattamento informatico e telematico del prodotto è già una cosa abituale come ad esempio il sistema bancario o assicurativo. Non è quindi così strano e distante, come potrebbe sembrare, cominciare ad interrogarsi su queste nuove linee di rottura del modello occupazionale ereditato dal lavoro industriale, sia per pensarne di alternativi, come il part – time o il lavoro condiviso, (e chissà quante altre soluzioni potrebbero essere immaginate, studiando approfonditamente l'argomento), ma anche per pensare a quali potrebbero essere le forme di tutela sindacale per questo tipo di lavoratore, una volta che il fenomeno assumesse quelle dimensioni che alcuni auspicano.

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 "Relazioni industriali" e "relazioni pericolose" 

L’articolo dell’amico Salbaroli, sempre attento all’evoluzione dei costumi, mi porta a fare alcune considerazioni. Considerazioni che riguardano, da un lato le cosiddette "relazioni industriali" (cioè le relazioni tra i capitalisti, organizzati nelle loro associazioni, e i sindacati dei lavoratori), dall’altro le cosiddette "relazioni pericolose" (quei rapporti amorosi che mettono in pericolo i rapporti preesistenti).

Per quanto riguarda le prime, concordo sostanzialmente con la sua analisi. Il telelavoro, per quanto possa portare, in molti casi, grossi vantaggi al lavoratore (soprattutto facendogli risparmiare i tempi di spostamento e migliorando, conseguentemente, sotto questo punto di vista, la qualità della vita), lo mette in una condizione di grande ricattabilità. Costituisce inoltre un forte ostacolo, anche fisico, allo sviluppo di quello che è, da almeno un secolo, il suo principale strumento di difesa: l’organizzazione sindacale. E’ questo il motivo per cui, all’interno dei contratti di lavoro, il telelavoro dovrebbe essere contemplato solo per i casi in cui è espressamente richiesto dal dipendente e, comunque, essere riconvertibile in qualsiasi momento in lavoro di tipo tradizionale.

Diverso è, ovviamente, il caso dei contratti liberamente stipulati dal lavoratore che effettua un’attività indipendente. Occorre però, da parte del sindacato, vigilare, e verificare che quest’ultima sia veramente tale e non, come sempre più spesso accade, il mascheramento (spesso maldestro) di un’attività svolta alle dipendenze di un unico, o di pochi, datori di lavoro.

Più discutibili mi sembrano invece le opinioni di Salbaroli circa le "relazioni percolose", quegli amori "sbocciati tra i bagliori delle fotocopiatrici" che, intrecciandosi con le relazioni preesistenti, possono essere, per esse, fonte di instabilità. Evitarli, sembra dire l’autore, non sarebbe poi tanto male.

Non metto in dubbio che, quando ci sono dei figli piccoli di mezzo, le relazioni nate sul posto di lavoro possano costituire un serio problema. Ma, negli altri casi...

Perchè considerarle necessariamente negative?

E poi, anche nel caso si desideri costruire un solido rapporto di coppia, non è proprio sul luogo di lavoro che si conoscono le persone per quello che sono realmente? Fuori dal lavoro, nel tempo libero, è più facile fingere e, soprattutto, ingannarsi.

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