Barra di navigazione

Italia, inizio '900: "la foto di classe"

Natura umana e ribellione sociale in Argentina

di Ulises Bosia

Qual è l'orizzonte insuperabile?

di Juan Bolivar

Ma che differenza fa battersi per la "democrazia radicale"?

di Sara Dal Fiume

In risposta a Sara Dal Fiume

di Luciano Nicolini

 

sei in Cenerentola>archivio>numero34>per il dibattito

Prosegue il dibattito sulla "democrazia" (i contributi precedenti sono stati pubblicati sui numeri 28, 30, 32 e 33 di Cenerentola). Ho aggiunto agli scritti pervenuti una mia breve precisazione su quello di Sara Dal Fiume. Non l’ho fatto, credetemi, per ansia di protagonismo: semplicemente, non posso lasciare senza risposta, sulla rivista di cui sono redattore, un intervento che mi attribuisce affermazioni che non ho fatto.

Luciano Nicolini

Natura umana e ribellione sociale in Argentina

A partire dal dibattito su queste pagine e dalla polemica sulla superabilità della politica e della democrazia, penso possa essere interessante abbordare dal punto di vista del mio contesto - argentino latinoamericano -, alcune delle domande chiave presenti in questa discussione.

Poco più di due mesi fa abbiamo assistito al ventesimo anniversario dal ritorno della democrazia in Argentina, con grande celebrazioni da parte dei mezzi d’informazione. In quei giorni si è insistito inesorabilmente sulla presunta contraddizione che esisterebbe fra questa forma politica e la precedente, alla quale assieme ai nostri fratelli e alle nostre sorelle latinoamericani abbiamo pagato un tributo di sangue: la dittatura militare. Osannata dalle sfere affini al potere per via delle libertà civili che concede, per le possibilità di partecipazione politica e per la logica di tolleranza e di convivenza che sembra propagare, è stata, al contrario, una data passata senza lasciare traccia sulla vita normalizzata di tutti noi che viviamo in Argentina. Ci siamo fatti troppe illusioni in questi vent’anni (ci venne promesso che l’arrivo della democrazia avrebbe significato fra le altre cose ricevere un'educazione, cure e cibo) ma abbiamo raccolto solo delusioni. Tuttavia, nonostante tutto, abbiamo continuato a pensare che fosse comunque meglio di quel passato buio pieno di desaparecidos. Già dalla lettura del titolo del libro di Dario Renzi Democrazia. Un orizzonte insuperabile? ho saputo che ci avrebbe fatto riflettere sui fatti della nostra storia recente. Certamente, ci sono momenti in cui ciò che conosciamo di noi stessi non corrisponde a ciò che siamo, né quello che pensiamo ha a che fare con ciò che facciamo. Questo è ancora più vero nella transizione incerta che stiamo vivendo come specie. In Argentina abbiamo vissuto una radicalizzazione dalle caratteristiche inedite di fronte alla politica democratica, dopo aver sopportato per vent’anni la caduta strepitosa delle condizioni di vita dei settori popolari e l'arricchimento brutale di un infimo settore della società, strettamente legato alla classe politica. Per anni sono venuti crescendo nel profondo della società un malessere ed una reazione, che proprio per il loro carattere, non potevano essere individuati attraverso le categorie tipiche dell’analisi politica. In questo modo nessun settore di quelli che partono e aspirano ad una prospettiva meramente politica, è stato capace di prevedere ciò che è successo, né di capirlo o canalizzarlo, e oggi probabilmente ne viene distorto ancora di più il significato dagli analisti.

Il fatto è che le risposte non si possono cercare nei dati sulla disoccupazione, e ancora meno negli del cosiddetto "rischio paese" o nelle manovre finanziarie dei ladri di risparmi. Per capire la ribellione sociale che abbiamo vissuto in Argentina, possiamo trovare le risposte anche nella natura umana, e solo da questo punto di vista la si può comprendere nel suo passato e nel suo futuro possibile.

Questo mi sembra il risultato più importante del libro.

È così che, citando Dario Renzi, "le aspirazioni, le necessità più profonde e sedimentate delle donne e degli uomini non trovano né lo spazio, né i tempi, né i luoghi nell’ambito democratico". E durante i mesi più rivoluzionati dalla nostra ribellione queste aspirazioni e necessità hanno cercato e a volte trovato tempi, spazi e luoghi negli inizi di autorganizzazione. È una nuova prova dell’inconciliabile contraddizione che separa il sistema globale di dominazione dal continuo sorgere e risorgere della società mondiale. In questo modo nelle assemblee popolari si sono sviluppati una socialità per tanto tempo negata dall’individualismo, il recupero di spazi per la vita sociale, come sono state le piazze, i centri culturali e tutti i tipi di occupazione di spazi pubblici e privati. Si sono trasformati i tempi della vita: lontano dalle sere passate in famiglia davanti alla televisione, si passava il tempo nelle assemblee discutendo dei bisogni sociali e di come rispondervi, o con insoliti cortei ad ore che non avremmo mai pensato. Si è scelto di mettere i tempi e gli spazi della vita in comune con gli altri e le altre in prima persona, portando avanti un qualcosa che la democrazia non avrebbe mai potuto fare, per via della sua intima logica di alienazione ed opposizione inconciliabile con l’autodeterminazione.

I limiti più seri li abbiamo trovati nel fatto che la nostra gente non era interamente cosciente di ciò, non è stata capace di riflettere più profondamente su ciò che stava facendo e sentendo. Costituiva appena un accenno iniziale di una prospettiva al di fuori della logica dei potenti, una prospettiva che rappresentava il terzo escluso: l’autorganizzazione ed il protagonismo sociali, come via rivoluzionaria e radicale contro il dominio sistemico. Allo stesso tempo partire dalla specie umana nel suo divenire ci permette di comprendere meglio la contraddittorietà del nostro stesso essere e la debolezza della nostra coscienza. In questo modo possiamo capire come la stessa soggettività che è stata capace di portare avanti segnali di un futuro creativo e di speranza, oggi sia anche capace di ritornare alle abitudini di un passato immobile e passivo, di avere fiducia nel "paradiso perduto" dello Stato che irreggimenta attivamente la società. Uno Stato che, per quanto versi in una crisi storica, trova le sue fondamenta culturali nelle coscienze, tanto a causa del peronismo quanto della dittatura militare. Non c’è bisogno di sottolineare la lucidità di un governo che fino adesso è stato capace di capitalizzare un simile desiderio di Stato.

Quindi, guardare la realtà dal punto di vista della natura umana può permetterci di impegnarci nel compito fondamentale della fondazione rivoluzionaria e libertaria di una soggettività distinta, di un essere e di un fare (auto) trasformati e trasformatori, è un compito culturale fondamentale.

Per tutte queste ragioni credo che questo libro, a partire dal suo stesso punto di vista e dalla sua visione della realtà, nel cercare le risposte nella natura umana, colpisca alla base il pensiero occidentale progressista e oggettivista, incentrato sullo Stato e sul lavoro come forze propulsive della civiltà. Credo che da questo punto di vista sarebbe difficile affermare che le democrazie in America Latina rappresentino un progresso storico, in un continente che conobbe il progresso come ciò che nega (anche fisicamente) le reali identità dei nostri popoli, delle loro culture e costumi, dei loro pensieri e sentimenti, delle loro istituzioni e religioni, in nome della razionalità europea, sempre così altezzosa e superba.

La stessa razionalità che, credendosi universale, decretò la cittadinanza democratica come diritto naturale di tutti gli uomini, mentre condannava i nostri uomini e le nostre donne a permanere ai margini della storia. Non so che ne penseranno in Tibet, ma a noi i risultati non piacciono …

Dall’immenso piacere – che ci porta a superare le barriere linguistiche – che sentiamo leggendo questo libro, nel quale possiamo pagina dopo pagina respirare un'aria originale e rivitalizzante di un nuovo pensiero fertile, che cerchiamo di affrontare una pratica conseguente e impegnata a vivere la democrazia come un orizzonte superabile anche in America Latina.

Ulises Bosia

Inizio pagina

Qual è l'orizzonte insuperabile?

È proprio questo interrogativo, appeso sul bianco della copertina del libro di Dario Renzi, ciò che da subito attira la nostra attenzione. Le immagini che può suggerire (l’ultimo gradino di una scala che termina affacciandosi sul vuoto e/o il tentativo di far capolino su un muro per sbirciare per un momento quello che c’è dall’altra parte), potrebbero secondo me corrispondere abbastanza bene alle sensazioni che suscita la lettura di Democrazia. Un orizzonte insuperabile?: vertigine o, in alternativa, un senso di infrazione trasgressiva di un certo limite oltre il quale vive l’ignoto. La ragione risiede nel fatto che, senza abbandonare neanche per un attimo le analisi e la riflessione sulla "forma" democratica, la "provocazione teorica" che ci propone l’autore trascende la "democrazia" ed entra direttamente nel suo contenuto, in quell’ammissione, assunta come la più accettabile, del dominio di pochi uomini sulle moltitudini.

Credo che questo sia il centro della questione: l’ammissione del dominio, l’accettazione del dominio, la sottomissione al dominio, e l’interiorizzazione del dominio, sotto le forme storiche della sua manifestazione nella modernità e nella contemporaneità, da parte di quella particolare e ridotta frangia dell’umanità che ha partecipato direttamente o indirettamente alla fondazione della democrazia in Europa occidentale e negli Stati Uniti, e che ha giustificato, in ogni modo, la sua imposizione generalizzata, o i tentativi di imporla, nel resto del mondo, come se si trattasse di una meta dorata, in combinazione armonica con l’idea di "progresso". Cosa che, in ultima, ma anche in prima, istanza, mette sul tavolo il semplice, ma inestricabile, nodo del dominio in tutte le sue forme e ambiti come fonte di profitto, di un certo tipo di profitto prodotto di un interscambio – dal momento che non si può dimenticare che, come in ogni forma di relazione umana, anche in quella di dominio, concorrono due parti: dominatori e dominati – e anche il carattere ontologico (?) di questo nodo.

Per dirlo con le parole chiare di quel giovanissimo e intuitivo pensatore del Cinquecento che fu Etienne de La Boètie: "Come è possibile che la maggioranza ubbidisca ad una sola persona, che non solo le ubbidisca ma che addirittura la serva e che non solo la serva ma che addirittura desideri servirla?".

In questo senso, la democrazia – e più concretamente il totalitarismo democratico della contemporaneità – costituiscono, con pieno diritto, l’oggetto dell’analisi e della critica affermativa, umanista, e libertaria di Dario Renzi, perché corrisponde alla "forma" storica, e alle sue evoluzioni, del dominio di pochi sulla maggioranza moderno e contemporaneo. E anche se questo è un irrisolto transstorico, lungi dall’essersi evoluto attraverso la democrazia in maniera "progressiva" e liberatrice – come spacciano democrati, riformisti, neoriformisti e anche i marxisti stessi –, ciò che la sua forma democratica ha comportato, al contrario, è stato una progressiva sofisticazione, più intrusiva e più alienante che mai, del dominio: la più accettabile, come ci dice l’autore.

Affrontare questo irrisolto fa venire le vertigini e, ancora di più, resistenza ad entrare nei contenuti di una discussione che, in questo libro, cominciando da democrazia, politica e Stato moderno, le trascende perché ci immette pienamente – come scrive Dario – in questo "…pregio della democrazia (che) è tale esattamente perché dà forma, concede spazio, sollecita, mobilita, motiva una caratteristica essenziale della natura umana: l’abitudine". E non c’è abitudine più radicata nella nostra specie che quella del dominio, almeno dal momento in cui il patriarcato si impose come sistema e disegnò la subordinazione del genere femminile a quello maschile, come coordinate "culturali" presenti in tutti gli ambiti dell’esistenza umana.

L’affermazione dell’autore secondo cui: "…le aspirazioni, i bisogni più profondi e radicati delle donne e degli uomini non trovano né spazio, né tempi, né luoghi nell’ambito democratico", cioè nell’ambito della forma del dominio che, forse, storicamente, è la più sofisticata, ci spinge immediatamente, anche se non meccanicamente, a chiederci se e come siamo di fronte ad una crisi generalizzata (non dico l’ultima) del dominio. Vale a dire di fronte ad una crisi generalizzata delle relazioni umane fondate ed edificate millenariamente sull’esistenza di dominati e dominanti, espressa in forma concentrata nel tempo e nello spazio nella crisi della forma democratica; crisi che, però, ci rimanda a tensioni prodotte da lacerazioni e sottomissioni così profonde e differenziate, per modi e forme di affrontare o schiacciare le necessità, aneliti e sentimenti così umani che, in ogni modo, neppure la più sofisticata tra le forme di dominio, è in grado di contenere.

Non penso di stare cadendo nel determinismo nel porre questa domanda. Almeno per come ho compreso che la "grande transizione", di cui parla Dario Renzi, stia mettendo in discussione tutte e ciascuna le grandi tradizioni sulle quali si è venuta basando finora la nostra esistenza come specie. Secondo me il nocciolo del problema di fronte al quale si trova l’umanità in questa grande transizione non è se il futuro possibile potrà essere più o meno democratico radicale, più o meno guidato da decisioni collettive dirette o che forma avranno le "istituzioni" di cui potrà dotarsi una collettività di donne e uomini durante e dopo la rivoluzione, che è già di per sé, istintivamente, (anche se mai è riuscita ad esserlo coscientemente e teoricamente) il gesto più antiistituzionale di tutti. E non perché sottovaluti l’importanza di questi problemi, ma perché approcciando la questione della "forma" democratica dal punto di vista della forma – e credo che sia questo ciò che fa Luciano Nicolini – lasciamo fuori il suo contenuto: il dominio appunto; questo è ciò che la politica, ed in modo particolare la democrazia, ha utilizzato come un amuleto da stregoni.

Quello che l’attualità sta tornando a proporre con una forza inusitata è se come specie e come individui abbiamo la possibilità di proporci di scavalcare quel muro e di addentrarci nel territorio sconosciuto della libertà, senza paura, scegliendo le migliori strade immaginabili per l’autoemancipazione, o se continueremo a ripararci sotto il mantello dell’abitudine, sotto quella "…tendenza sociale e individuale – come la definisce l’autore di Democrazia – a ripetere dei gesti e degli atti che si sono nel tempo rivelati utili a soddisfare certe esigenze elementari". Cioè sotto il riparo plurisecolare del dominio, la più antica delle abitudini, però nel momento in cui tutte queste stanno saltando in aria o trasformandosi in un caos di conseguenze ogni volta più profondamente drammatiche e più difficili da ammortizzare, tanto per i dominatori che per i dominati.

Evidentemente non ho la risposta. Però credo che questo sia un argomento che potrà portare ricchezza e vivacità ad un dialogo tra rivoluzionari libertari.

Juan Bolivar

 Inizio pagina

Ma che differenza fa battersi per la "democrazia radicale"?

Sono rimasta sconcertata nel leggere la risposta di Luciano Nicolini nel dibattito sul libro di Dario Renzi Democrazia. Un orizzonte insuperabile? sul n° 33 di Lettera di Utopia Socialista (n. 30 di Cenerentola). L’articolo è stato scritto, dopo che Dario aveva cercato di sottolineare i punti di convergenza tra i due autori, per sottolineare al contrario i punti di divergenza! Infatti, la differenza che si nota in particolare è che dopo la descrizione dei tre tipici gruppi umani coinvolti nelle rivoluzioni, la maggioranza delle masse e la minoranza opportunista per Nicolini scompaiono totalmente, e i protagonisti della sua democrazia diventano fin da subito gli appartenenti alla minoranza detentrice dell’ideale di democrazia! Un tale portato di politica nel pensiero di un compagno anarchico resta per me qualcosa di sconcertante, come ho già detto. Infatti la sua descrizione di democrazia radicale è: "…una società che lasciasse ampia libertà ai singoli individui (i cosiddetti "diritti civili"), che decidesse sugli affari comuni in modo democratico attraverso rappresentanti eletti dal popolo, in un contesto privo di differenze economiche tali da vanificare la sostanziale democraticità dei processi decisionali". Questa democrazia radicale, così descritta, non presenta a parer mio alcun elemento di originalità. La democrazia sistemica, a ben guardare, è sostanzialmente identica. L’unica differenza sta nell’eliminazione delle "differenze economiche, che vanificherebbero la sostanziale democraticità dei processi decisionali", e che, evidentemente, sono l’origine di tutti i mali per il nostro autore!

L’elemento che a parer mio sarebbe irrinunciabile in una società autogovernata, l’autoemancipazione della specie umana, non compare assolutamente nella sua analisi. Infatti, a parte la "socializzazione dei mezzi di produzione" e "l’autogestione della vita sociale", che cadono non si sa come e non si sa da dove sul popolo italiano (solo?!), già dal primo esempio si capisce la natura di questa nuova democrazia: anche l’esempio più libertario, quello anarchico, dimostra con chiarezza che il potere non c’è più, ma solo quello dello Stato, perché la famiglia c’è sempre, e non viene nemmeno nominata una sua discussione. Sugli studi dei bambini decidono i genitori! Si sa, i piccoli sono immaturi, e ci vorrà pure qualcuno di più responsabile a cui delegare le loro scelte! Anche se poi i genitori stessi sono impreparati, ci sono grossi rischi di causare danni notevoli! … a parte che l’esempio di Iqbal Masik e dei bambini che stanno cercando di organizzarsi in tutto il mondo contro lo sfruttamento del loro lavoro mi sembra smentire del tutto questa affermazione, c’è da chiedersi se anche gli studenti delle scuole medie, superiori e delle università dovranno sottomettersi a questo regolamento; se nella democrazia radicale esisterà qualche criterio per definire la capacità decisionale e la dignità di voto per gli individui o si manterrà il criterio di maggiore età della democrazia sistemica; se i genitori diverranno mai capaci di comprendere le istanze e le necessità dei figli, o resteranno per sempre impreparati! Non parliamo poi del capolavoro in cui viene descritto il trattamento degli stupratori! Il problema della violenza sessuale, per l’autore, dipende dalla natura degli uomini e non dal protagonismo delle donne, che scompare così come il protagonismo di tutti. Non si nomina nemmeno la possibilità di donne e uomini di organizzarsi per fronteggiare il problema, si dimentica la realtà della violenza ordinaria all’interno di quella famiglia che l’autore nemmeno tocca, si risolve semplicemente il tutto con l’esilio… Dove? In un’altra "nazione", dove magari la democrazia radicale non ci sia ancora? La pennellata finale con cui lo stupratore viene definito un "malato di mente", poi, è davvero impagabile…

La democrazia sistemica ha almeno il "pregio" di essere obbligatoria, ci nasci e ci devi vivere, ma lottare per la democrazia radicale, così come viene presentata, non lo farò mai. Presto la cosiddetta maggioranza, posta come priorità l’eliminazione delle differenze economiche e trascurata completamente l’autoemancipazione della specie umana, finirà per votare qualche esponente della minoranza opportunista a cui ricomincerà tutto quanto. Si passerà poi altro tempo a piangersi addosso e a dire che il vero socialismo, la vera anarchia, la vera democrazia, non sono mai state davvero raggiunte, perché… perché… perché in realtà le soluzioni politiche e deleganti che ci sono state prospettate per secoli non hanno niente a che vedere con ciò che davvero vogliamo, con ciò di cui davvero la specie umana ha bisogno.

Sara Dal Fiume

Inizio pagina

In risposta a Sara Dal Fiume

Rimango assai perplesso.

"Dopo la descrizione dei tre tipici gruppi umani coinvolti nelle rivoluzioni, - scrive Sara Dal Fiume - la maggioranza delle masse e la minoranza opportunista per Nicolini scompaiono totalmente, e i protagonisti della sua democrazia diventano fin da subito gli appartenenti alla minoranza detentrice dell’ideale di democrazia!"

Quando mai avrei sostenuto una cosa simile? In genere, purtroppo, come ho detto, la prima a scomparire è stata proprio "quella minoranza di persone che aveva in testa, in modo più o meno chiaro, un progetto di società alternativa" e, facendo parte di tale minoranza, sono spariti anche i partigiani della "democrazia radicale".

Democrazia radicale che Sara Dal Fiume, dopo averla correttamente descritta come "una società che lasciasse ampia libertà ai singoli individui (i cosiddetti ‘diritti civili’), che decidesse sugli affari comuni in modo democratico attraverso rappresentanti eletti dal popolo, in un contesto privo di differenze economiche tali da vanificare la sostanziale democraticità dei processi decisionali", disprezza. In quanto, a parer suo, sarebbe "sostanzialmente identica" a quella in cui vive attualmente.

Forse abitiamo in due paesi diversi!

Passando a parlare di un’ipotetica società anarchica, prosegue affermando che, all’interno di essa, "sugli studi dei bambini decidono i genitori".

E chi l’ha detto?

Non certo io. Mi pare di aver scritto in modo chiaro che presumibilmente, in tale modello di società, al momento di stabilire i programmi delle scuole elementari, "ciascuna comunità decide, in piena autonomia, che cosa far studiare agli alunni"; solamente mi sono limitato ad aggiungere che "i genitori che non concordano con quanto stabilito" potrebbero "provvedere in modo diverso all’istruzione dei figli" (ad esempio: facendoli studiare presso un’altra comunità).

O li si vuole costringere a lasciare i figli, comunque, dove sono?

Quanto al problema della "maggiore età", i fautori della "democrazia radicale" hanno avuto, in proposito, idee differenti fra loro; gli anarchici invece, almeno per quanto ne so, non si sono mai pronunciati chiaramente. Personalmente ho sempre sostenuto che un individuo, a quattordici anni, dovrebbe essere considerato maggiorenne. E lo continuo a sostenere, contro tutta la sinistra che, invece, si batte quotidianamente per elevare l’obbligo scolastico a diciotto anni, ritenendo evidentemente i più giovani incapaci di decidere sulla propria vita.

E veniamo alla violenza sessuale, rispetto alla quale, a mio modo di vedere, non fa alcuna differenza se sia consumata all’interno o all’esterno della "famiglia" (termine piuttosto ambiguo, che non a caso evito di usare quando si parla di diritti).

"Il problema della violenza sessuale", scrive Sara Dal Fiume, "dipende"... "dal protagonismo delle donne": un’affermazione che, ormai, non farebbe neppure il più reazionario dei giudici (se non altro, per evitare di essere linciato dalle femministe).

Mi sembra ovvio che intendesse dire qualcosa di diverso da quanto ha scritto, e mi riservo di farmelo raccontare a voce, se ce ne sarà l’occasione.

Quanto a me, non ho mai affermato che il fenomeno della violenza sessuale "dipenda dalla natura degli uomini"; mi sono limitato a dire che non credo "che, con la fuga delle classi dirigenti, si estingua". Cosa ben diversa!

E non ho neppure sostenuto la teoria (peraltro non priva di fondamento) secondo cui gli stupratori sarebbero dei "malati di mente". Al contrario, come chiunque vada a rileggersi il mio intervento potrà constatare, l’ho messa subito bruscamente da parte, anche perchè troppo comoda "per far tornare i conti".

Concludendo: Sara Dal Fiume può dormire sonni tranquilli. Non le sto chiedendo di "battersi per la democrazia radicale", come è ovvio, date le mie idee libertarie.

Per questo ci sono già i marxisti o, meglio, quelli che reputo essere i migliori fra i marxisti.

Luciano Nicolini

Inizio pagina