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22° BERGAMO FILM MEETING

Bergamo - Auditorium di Piazza della Libertà - 13/21 marzo 2004

Bergamo città del cinema

di Luca Baroncini

Foto Luca Baroncini 20004- Ingresso al 22° Bergamo film meeting

Agata e la tempesta

L'amore è eterno finchè dura

recensioni di Lucrezia Avitabile

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Bergamo città del cinema

Il luogo comune vuole Bergamo sonnecchiante cittadina della provincia lombarda suddivisa tra una parte bassa, detta "moderna", placidamente adagiata ai piedi delle colline e dedita alle attività produttive, e una parte alta, chiamata "vecchia", in cui, tra guglie medioevali e stradine in ciottolato, trovano sede l’Università e la maggior parte dei monumenti artistici di rilievo. A separare le due anime del capoluogo di provincia una cinta muraria cinquecentesca. In realtà Bergamo, sia "alta" che "bassa", offre parecchie opportunità culturali ed è molto attiva in campo cinematografico. Condiziona i punti di vista di più di un "cinephile" con la rivista di culto "Cineforum"; collabora con i cineclub di tutta la penisola (e non solo), attraverso la sempre più dinamica "Lab 80", casa di distribuzione specializzata nel recupero di opere di pregio sottovalutate o semplicemente dimenticate; ed è la sede del "Bergamo Film Meeting". Da ben ventidue anni, infatti, un gruppo di appassionati e cinefili dà vita, con fondi sempre più risicati nonostante il crescente interesse di pubblico, ad un festival cinematografico informale ma significativo. Per nove giorni presso l’Auditorium, ricavato nei locali di inequivocabile architettura fascista dell’ex Provveditorato, lo schermo si accende per accogliere immagini da ogni parte del mondo. Il concorso internazionale non è però il fulcro della manifestazione, che risulta concentrata soprattutto sulla riedizione restaurata di capolavori che hanno fatto la storia del cinema, qualche succosa anteprima e interessanti retrospettive d’autore. Quest’anno è toccato a tre artisti molto diversi tra loro, accomunati da un’idea di cinema personale e rigorosa, fuori dagli schemi tradizionali e per questo di non sempre facile visibilità. Di Andrei Tarkovskij il festival presenta la versione di sei film realizzati tra il 1960 e il 1979 in Unione Sovietica, nelle nuove copie ristampate appositamente dai negativi originali del Mosfilm di Mosca, grazie anche all’Istituto Tarkovskij di Firenze-Parigi-Mosca diretto dal figlio del regista, ospite della manifestazione. La qualità della visione lascia incantati e la poesia delle immagini può essere gustata al meglio in un viaggio nella memoria in sei puntate che comprende "Il rullo compressore e il violino", "L’infanzia di Ivan", "Andrej Rublev"; "Solaris", "Lo specchio" e "Stalker". La retrospettiva più corposa è però quella dedicata a Lindsay Anderson, cui l’etichetta di regista cinematografico sta un po’ stretta, visto che le sue esperienze artistiche comprendono cinema, teatro, televisione, critica, saggi, tutte accomunate da un distacco dalle convenzioni abbinato al gusto per la provocazione. Non a caso viene definito un regista "arrabbiato", dal carattere difficile e poco incline al compromesso. Resta famoso, oltre che per le sue opere, come ideatore del "Free Cinema", nato a Londra alla fine degli anni Cinquanta con il chiaro intento di non porre limiti alla libertà espressiva. Anderson ha sempre lottato contro l’omologazione culturale e si è schierato contro la cosiddetta "British Renaissance" (Rinascita Inglese), esplosa negli anni Ottanta con i quattro Oscar attribuiti a "Momenti di gloria" di Hugh Hudson (in cui lo stesso Anderson interpreta una parte, quella del rettore del college) e che impone lo stile di vita inglese come prodotto da esportazione, proprio mentre Margaret Thatcher smantella rovinosamente il Welfare State. "Si è sempre battuto per un cinema nazionale" (sono parole di Davide Ferrario, amico di lunga data di Anderson) "che non diventasse una succursale di quello americano". Il festival ripropone tutti i lungometraggi di Anderson ("Io sono un campione", "If …", "O lucky man", "In celebration", "Britannia Hospital", "Le balene d’agosto"), due interviste televisive, due programmi per la televisione da lui curati su John Ford, più un’ampia scelta di corto e mediometraggi realizzati tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta.

A completare le retrospettive, un autore che definire emergente è un po’ limitativo, vista la sua ormai ventennale esperienza. C’è da dire, però, che il suo cinema, almeno in Italia, è finora circolato solo nei festival o nei cineclub, e solo il passaparola ha creato un’aura di culto intorno alle sue opere. Si tratta del canadese Guy Maddin. La sua caratteristica principale è l’utilizzo di una tecnica che richiama i classici del cinema muto degli anni Venti, sia nell’aspetto puramente visivo che nel modo di raccontare e di dirigere gli attori. Da qui tutta una serie di etichette e di "ismi" (postmoderno, pop art, espressionista, avanguardista, surreale, formalista, costruttivista, distruttivista) con cui la critica ufficiale ha cercato, invano, di racchiudere un estro incontenibile e incapace di adattarsi a una semplice definizione. La sua fama nasce con il primo lungometraggio del 1988 "Tales from the Gimli Hospital" che viene proiettato per mesi a mezzanotte in alcune sale di New York. Il festival propone la personale completa dei suoi lungometraggi, più qualche corto.

Rimpolpa il programma un omaggio a John Ford, regista preferito di Anderson, curatore anche di un libro intitolato "About John Ford" (in Italia è uscito nel 1985 tradotto da Davide Ferrario con il titolo "John Ford"). La ricca retrospettiva include dieci lungometraggi che è possibile vedere o rivedere sul grande schermo, quasi tutti in versione originale. Tra i titoli, pilastri del cinema come "Ombre Rosse", "Sfida infernale" e "Furore".

Per ultimo, una piccola nota sull’organizzazione. Capita spesso ai festival di fare file che non vengono premiate dall’accesso in sala. Al Bergamo Film Meeting, nonostante la grande affluenza e la non enormità della struttura, l’accesso è consentito anche quando i posti a sedere sono esauriti. E vedere la sala gremita con persone in ogni angolo libero, pronte a sgranare gli occhi davanti alle promesse delle schermo, è un buon termometro del successo della manifestazione.

 

THE SADDEST MUSIC IN THE WORLD

(LA MUSICA PIÙ TRISTE DEL MONDO)

 

Regia: Guy Maddin

Interpreti: Mark McKinney, Isabella Rossellini, Maria de Medeiros, David Fox, Ross McMillan

Soggetto: Kazuo Ishiguro

Sceneggiatura: Guy Maddin, George Toles

Fotografia: Luc Montpeller, CSC

Musica: Christopher Dedrick

Produttori: Niv Fichman, Jody Shapiro, Atom Egoyan, Daniel Iron

Produzione: Rhombus Media Inc.

Durata:  100'

Trama: 1933: la Grande Depressione ha raggiunto il suo peggior momento. Quando Chester Kent, un impresario di Broadway ormai fallito, e la sua smemorata fidanzata Narcisa ritornano a Winnipeg, si trovano nel bel mezzo di una riunione di famiglia. In contemporanea in città si tiene una gara nella fabbrica di birra per scegliere la canzone più triste del mondo.

Recensione

"COLPO DI FULMINE"

Ci sono diversi livelli di lettura in questo interessante progetto artistico (chiamarlo film sarebbe riduttivo) del canadese Guy Maddin:

- c'è la linearità di uno script che funziona (la sceneggiatura è tratta da un soggetto di Kazuo Ishiguro, autore del famoso romanzo "Quel che resta del giorno") con personaggi strepitosi a cui abbandonarsi: affascinante, divertita e divertente Isabella Rossellini, mai stanca di sperimentarsi e questa volta nei panni di una lady senza gambe, spietata e dissoluta, che con due protesi di vetro ripiene di birra fa un baffo alla soporifera Helena dell'omonimo "Boxing" film; strepitosa l'eterea Maria de Medeiros, una delle poche attrici capaci di mantenere intatta la credibilità nel dire battute acide con un candore da educanda ("È americana? No, ninfomane!");

- c'è la ricerca di uno stile personale in grado di reinventare la narrazione attraverso il cinema; il regista pesca a piene mani dal passato: film muti, musical hollywoodiani, espressionismo tedesco, reportage d'epoca, comiche, il tutto frullato e centrifugato fino ad ottenere immagini anticate, pervase da un grande senso di modernità. È vero cinema post-moderno che, però, non si accontenta di citare o di rifare, ma adotta e rielabora stili diversi per crearne uno nuovo, personale, autentico e comunicativo. Un'idea non troppo dissimile da quella di Baz Luhrmann in "Moulin Rouge", con la differenza che "The Saddest Music in the World" ha anche una sceneggiatura efficace, con personaggi vivi e pulsanti;

- c'è un discorso politico sui giochi di potere e sullo sfruttamento delle etnie più sottosviluppate; la storia prevede infatti un concorso mondiale per eleggere la canzone più triste del mondo e mostra con ironia gli stratagemmi adottati dai singoli paesi per colpire al cuore i giudici di gara;

- il livello più entusiasmante, però, è l'assoluta follia che trasuda da ogni fotogramma; una libertà creativa mai debordante che lascia da parte l'autore e il suo ego per concentrarsi sulle potenzialità del mezzo espressivo.

 

Può non piacere, risultare pesante, eccessivo o magari gratuito. Ma se si sta al gioco, c'è da divertirsi ed imparare.

 

LA SPETTATRICE

(vincitore della ROSA CAMUNA D’ARGENTO,  attribuita dal pubblico)

Regia: Paolo Franchi

Interpreti: Barbora Bobulova, Andrea Renzi, Brigitte Catillon, Matteo Mussoni, Chiara Picchi

Sceneggiatura: Paolo Franchi, Heidrun Schleef, Daniela Ceselli, Diego Ribon, Rinaldo Rocco

Fotografia: Beppe Lanci

Musica: Carlo Crivelli

Produzione: Emme Produzioni, UBU Film

Distribuzione: Istituto Luce

Durata: 98’

Trama: Valeria è una ragazza chiusa e solitaria. Vive a Torino dove lavora come interprete. Non ha un compagno, ma condivide l’appartamento con la coetanea Sonia.

Attraverso le finestre del suo appartamento spia la vita di Massimo. Quando il vicino decide di trasferirsi a Roma per lavoro, nell’esistenza di Valeria tutto sembra, di colpo, precipitare.

Recensione

"VIVERE O RESTARE A GALLA?"

Il piacere di osservare, di contemplare, di perdersi in un dettaglio, sono sensazioni che chi ama il cinema conosce molto bene. È davvero una magia, infatti, potersi sedere su una poltrona per fissare uno schermo che si accende di vite altrui in rapido fluire. Un viaggio catartico alle radici dell'inconscio che contrappone alla completa immobilità fisica un benefico flusso di emozioni. Questa inclinazione naturale, il cui grado di intensità è ovviamente soggettivo, può sfociare nel patologico quando l'osservare si sostituisce al vivere. È quello che accade alla giovane protagonista del debutto cinematografico di Paolo Franchi. Valeria, infatti, è bella e intelligente, ma vittima di una stasi emotiva paralizzante che le impedisce di dare concretezza ai suoi desideri, tramutando in introversione la sua natura più intima. Si riempie delle vite altrui e scruta con morbosa curiosità Massimo, il quarantenne dirimpettaio, anch'egli single e dall'aria sognante e malinconica. Quando lui si trasferisce a Roma per lavoro, Valeria non può fare altro che seguirlo, insinuandosi da spettatrice nella sua vita affettiva. L'esordiente Franchi parte da uno spunto non particolarmente originale ("La finestra di fronte"), anche nei possibili sviluppi thriller ("Attrazione fatale", "Inserzione pericolosa"), per adottare un punto di vista personale e comunicativo. L'innesto dei personaggi non è dei più felici e sfiora lo stereotipo (lui che beve birra in casa da solo, lei sdraiata sul letto che lo guarda, la compagna di stanza solare e ciarliera, qualche coincidenza di troppo) poi la storia e i personaggi crescono gradualmente con l'entrata in scena di Flavia, la compagna di Massimo. Immagini curate, fotografate con gusto e montate con fluidità, trasmettono efficacemente la distanza tra l'apparenza dei personaggi ed il loro effettivo sentire. Tutto è sussurrato, gli eventi si succedono nella pacatezza, non ci sono scene madri, eppure alla fine del film il destino dei tre protagonisti avrà subito una svolta, se non altro a livello di consapevolezza personale. Una storia del genere non stonerebbe nella campagna inglese, tra pizzi e merletti dell'epoca vittoriana. L'ambientazione attuale è una boccata d'ossigeno rispetto alle vite vincenti esibite con sfacciataggine da copertine di rotocalchi e televisione spazzatura, e risulta un buon compromesso tra l'ovatta della fiction e ciò che invece capita di incontrare e sperimentare nel quotidiano. Senza clamori, urla, inutili grevità o virate narrative a perpendicolo, ma con sensibilità. Gli interpreti sono tutti ben diretti e a loro agio: è forte la presenza scenica di Barbora Bobulova, che riesce a non cadere nei clichè del disagio psichico e costruisce in modo credibile un personaggio difficile e sfaccettato come Valeria; Andrea Renzi può apparire monolitico ed è invece bravo nel contrarre le emozioni di Massimo senza prevaricarlo e Brigitte Catillon ha l'occhio pungente della primadonna, perfetta nella sicurezza ostentata con cui amplifica la sua maschera di infelicità (è doppiata da Licia Maglietta, che non avrebbe sfigurato nel ruolo). Speriamo che la distribuzione non boicotti il film e lo faccia vivere nelle sale abbastanza a lungo da crescere con il passaparola.

Luca Baroncini

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Agata e la tempesta

di S. Soldini

con L. Maglietta, G. Battiston

Un po’ deludente, questo film di Soldini.

Per trascorrere una serata piacevole, va benissimo. Se, invece, dopo la bella prova di "Pane e tulipani", si sperava in qualcosa di più, ci si rimane male.

Agata, impersonata da Licia Maglietta, è una libraia romantica e sognatrice, molto legata a un fratello che, a quanto pare, non è fratello suo, ma di un certo Romeo, commerciante di vestiti. Quest’ultimo, all’improvviso, entra nella loro vita.

Ottima l’interpretazione di Battiston, nei panni (è il caso di dirlo) del commerciante.

Approssimativo tutto il resto, comprese le pronunce regionali (che cosa ci voleva a servirsi di doppiatori doc?).

Lucrezia Avitabile

 

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L’amore è eterno finchè dura

di C. Verdone

con C. Verdone, L. Morante, S. Rocca, A. Catania

Meglio, molto meglio, Carlo Verdone.

Spiace dirlo ma, se commedia all’italiana deve essere, che sia quella vera!

E Verdone, senza grandi pretese e senza grandi novità, riesce quasi sempre a farsi apprezzare.

Il suo personaggio, un ottico, accarezza l’idea di un rapporto extraconiugale. La moglie (Laura Morante) lo scopre, e scoppia la tragedia. Che poi, alla fine, almeno per lui, tanto tragica non è.

Brava la Morante che, senza esser stata candidata a nessun Oscar, non è certo meno abile di Diane Keaton, nell’interpretare il ruolo dell’intellettuale psico-devastata. Meno convincente Stefania Rocca.

Lucrezia Avitabile

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